La madre sacrificale: il mito tra santità e voglia di fuga

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Qualche giorno fa ho scritto un articolo sui nonni e sulle aspettative che a volte si trasformano in pretese nei loro confronti. In una società in cui le madri senza il supporto della famiglia di origine di fianco arrivano tristemente anche a licenziarsi “volontariamente” dal lavoro per problemi a tutte tristemente noti tra cui la difficile gestione dei giorni in cui i bambini sono malati, ai problemi a trovare babysitter con le quali instaurare un rapporto continuativo, e chi più ne ha e più ne metta, i nonni rappresentano per chi li ha, e per quelli che hanno voglia e tempo di prendersi cura dei bambini una risorsa preziosa.

Ultimamente però tra quelli che conosco e che spesso si confidano con me ho avvertito un aria strana, diversa. Sguardi stanchi, insofferenza, malumore, fino ad arrivare a più di una confessione. In poche parole le confessioni hanno un denominatore comune, l’amore per i figli e il senso del dovere nel rendersi utili, unito però alla stanchezza di un incarico così oneroso, molto spesso quotidiano, e il desiderio legittimo, sacrosanto, a mio parere di fare anche altro della propria vita, un desiderio taciuto, spesso nascosto anche a se stessi tra tanti sensi di colpa.

Ciò che mi ha colpito però in moltissimi commenti che ho ricevuto (e di cui vi ringrazio come sempre), è il sottotesto, nemmeno troppo velato in molti casi, della serie :”Che cos’ha di altro/di meglio” da fare mia mamma se non occuparsi della famiglia?” Sì sono anziani, magari sono anche stanchi, ma tanto lo fanno con piacere, sì, le ore di impegno sono tante non c’è dubbio, ma tanto i bambini crescono in fretta e se li godono.

C’è sempre un “ma” dietro alle richieste spesso mascherate da pretese, c’è sempre una scusa, una motivazione plausibile. Da figlia probabilmente l’ho pensato milioni di volte anche io e non per presunzione o cattiveria, ma perché sono quasi automatismi culturali molto difficili da estirpare. Da quando sono madre, ovvero da quando mi sono resa davvero conto di che cosa la società (non i figli, la società) si aspetta da te mi sono resa conto che questo mito della “madre sacrificale“, della donna devota sempre e solo agli altri e alle esigenze degli altri sia quello preponderante. Non solo quando questi “altri” sono piccoli e hanno effettivamente bisogno, ma anche quando sono ultra quarantenni e per molti aspetti li si supporta volentieri, ma per molti altri potrebbero tranquillamente andare avanti sulle loro gambe e non lo fanno perché è scontato, ovvio e “dovuto” che la mamma debba essere non disponibile, come è normale che sia ma “a disposizione”. Se è anziana non é mai anziana abbastanza, se è giovane e ha voglia di fare altro non è mai una priorità.

La madre sacrificale: il mito tra “santità” e voglia di fuga

La madre sacrificale nell’immaginario comune: che cosa avrà mai di meglio da fare se non accudire il prossimo?

La madre sacrificale è la “buona” madre nella nostra cultura, ovvero quella patriarcale: è la donna della disponibilità totale, del “dare” sempre e comunque, senza confini. Chi prova a non aderire a questo modello, oppure semplicemente prova a fare notare che amare la propria famiglia non è necessariamente sinonimo di annullarsi come esseri umani, viene spesso rimessa al suo posto, tra mille sensi di colpa. Mi ha colpito molto qualche giorno fa il messaggio di una mamma mortificata perché ha osato confessare al marito di essere contenta di avere un po’ di tempo per sé con l’ingresso del bambino alla scuola materna e che per tutta risposta abbia avuto ricevuto solo frasi che l’hanno fatta sentire in colpa e tremendamente inadeguata: desiderare qualcosa per sé non è più ammesso, in poche parole.

Non ti lamentare se sei stanca e non dormi, se hai perso il lavoro, se senti il desiderio di fare anche altro che non sia accudire la famiglia, perché sei “già fortunata”, quindi ingrata se provi a manifestare anche altre esigenze. La madre sacrificale altre esigenze non ne ha, e se ne ha sono tutte “differibili” rispetto a quelle della famiglia.

Un giorno queste donne hanno deciso di diventare madri e questa nuova dimensione ha pervaso e riempito la loro esistenza. Molte però non avendo nessuno di fianco e non potendo permettersi aiuti esterni non hanno più avuto modo di coltivare le loro (molte) altre potenzialità. Lavorare, avere momenti per sé, coltivare la relazione di coppia. Come riuscire a conciliare tutto per chi lo vorrebbe? Quando i figli sono piccoli, ma anche quando sono adolescenti, scrive Matilde Trinchero nella “Solitudine delle madri” lo scorrere della giornata è puntellato da un numero imprecisato di interruzioni. Il tempo interrotto da un continuo e legittimo bisogno altrui. E quasi per tutti queste fratture creano tanti cocci di un vaso che non si può più incollare insieme. E dunque un vaso che non riesce a contenere nulla se non un cumulo di cocci.

La madre sacrificale: il mito tra “santità” e voglia di fuga

Ma quanto è dovuto? E soprattutto, per quanto tempo?

L’estate dei miei vent’anni sono andata a Ibiza dieci giorni con le mie amiche. Nel nostro gruppo c’era anche una ragazza francese, a Milano per motivi di studio. Arriviamo in aeroporto e tutte avvisiamo i nostri genitori. Da quel momento lei i suoi non li ha praticamente più sentiti, li ha risentiti al ritorno, quando l’aereo è atterrato a Malpensa. Io e le mie amiche (io in primis) avevamo la valigia preparata dalla mamma, e chiamavamo a casa in continuazione, per tutto.

Un giorno Aurelie mi guarda e mi dice, siete buffe. Non vi capisco sai, cos’avete sempre da dire? Non ricordo cosa ho risposto, ma questa immagine deve essere finita in qualche angolo della mia memoria, per ricomparire ieri. Dopo vent’anni. Mi è tornata in mente dopo aver letto i tanti commenti che mi hanno fatto molto piacere al post dei nonni. E ho fatto queste riflessioni. Al di là del bisogno o meno. Delle problematiche sociali o meno, si intravede a volte l’immagine che si ha della mamma. Che anche se è anziana comunque ti deve sempre qualcosa, che anche se non è anziana e magari è una donna piena di vita e di interessi deve sempre anteporre qualcun altro. Anche se quel qualcun altro ha quarant’anni suonati e sa badare a se stesso.

Mi sono resa conto che questa visione della mamma la trovo fastidiosa, ai limiti dell’urticante. Che questa retorica del sacrifico è una prigione. Diventiamo madri e siamo in debito con tutti, sempre, la mamma deve qualcosa a tutti, da quando partorisce a quando va in pensione. Con i figli perché quello che fa la mamma è sempre opinabile è migliorabile. Con i datori di lavoro, perché solo in fatto di sapere che sei mamma è già qualcosa per cui chiedere scusa.

Il debito non finisce mai, anzi con l’andare degli anni diventa pretesa. E se diventa pretesa forse la colpa è la nostra, che probabilmente non riusciamo a recidere mai definitivamente il cordone ombelicale. Così facendo, finisce che l’essere disponibili diventa essere a disposizione. Che il supporto diventa una pretesa arrogante. E che l’amore si misura solo in sacrifici.

La madre sacrificale: il mito tra santità e voglia di fuga

Amore materno: quando i figli non riescono a crescere

La rappresentazione della madre sacrificale, di quella donna docile che non deve avere troppe pretese cela spesso un’ombra inquietante.

La madre del sacrificio sempre e comunque è anche quella che tratteneva i figli presso di sé, che esigeva da loro, in cambio della propria abnegazione, una fedeltà eterna. La sicurezza e l’accudimento perpetuo in cambio della libertà. Era la patologia più frequente del materno: trasfigurare la cura per la vita che cresce in una gabbia dorata che non permetteva alcuna possibilità di separazione. Io mi annullo per te, ma tu non te ne vai, perché se smetto di rispecchiarmi in te non vedo più nulla. Il pericolo di rimanere intrappolati in questa gabbia è forte e tangibile sia per la madre che per i figli. E non fa bene a nessuno.

Forse quando il “dare” smette di essere un desiderio e le troppe pretese diventano una lunga sequela di sacrifici il conto al tavolo prima o poi arriva, e la sensazione è che sia sempre un conto salato. Parecchio salato. Forse troppo di frequente questo tipo di amore crea dei labirinti dai quali non riusciamo a uscire, noi per prime. La cultura del sacrificio eterno ha prodotto secoli di infelicità: forse dovremmo iniziare a pensare che l’amore di una madre non si dimostri solo in torte, favori e camicie stirate. Che nulla tolgono a quell’amore. Ma ci sono altre terre, altri viaggi che allargano gli orizzonti, fanno respirare. E soprattutto liberano, noi e i nostri figli.

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