Da quando va all’asilo non è più felice. Come abbiamo capito che non era una fase passeggera

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Anche l’esperienza dell’asilo, come molti aspetti dell’infanzia, della genitorialità è legata a mio modesto parere a narrazioni a volte un po’ mitologiche.

A sentire in giro, solo aspetti positivi, tutte le esperienze che il bambino ha fuori casa sono necessariamente stimolanti e formative al massimo, i conflitti con i coetanei fanno bene o in qualche modo formano il carattere, la nostalgia dei genitori, della propria casa o i momenti di malinconia sono sempre passeggeri e superabili.

Se ripenso a me all’asilo ricordo che molte volte sono stata anche triste, mi annoiavo a fare quello che mi proponevano, non avevo nessuna voglia di mangiare quello che trovavo nel piatto e dovevo mangiare o assaggiare praticamente per forza, trovavo noiosissima la preparazione mesi e mesi prima delle varie recite, e soprattutto non vedevo l’ora di intravedere la giacca di mio nonno spuntare dalla porta alle 15.30 per tornarmene a casa. La maestra era anche dolce e molto paziente, avevo due amiche del cuore, ma preferivo di gran lunga starmene a casa mia, mangiare quello che mi preparava mia mamma e giocare quanto e come volevo.

Non è stato traumatizzante, non è successo nulla di particolare, probabilmente ho pianto più o meno ogni mattina per andarci, ma i miei lavoravano entrambi dalla mattina alla sera e prima delle valutazioni pedagogiche dovevano risolvere il problema principale: non sapevano dove mettermi. Tirando la riga però direi che sono sopravvissuta e tutto sommato lo ricordo anche con affetto. Ecco, per mio figlio non è stato così: da quando aveva iniziato l’asilo non era più felice.

Da quando va all’asilo non è più felice. Come abbiamo capito che non era una fase passeggera

Giustamente, ognuno ha il suo carattere e ognuno affronta le nuove situazioni come può e come riesce, però ci sono alcuni segnali che hanno iniziato a farmi pensare, non subito, perché aspettavo che passasse, ma dopo un po’ mi sono resa conto che anziché scemare come avrebbe dovuto, il malessere peggiorava giorno dopo giorno.

I segnali che mi hanno aiutato a capire che all’asilo le cose non andavano

Il primo è che quando tornava a casa aveva smesso di giocare, era come se non ne avesse più voglia perché il pensiero era costantemente rivolto al fatto che l’indomani non voleva più tornare. Andiamo al parco? Non mi va. Prendiamo il monopattino? No, grazie mamma. Dal bambino solare che è sempre stato, all’improvviso era come se non avesse più voglia di fare nulla, che fosse totalmente assorbito da quella situazione negativa. Ecco, nel mio caso il fatto che non provava più interesse per tutto quello che aveva amato fino a poco prima mi ha spaventato e preoccupato non poco. E avevo ragione, perché era un segnale che in quel contesto non stava bene per davvero.

Il secondo è che era letteralmente ossessionato dal momento del pasto. Cosa si mangia domani? E se non mi piace? Si è scoperto dopo (e non ci voleva nemmeno molto a capirlo) che veniva esercitata una forte pressione sui bambini per farli mangiare. E lui in quella pressione si sentiva soffocare.

Il terzo, durante il weekend aveva delle crisi di pianto improvvise, dal nulla alla sola idea di tornarci ed erano crisi di pianto praticamente inconsolabili, altra cosa che non era assolutamente mai capitata e che mi ha colto totalmente impreparata.

Come è andata a finire?

Inizialmente l’idea era quella di tutte le mamme, probabilmente, è colpa mia, è colpa nostra. Ci sarà qualcosa che non ho fatto, in cui ho mancato, varie ed eventuali. Perché in fondo quando si parla di inutili sensi di colpa non siamo seconde a nessuno. Ho chiesto dei colloqui e li ho avuti, uno, due, tre. E ne uscivo sempre meno convinta, sempre più perplessa anche dalle risposte che in qualche modo provavano a ribaltare la colpa sul bambino, un bambino di quattro anni. E quando non funzionava con lui, la ribaltavano su di noi: il bambino ti ricatta, il bambino ti manipola. Sarà che l’esperienza di essere madre mi ha insegnato una cosa che mi porterò dietro a vita: ascolta tutti ma poi fai di testa tua.

Mi sono detta, chissenefrega se è novembre e non ho un piano B, chissenefrega se dovrò anche attraversare la città per portarlo altrove, pazienza se devo affrontare un altro inserimento, lui qui non sta bene e lo porto via.

Risultato? Il bambino è rifiorito, è tornato in se; è tornato a giocare a ridere, ad essere felice di svegliarsi la mattina e stare con i suoi amici. Ora ha compiuto sei anni ed è in prima elementare, altro cambiamento affrontato con sorriso e positività.

Da questa esperienza ho tratto le mie conclusioni: per molti versi questa società sembra si diverta a minare le tue certezze di genitori, a dirti e ribadirti che non sei capace. Che quello che vedi non è mai la verità. Che c’è sempre una dietrologia oscura e tu non la conosci, che c’è sempre qualcuno che può dirti cosa devi pensare e come devi pensarlo. La verità è che io per prima ho sempre avuto fiducia negli insegnanti, infatti mi ci sono affidata, e voglio che mio figlio abbia la stessa fiducia, perché è giusto così.

Ma quando le cose non vanno la salvezza la fa il tempismo di guardare il proprio figlio, dare fiducia alle sue emozioni e anche alle proprie. E andare. Non farlo gli avrebbe ingiustamente tolto una grande possibilità: stare bene altrove.

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