Solidarietà femminile: la favola delle donne solidali spesso non ha lieto fine

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Ogni volta che sento evocare il concetto di solidarietà femminile la mia mente torna a un episodio di cinque anni fa che mi è rimasto particolarmente impresso, anche se a dire la verità potrei citarne molti altri.

Al settimo mese di gravidanza credo, mi è capitata una cosa che penso succeda non di rado.

Ti alzi la mattina, senti che il bambino non si muove come invece fa abitualmente alla stessa ora, bevi l’acqua, mangi un po’ di cioccolato, ti muovi un po’ e aspetti. E se non succede niente in un tempo ragionevole ti metti in macchina verso il pronto soccorso.

Credo questo sia successo a moltissime mamme in attesa, non per qualche strana forma di “paranoia”, ma perché ovviamente non percepire il movimento del bambino per ore è un segnale da non sottovalutare.

Così è stato anche per me, per fortuna non era nulla, lui semplicemente e placidamente dormiva quella mattina evidentemente più del solito.

Nella sala del monitoraggio si respirava un’aria grave, poche parole, molti silenzi scanditi dai rumori delle macchine. Una tensione palpabile che ognuna cercava di gestire a modo suo.

Sono quasi a metà del controllo ed entra una donna trafelata, scossa, con il mio stesso dubbio. Non percepisce i movimenti del bambino da ore ed è visibilmente scossa, preoccupata. Le attaccano la macchina e le dicono che va tutto bene, che anche nel suo caso il bambino sta semplicemente riposando e non c’è nulla di cui preoccuparsi, che può tornare a casa serena.

Lei si scioglie in un pianto, trema, è palesemente molto agitata e una parola di conforto non le farebbe male, tutt’altro. Spalanca la porta la caposala, una donna sulla cinquantina, che si ferma in piedi davanti a lei. “Scusi ma che cos’ha lei da piangere, se comincia così dalla gravidanza chissà che madre sarà signora mia. Questo non è niente, dovrebbe saperlo. La finisca, su”.

Riapre la porta e lascia la stanza, così come se la frase che aveva appena pronunciato fosse cosa di poco conto. Istintivamente allungo una mano sulla sua spalla, non so chi sia, ma in quel luogo chi tu sia non è nemmeno poi così importante. Non ho parole.

Lei mi dice che ha già perso due bambini ed è questo il motivo della sua agitazione, che le due volte precedenti era corsa in pronto soccorso con gli stessi sintomi e l’epilogo non era stato certo felice. Quella frase così offensiva, pronunciata in un tono così duro, la fa evidentemente sentire in dovere di giustificarsi anche con me, che in quel momento ero una perfetta sconosciuta.

Mi torna in mente questo episodio ogni volta che sento evocare il concetto di solidarietà femminile, e mi chiedo davvero se siamo in grado di dimostrarci solidali con le altre donne o la solidarietà femminile è semplicemente un ideale, un’utopia, qualcosa che ci piace pensare che esista ma sappiamo benissimo che è molto rara se non impossibile. Penso che il giorno in cui saremo solidali sarà quello in cui l’ostetrica ad esempio sarà in grado di tacere se non ha una parola buona da regalare, sarà il giorno in cui smetteremo di ferirci l’un l’altra.

Il giorno in cui smetteremo di sentirci superiori ad altre donne magari semplicemente perché il destino ci ha evitato alcune esperienze amare e diamo giudizi senza avere la minima idea di che cosa queste persone stiano attraversando e di quanto impervio possa essere il loro cammino. Sarà il giorno in cui le madri saranno in grado di rapportarsi alle figlie in modo meno superbo, a non deriderle se sono stanche o se hanno un momento di sconforto, o quando una mamma qualunque non avrà paura di confidarsi per non ricevere solo giudizi senza senso e soprattutto senza un briciolo di umanità. E questo accade sempre più spesso: per paura di ricevere giudizi amari e taglienti si finisce per chiudersi in se stessi.

Per quello che posso, da quando è nato questo spazio per me il nostro giorno è tutti i giorni, è ogni volta in cui se qualcuna si perde tra stanchezza e cattivi pensieri le tendiamo la mano e la aiutiamo a rimettersi in carreggiata con amore e comprensione. Il nostro giorno può essere tutti i giorni o mai, dipende solo da noi.

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