Donne che odiano le altre donne. Un pomeriggio di amare considerazioni

633 356 Stancamente Mamma

Quando in vita mia ho sentito parlare di donne che odiano le altre donne quasi non ci ho voluto credere.

Eppure nelle mie quasi quaranta primavere di donne non sempre bene intenzionate nei miei confronti ne ho trovate parecchie, in vari contesti e per le più svariate ragioni. Ma un po’ per carattere e un po’ per come sono fatta faccio fatica a rassegnarmi, a volte anche davanti all’evidenza e questo è senza dubbio uno dei miei limiti o dei miei pregi non l’ho ancora capito, pensare sempre che c’è del buono in ogni persona che trovi sulla tua strada. Andando avanti con gli anni forse mi rendo conto che questo è per di più un pensiero consolatorio probabilmente, sai che non è così ma ci vuoi credere.

Ad ogni modo, se non pensassi tutto il bene del mondo delle donne non esisterebbe questo posto, quindi è facile che davanti all’evidenza io continuerò a non arrendermi di nuovo, e forse va bene anche così. Ma ieri la mia incrollabile fiducia ha cominciato seriamente a vacillare.

Donne che odiano le altre donne. Un pomeriggio di amare considerazioni

Perché molte donne odiano le altre donne?

Ieri sono stata invitata ad un evento di lavoro, ad uno di quelli a cui partecipo spesso. Dopo la mattinata e la tavola rotonda ci troviamo a prendere il caffè al bar prima di congedarci definitivamente. Arriva il caffè e si comincia a chiacchierare della vita dell’ufficio, le mansioni, i clienti, le scadenze che sono sempre troppo ravvicinate, i soliti convenevoli.

Finché una di loro non lancia una battuta sulla collega appena rientrata dalla maternità, e lì si apre il vaso di Pandora che personalmente non avrei mai voluto scoperchiare. Premetto che nessuna sapeva che io sono mamma, non mi è stata fatta la domanda diretta e io non ritenuto fosse il caso di dire gli affari miei. La collega rientrata dal lavoro è stata accusata di voler fare le scarpe alle altre, e poi “dopo nove mesi stattene pure a casa a curarti tuo figlio“. Ma certo, incalza l’altra “fanno i figli e non gliene frega niente“, perché si sottintende che essere madre e avere ancora un minimo di ambizione di autonomia, soddisfazione personale o carriera sia una colpa, sia qualcosa di cui vergognarsi.

Non ho mai capito perché negli affetti, e parlo in generale, coltivare un desiderio, un’ambizione personale, venga visto come sottrarre agli altri. Se ami il tuo lavoro togli qualcosa a tuo figlio. Se vuoi provare a ricordare di essere ancora un essere umano oltre che una madre non sei degna di averlo messo al mondo. Il problema grosso é che sono le donne a dirlo.

Donne che odiano le altre donne. Un pomeriggio di amare considerazioni

Ho interrotto lo sproloquio facendo notare che in realtà la società non ti permette di stare a casa quanto magari desidereresti perché molto spesso torni al lavoro e subisci gravi demansionamenti. La risposta è stata che se sei madre il lavoro non dovrebbe essere la tua priorità specie se hai un compagno che riesce a provvedere decentemente a tutti.

Ma non è finita qui, perché poi a questo tipo di “madre menefreghista”, non disposta a sacrificare nulla viene contrapposto il genere opposto di donna, “la madre che vive per i figli“. Per quello stereotipo di donna c’è quasi una sorta di compassione invece. Viene dipinta come una poverina, una specie di frustrata incapace di accettare il tempo che passa, di riprendersi il suo ruolo e di vivere anzi di sopravvivere, in balia dei figli.

Mai come in quel momento ho ringraziato me stessa per avere avuto il coraggio di mettermi a lavorare in proprio e di essermi così sottratta a tutte queste squallide e ingiuste dinamiche. Se devo essere sincera non solo non ho mai sentito tanta ignoranza e cattiveria attorno a un tavolo, ma sono rimasta senza parole, imbarazzata dalla pochezza, dallo squallore, dai giudizi emessi senza avere nemmeno la più vaga idea di che cosa si stia dicendo. Di che cosa costi a una mamma lasciare il bambino che piange sulla soglia dell’asilo e trascinarsi al lavoro con una marea di sensi di colpa, di che cosa costi verso se stesse arrivare anche a lasciarlo andare quel lavoro, quando nella maggior parte dei casi per ottenerlo si è studiato tanti anni ed è costato molti sforzi. Con la quasi certezza che non si ritroverà mai più. Di che cosa significhi dover ogni giorno venire a patti con parti di sé che ancora sono lì, ma che bisogna accantonare per anni.

Non è nemmeno lecito farne parola, perché quando diventi madre smetti di esistere come individuo, come donna, come essere pensante. Sei una madre, che se lavora è una avida menefreghista e se non lavora è destinata a trasformarsi in una povera frustrata senza passioni e senza identità. Lo dicono le donne, non lo dicono gli uomini, iniziamo a prenderci anche le nostre responsabilità una buona volta, non solo è liberatorio, ma magari aiuta a crescere.

Sentirlo dire dalle donne stesse per me è stata una doccia fredda dalla quale farò fatica a riprendermi, però almeno ho visto con i miei occhi quello che siamo capaci di dire e quello che siamo. Divise, competitive, spietate e sì, cattive. Non c’è da stupirsi se siamo dove siamo e temo che non andremo proprio da nessuna parte, non ci muoveremo di un passo: forse data la nostra drammatica incapacità di essere solidali tra noi questo è l’unico destino che ci resta.

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