C’è una cosa che si impara abbastanza presto quando si diventa genitori: intorno a tuo figlio ci saranno sempre moltissimi esperti. Esperti di sonno, alimentazione, capricci, scuola, regole, educazione, autonomia, sport, tecnologia. Esperti di bambini che, molto spesso, conoscono tuo figlio da dieci minuti. C’è chi sa che dovresti essere più severa e chi, cinque minuti dopo, ti spiega che sei troppo rigida. Chi sostiene che tuo figlio abbia bisogno di più autonomia e chi pensa che tu gli conceda già troppa libertà. Chi ti dice che devi ascoltarlo di più e chi è convinto che oggi ascoltiamo troppo i bambini. Chi pensa che dovresti aiutarlo nei compiti e chi sostiene che debba arrangiarsi. Chi considera sbagliato dargli un telefono e chi trova assurdo che alla sua età non ne abbia ancora uno. Qualunque cosa tu faccia, da qualche parte esiste qualcuno convinto che avresti dovuto fare esattamente il contrario.
E la cosa sorprendente è quanto poco tempo serva, a volte, per arrivare a una conclusione su un genitore. Basta vedere un bambino piangere al supermercato perché qualcuno pensi che sia viziato. Basta che un bambino non saluti immediatamente un adulto perché qualcuno dica che è maleducato. Basta che una bambina non voglia dare un bacio a un parente perché qualcuno commenti che potrebbe essere un po’ più affettuosa. Basta un bambino con il tablet al ristorante per pensare che i genitori non abbiano voglia di occuparsi di lui. Basta una madre che dice di no con fermezza perché venga considerata troppo severa. Basta un padre che cambia idea dopo un capriccio perché venga accusato di farsi comandare dal figlio. Basta un brutto voto perché qualcuno cominci a parlare di mancanza di impegno, di regole, di metodo di studio. Basta vedere una crisi, una risposta data male, un momento di rabbia, una porta sbattuta, un genitore stanco che per una volta non reagisce come avrebbe voluto. Una fotografia. Un singolo fotogramma di una storia lunga anni. E su quel fotogramma costruiamo un intero processo: “Io non glielo permetterei”, “Con me non si sarebbe mai comportato così”, “Devi farti rispettare”, “Lo stai viziando”, “Lo proteggi troppo”, “Deve imparare a cavarsela da solo”, “Se fa così adesso, figurati da adolescente”. Frasi che probabilmente quasi ogni genitore ha sentito almeno una volta.
Il punto non è che non si possa dare un consiglio. Tra genitori possiamo aiutarci moltissimo. Possiamo raccontarci quello che ha funzionato con i nostri figli, condividere un’esperienza, suggerire una strada che l’altro magari non aveva considerato. Ma c’è una differenza enorme tra offrire un’esperienza e pronunciare una sentenza. Perché chi guarda una famiglia dall’esterno vede quello che sta succedendo in quel momento. Il genitore conosce tutto quello che è successo prima. Tu vedi un bambino di sette anni che fa una scenata perché la madre non gli compra un giocattolo. Quella madre magari sa che suo figlio ha dormito pochissimo, che quella mattina ha avuto una giornata difficilissima a scuola e che sono due ore che cerca di tenere insieme stanchezza, fame e nervosismo. Tu vedi soltanto il capriccio. Lei vede tutto il resto. Tu vedi una bambina che non vuole entrare a una festa di compleanno e pensi che la madre dovrebbe semplicemente lasciarla lì e andare via. Quella madre magari sa che sua figlia è stata esclusa dal gruppo per mesi, che entrare in una stanza piena di bambini per lei in questo momento è difficilissimo e che riuscire ad arrivare fino a quella porta è già stato un piccolo traguardo. Tu vedi una madre che accompagna ancora suo figlio fin dentro la scuola e pensi che alla sua età dovrebbe essere autonomo. Lei magari conosce una paura che tu non conosci. Tu vedi un padre che permette al figlio di alzarsi da tavola senza aver finito e pensi che gli manchino le regole. Lui magari sa che quel pasto è il risultato di mesi di difficoltà con il cibo e che, in quel momento, trasformare la cena in una battaglia sarebbe la scelta peggiore. Tu vedi un bambino con uno smartphone in mano e pensi che i genitori abbiano rinunciato a educarlo. Non sai se quello è l’unico momento della giornata in cui lo utilizza. Non sai se sono in viaggio da otto ore. Non sai se quel genitore ha passato tutta la mattina a giocare con lui. Non sai nemmeno che cosa stia facendo con quel telefono. Ma giudicare richiede pochissime informazioni. Comprendere ne richiede molte di più.
Lo stesso accade con la scuola. È facilissimo dire: “Se prende brutti voti deve studiare di più”. A volte è vero. Altre volte quel bambino studia tantissimo. Magari legge una pagina cinque volte e continua a non ricordarla. Magari davanti a una verifica va nel panico. Magari ha bisogno di un metodo diverso. Magari sta attraversando un periodo complicato. Magari dietro quel cinque c’è un pomeriggio intero passato sui libri e una delusione enorme. Ma noi vediamo il cinque e dal cinque arriviamo direttamente alla conclusione: non si è impegnato. Succede nello sport. “Deve imparare a perdere.” Certo che deve imparare a perdere, ma magari quel bambino che sta piangendo dopo una partita non sta piangendo soltanto perché ha perso. Magari è deluso da se stesso, un compagno lo ha preso in giro, si era allenato per mesi aspettando proprio quel giorno oppure per lui quella sconfitta significa qualcosa che noi non possiamo sapere. E allora forse possiamo lasciargli cinque minuti per essere triste prima di trasformare anche quel momento in una lezione di vita.
Succede con il cibo: “Se ha fame, mangia quello che c’è”. Succede con il sonno: “Mettilo a letto e vedrai che prima o poi dormirà”. Succede con i compiti: “Non devi aiutarlo mai, deve diventare autonomo”. Succede con le paure: “Deve affrontarle, altrimenti non crescerà”. Succede con la timidezza: “Devi obbligarlo a stare con gli altri”. Succede con le emozioni: “Piange troppo”. Succede con l’affetto: “Lo tieni troppo in braccio”. Succede con l’autonomia: “Alla sua età io andavo già da solo”. Succede con il carattere: “È troppo sensibile, deve farsi le ossa”. C’è sempre qualcuno che possiede una regola universale. Poi arrivano i figli veri e le regole universali cominciano a scricchiolare.
Perché un bambino non è un manuale da applicare. Quello che funziona perfettamente con un figlio può non funzionare affatto con un altro. Lo scoprono persino i genitori che hanno più figli. Con il primo bastava dire che era ora di dormire e dopo dieci minuti dormiva. Con il secondo comincia una trattativa internazionale che può durare un’ora. Il primo mangiava qualsiasi cosa, il secondo osserva una zucchina nel piatto come se fosse un reperto radioattivo. Uno entra il primo giorno di scuola senza neanche voltarsi, l’altro si aggrappa alla tua mano. Uno racconta tutto, l’altro devi imparare a leggerlo nei silenzi. Uno, dopo un rimprovero, cinque minuti dopo ha dimenticato tutto; l’altro ci pensa per ore. Sono cresciuti nella stessa casa, hanno gli stessi genitori e spesso hanno ricevuto regole molto simili. Eppure sono persone diverse. È una delle lezioni più potenti della genitorialità: crescere un figlio significa anche accettare che non tutto dipenda da noi.
E invece quando osserviamo i figli degli altri tendiamo a stabilire un rapporto semplicissimo tra comportamento e genitore. Bambino educato? Bravi genitori. Bambino difficile? Genitori incapaci. Bambino sicuro? Educazione corretta. Bambino timido? Genitori troppo protettivi. Adolescente responsabile? Ottimo lavoro. Adolescente che attraversa un periodo complicato? Qualcuno deve aver sbagliato. Ma le persone non funzionano così. Un figlio non è il voto finale dato al lavoro dei suoi genitori. Ha un carattere, una sensibilità, delle esperienze, delle relazioni, delle paure, dei desideri. Crescendo incontrerà amici, insegnanti, allenatori, compagni, amori, delusioni, successi e fallimenti. Farà scelte che i suoi genitori approveranno e altre che non comprenderanno. Possiamo accompagnarlo, ma non possiamo scriverne ogni riga.
C’è poi un dettaglio piuttosto scomodo: siamo bravissimi a vedere gli errori educativi degli altri e molto meno bravi a riconoscere i nostri. Vediamo immediatamente la madre troppo apprensiva, ma magari non ci accorgiamo di quanto siamo esigenti con nostro figlio. Critichiamo il padre che concede troppo, ma non ci chiediamo se noi sappiamo davvero ascoltare. Diciamo che quel bambino non ha regole, mentre magari nostro figlio ha imparato a rispettare le regole soprattutto per paura di deluderci. Pensiamo che un altro genitore protegga troppo, mentre magari noi abbiamo preteso autonomia troppo presto. Guardiamo un adolescente che risponde male alla madre e pensiamo: “Io una cosa del genere non l’avrei mai permessa”. Poi magari nostro figlio non ci risponde male perché ha imparato a non dirci quello che pensa. E non è detto che sia necessariamente un risultato migliore.
La verità è che nessuno di noi può sapere oggi con certezza quali delle proprie scelte saranno ricordate dai figli come quelle giuste e quali no. Ci sono cose che facciamo pensando di proteggerli e che un giorno potrebbero raccontarci di aver vissuto come un limite. Ci sono “no” che oggi ci fanno sentire in colpa e che magari tra vent’anni comprenderanno. Ci sono errori che temiamo di aver commesso e che per loro non saranno mai stati così importanti. E ce ne saranno altri che noi nemmeno ricordiamo e che invece loro ricorderanno benissimo. Essere genitori significa anche convivere con questa incertezza. Non abbiamo il montaggio finale. Non possiamo tornare indietro e rifare una scena. Facciamo il meglio che possiamo con quello che sappiamo in quel momento, con la nostra storia, le nostre risorse, le nostre stanchezze e persino con le nostre fragilità. E sbagliamo. Tutti. Anche i genitori molto attenti. Anche quelli che leggono libri sull’educazione. Anche quelli che hanno tre figli. Anche quelli che lavorano con i bambini. Anche quelli che oggi sembrano sapere perfettamente che cosa dovresti fare tu.
E poi il giudizio degli altri pesa ancora di più quando arriva mentre tu stai già dubitando di te stessa. Quando hai dormito poco. Quando tuo figlio sta attraversando un periodo difficile. Quando hai provato tre strategie diverse e nessuna sembra funzionare. Quando ti sei arrabbiata troppo e cinque minuti dopo vorresti tornare indietro. Quando hai detto un sì che avresti voluto fosse un no. Quando hai detto un no e poi, a letto, ti sei chiesta se non fossi stata troppo dura. Quando hai appena finito una giornata in cui hai lavorato, organizzato, accompagnato, ascoltato, cucinato, ricordato appuntamenti, preparato zaini, risposto a domande e cercato di mantenere la calma. Ed è proprio allora che qualcuno osserva trenta secondi della tua vita e decide di spiegarti come dovresti fare la madre.
Forse in quel momento non hai bisogno di una lezione. Forse hai bisogno di qualcuno che dica: “Giornata pesante, vero?”. Forse hai bisogno di una persona che tenga una porta mentre cerchi di uscire con borse, zaini e bambino urlante. Forse hai bisogno di un’amica che ascolti senza cominciare ogni frase con “Io invece…”. Forse hai bisogno di qualcuno che ammetta semplicemente: “Non so cosa farei al posto tuo”. È una frase molto meno spettacolare di un consiglio, ma spesso molto più sincera.
Questo non significa che qualsiasi comportamento di un genitore sia automaticamente giusto o che non si debba mai intervenire. Esistono situazioni nelle quali intervenire è necessario, esistono comportamenti sbagliati ed esistono limiti che vanno messi anche agli adulti. Ma nella quotidianità c’è un territorio enorme tra il disinteresse e il giudizio. Si chiama empatia. Possiamo non essere d’accordo senza sentirci superiori. Possiamo raccontare la nostra esperienza senza trasformarla in una legge. Possiamo dire: “Con noi ha funzionato così”, invece di: “Devi fare così”. Possiamo chiedere: “Vuoi sapere cosa abbiamo provato noi?”, invece di distribuire soluzioni non richieste. Possiamo persino ammettere una cosa che sembra diventata difficilissima: “Non lo so”. Non so perché tuo figlio faccia così. Non so che cosa stiate attraversando. Non so che cosa abbiate già provato. Non so che cosa succeda quando tornate a casa. Non so che bambino fosse un anno fa. Non so quanta strada abbia già fatto. Non so quanta fatica ci sia dietro un risultato che a me sembra piccolo. E proprio perché non lo so, scelgo di non giudicare.
Forse dovremmo essere tutti un po’ meno esperti dei figli degli altri. Perché essere genitori non è una gara in cui alla fine qualcuno sale sul podio con la coppa del “figlio cresciuto meglio”. Non vince chi ha il bambino che dorme prima. Non vince chi toglie il pannolino prima. Non vince chi legge prima. Non vince chi prende i voti più alti. Non vince chi non fa mai capricci al ristorante. Non vince chi a dodici anni sembra già perfettamente autonomo. E soprattutto il comportamento di un bambino non è una pagella pubblica del valore di sua madre o di suo padre.
Siamo genitori che provano. A volte indoviniamo, a volte sbagliamo. A volte facciamo una cosa che funziona meravigliosamente e ci convinciamo di aver capito tutto, fino a quando tre settimane dopo non funziona più. A volte cambiamo idea. A volte chiediamo scusa ai nostri figli. A volte andiamo a dormire soddisfatti. Altre volte ripensiamo per ore a una frase detta male. E la mattina dopo ricominciamo. Forse essere un buon genitore non significa avere sempre la risposta giusta. Forse significa continuare a farsi domande.
La prossima volta che vediamo una madre alle prese con un bambino che urla, un padre che sembra cedere troppo facilmente, un adolescente che risponde male, un bambino che non vuole salutare, mangiare, entrare, parlare, giocare o fare qualcosa che secondo noi “alla sua età dovrebbe ormai saper fare”, potremmo aspettare qualche secondo prima di formulare la nostra diagnosi. Potremmo ricordarci che stiamo vedendo una scena, non il film intero. E farci una domanda molto semplice: conosco davvero tutta la loro storia? Quasi sempre la risposta sarà no.
E forse è proprio da quel “non lo so” che nasce qualcosa che oggi, tra genitori, servirebbe molto più di un altro consiglio non richiesto: il rispetto. Perché molti sanno che cosa si dovrebbe fare con tuo figlio. Ma sono anche gli stessi che spesso non sanno, o non hanno saputo, che cosa fare con i loro. E in fondo è normale. Perché nessuno di noi sa sempre cosa fare con i propri figli. È solo molto più facile dimenticarlo quando stiamo parlando di quelli degli altri.
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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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