Ci sono giornate in cui i figli ci insegnano qualcosa senza nemmeno rendersene conto. Stamattina, complice un caldo soffocante che da giorni rende tutto più faticoso, è successa una di quelle piccole cose che probabilmente tra qualche settimana avrò già dimenticato nei dettagli, ma che mi ha lasciato una riflessione destinata a restare.
Mio figlio si è seduto al tavolo con il quaderno di matematica e mi ha detto che avrebbe iniziato i compiti. Io ero in un’altra stanza e gli ho risposto semplicemente di andare avanti, convinta che, come spesso accade, nel giro di pochi minuti sarebbe arrivata la prima richiesta di aiuto. È andata esattamente così. Non avevo nemmeno finito di fare quello che stavo facendo quando l’ho sentito chiamarmi perché, a suo dire, c’era un esercizio che non avevano mai affrontato in classe.
In quel preciso momento, però, il telefono ha iniziato a squillare mentre qualcuno suonava anche il citofono. Ho dato un’occhiata veloce alla pagina piena di divisioni a tre cifre, ho realizzato che non sarei riuscita a fermarmi e gli ho risposto quasi distrattamente di provare comunque, perché in quel momento non potevo aiutarlo.
La verità è che mi aspettavo di tornare dopo pochi minuti e trovare tutto fermo. Pensavo che avrebbe aspettato me oppure che, dopo qualche tentativo, avrebbe rinunciato. Invece, mentre ero occupata, continuavo a sentire il rumore dei fogli, della matita che scriveva, della gomma che cancellava e poi ricominciava. Era evidente che stava ragionando, provando strade diverse, sbagliando e ripartendo senza che nessuno gli dicesse quale fosse il passaggio successivo. È andato avanti così per quasi tre quarti d’ora.
Quando mi ha richiamata, lo ha fatto soltanto per chiedermi di controllare il risultato. Mi sono avvicinata con la convinzione che avremmo dovuto rifare buona parte degli esercizi. In fondo era la prima volta che affrontava quel tipo di divisioni completamente da solo e mi sembrava inevitabile trovare errori. Invece erano tutte giuste. Non una. Non quasi tutte. Tutte.

Quello che avevo davanti non era semplicemente un foglio di matematica compilato correttamente. Era la dimostrazione che, se gli era stato dato il tempo di pensare senza qualcuno pronto a suggerirgli immediatamente la soluzione, era stato perfettamente capace di arrivarci da solo.
Ripensandoci, credo che il riflesso di intervenire subito sia uno degli aspetti più difficili dell’essere genitori. Vedere un figlio in difficoltà ci mette a disagio. Vorremmo evitargli la frustrazione, accorciare i tempi, impedirgli di sbagliare. Eppure proprio quella frustrazione, se è proporzionata e il bambino sa di poter contare sulla nostra presenza senza che questa diventi una sostituzione, è il terreno su cui cresce l’autonomia.
Aiutare un figlio non significa necessariamente dargli la risposta giusta. A volte significa avere la pazienza di lasciarlo cercare la risposta da solo, anche quando impiega molto più tempo di quello che impiegheremmo noi. Perché ogni tentativo, ogni errore corretto, ogni intuizione che nasce senza l’intervento di un adulto costruisce qualcosa di molto più importante di un compito finito bene: costruisce la fiducia nelle proprie capacità.
Se questa mattina mi fossi seduta accanto a lui al primo “non ci riesco”, probabilmente quelle divisioni sarebbero state terminate in pochi minuti. Avremmo risolto il problema della matematica, ma forse avremmo perso un’occasione molto più preziosa. Oggi mio figlio non ha imparato soltanto a fare delle divisioni a tre cifre. Ha scoperto di essere capace di affrontare qualcosa che all’inizio gli sembrava impossibile, e credo che questa sia una lezione destinata a rimanergli molto più a lungo di qualsiasi procedimento matematico.
Alla fine della giornata mi sono resa conto che la cosa migliore che ho fatto non è stata spiegargli un esercizio. È stata resistere alla tentazione di farlo al posto suo, permettendogli di sperimentare quella soddisfazione che nasce soltanto quando ci si accorge, quasi con sorpresa, di essere molto più capaci di quanto si pensasse.
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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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