Come ferire una mamma

1024 677 Stancamente Mamma

C’erano delle tutine, io incinta di cinque mesi, e quel giorno c’erano mia zia, mia cugina e mia mamma.
Qui ci sono le prime cose che ho preso, il nome ancora non lo sappiamo. E invece lo sapevamo, ma volevo tenerlo per me.
Manca qualche body ma il resto lo prenderò tra poco. Eh sì, sogghigna mia zia: “Speriamo che ti ricordi“. In che senso? Penso tra me me.

Sorrido imbarazzata, sta scherzando, mi auto convinco, certo che scherza. La mia ingenuità mi portava a credere che non fosse possibile ferire così il prossimo, di proposito e senza apparente motivo. Sbagliavo, ma l’ho capito dopo.

Certo che mi ricordo. “Beh comunque non me la vedo proprio lei con un bambino“, esclama con tono sarcastico rivolgendosi a mia madre, nemmeno a me. A mia madre.
Non credo di aver più proferito parola in quella mezz’ora in cui si sono trattenute a casa mia.
Ero così entusiasta e ad un tratto mi sono sentita ridicolizzata, senza motivo. No, non scherzava, per niente.

Come ferire una mamma

In tante situazioni nei mesi a venire mi è tornato in mente questo episodio e non ho mai capito perché una donna di quasi sessanta anni con una figlia già grande dovesse provare gusto a ferire di proposito una ragazza incinta, che in quel momento immaginava la sua nuova vita con mille interrogativi in testa, davanti alla valigia ancora vuota dell’ospedale.
Sì è vero, prima di avere un figlio ero meno pragmatica e a volte con la testa tra le nuvole, ma questo ha ben poco a che vedere con la capacità o meno di fare la mamma. Tantomeno con quello che ci si può permettere di dire, anche nel caso in cui lo si pensasse per davvero.

Forse questa è stata la prima volta in cui mi sono resa conto di quanto noi sappiamo essere inutilmente taglienti, anche fra di noi. E ho cominciato da lì in poi a notare uno strano e sinistro bullismo di donne più grandi nei confronti delle ragazze più giovani. Non in tutte, ci mancherebbe, ma spesso succede, più spesso di quanto crediamo.

All’epoca ero molto ingenua, ho ingoiato il rospo e non ho risposto.

Fosse capitato ora l’avrei accompagnata alla porta senza troppi convenevoli, prima di tutto perché mi stava rivolgendo frasi offensive senza motivo e questa é già una ragione più che sufficiente a chiudere la conversazione. Lo dico ora però, a sei anni di distanza, all’epoca la cosa più brutta é che ho rischiato anche di crederci e non per debolezza ma perché ero in un momento particolare della mia esistenza; davanti a un cambiamento di vita così importante forse chi più o chi meno ce lo domandiamo tutti se saremo o meno all’altezza o se sarà un compito più grande di noi. Il problema é che chi in quel momento é più fragile o più sensibile, o semplicemente più spaventato viene ingiustamente ferito.
Intanto, una frase del genere ha avuto il potere di scavare nel profondo, contribuendo a un’ansia di non essere all’altezza che forse abbiamo tutte ma che certamente chi ti vuole bene prova a calmare, certo non alimentare.

Diciamo sempre che basterebbe poco per avere un impatto più decente o quantomeno non nocivo nella vita altrui; chissà perché però, anche quel poco, non lo facciamo mai.

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