La maternità di Brigitte Bardot è una di quelle storie che non trovano pace nel racconto pubblico, perché rifiutano ogni forma di addolcimento. In Francia non è mai stata trasformata in una parabola di crescita o redenzione. È rimasta quello che è stata: un’esperienza vissuta con rifiuto, sofferenza e ambivalenza profonda, raccontata senza il bisogno di essere resa accettabile.
Quando nel 1960 nasce suo figlio Nicolas, Bardot è all’apice della celebrità, ma anche in uno dei momenti più fragili della sua vita. La gravidanza non è desiderata, gravidanza che le stato imposto di portare a termine coronata da un matrimonio altrettanto non desiderato. Lei stessa lo ha dichiarato più volte, senza mai ritrattare. Nella sua autobiografia Initiales B.B. e in numerose interviste rilasciate alla stampa francese, Bardot ha raccontato di aver vissuto quella maternità come una costrizione, una perdita di controllo sul proprio corpo e sulla propria identità. Ha parlato apertamente di depressione, di pensieri di suicidio, di tentativi di fuga, di un senso di estraneità che non si è dissolto con la nascita del figlio, anzi si è andato ad acuire.

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Brigitte Bardot, matrimonio con Jaques Carrier nel 1966, da cui nacque il figlio Nicholas
La stampa francese dell’epoca, da Paris Match a France-Soir, racconta una giovane madre che non corrispondeva in nulla all’immagine rassicurante richiesta alle donne. Bardot non interpretava il ruolo, non lo mascherava, non lo compensava con dichiarazioni d’amore pubblico. E questo, in un Paese che pure si voleva moderno e liberale, è apparso subito intollerabile.
Negli anni successivi, quando Bardot ha iniziato a parlare con maggiore chiarezza della propria esperienza, il tono non è cambiato. In interviste a Le Monde e Libération, ha dichiarato senza esitazioni di non aver mai provato quell’istinto materno che viene raccontato come universale. Ha detto di aver amato suo figlio “come si può”, ma di non essersi mai sentita madre nel senso pieno e idealizzato del termine. Ha affermato, parole sue, che la maternità “non era fatta per lei” e che non avrebbe dovuto essere costretta a viverla.
Qui emerge con forza il tema dell’ambivalenza materna, quella zona grigia che spesso viene negata o ridotta a una fase passeggera. Nel racconto di Bardot, l’ambivalenza non è transitoria. Non si risolve col tempo, non evolve in una narrazione riparatrice. È una compresenza stabile di sentimenti contraddittori: affetto e rifiuto, responsabilità e desiderio di fuga, senso del dovere e mancanza di identificazione. Ed è proprio questa permanenza a rendere la sua testimonianza così disturbante. Nel corso degli anni, Brigitte Bardot ha rilasciato anche dichiarazioni estremamente controverse sul rapporto con il figlio, che hanno contribuito a rendere la sua maternità una delle più discusse della cronaca francese. In alcune interviste e passaggi autobiografici, Bardot ha utilizzato metafore durissime per descrivere la gravidanza e le sue conseguenze, arrivando a paragonare quell’esperienza a una malattia che le aveva “divorato la vita”, espressioni che la stampa francese ha spesso ricondotto a un vissuto di rifiuto profondo e mai rielaborato. In particolare, il riferimento al figlio come a una sorta di “tumore” emotivo è stato ripreso e criticato da numerose testate, tra cui Le Monde e Libération, come esempio estremo di una parola pubblica che rompeva definitivamente con qualsiasi aspettativa di maternità redentiva.
Queste affermazioni hanno suscitato reazioni di forte indignazione, ma anche riflessioni più ampie sul modo in cui alle donne viene richiesto di riformulare il passato per renderlo socialmente accettabile. Bardot non ha mai ritrattato quelle parole né le ha attenuate nel tempo, ribadendo di non voler trasformare la propria esperienza in un racconto riconciliato. La stampa culturale francese ha spesso sottolineato come la violenza del linguaggio utilizzato non fosse separabile dalla violenza simbolica vissuta dall’attrice, aprendo un dibattito scomodo ma persistente sull’ambivalenza materna e sui suoi limiti nel discorso pubblico.

Negli anni, la maternità di Brigitte Bardot è tornata ciclicamente al centro della cronaca francese ogni volta che l’attrice ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’argomento. Un momento chiave è stato il 1996, con la pubblicazione della sua autobiografia Initiales B.B., che ha riaperto un dibattito mai davvero sopito. Nel libro Bardot descrive la gravidanza senza attenuanti definendola “prigione”, come un periodo di profonda sofferenza, arrivando a raccontare di aver vissuto la nascita del figlio come una perdita di libertà e di identità personale.
Quelle dichiarazioni sono state riprese e analizzate da numerose testate francesi, tra cui Le Monde e Libération, che hanno sottolineato quanto fosse raro, soprattutto per una figura pubblica femminile, parlare di maternità in termini così esplicitamente negativi.
La stampa ha evidenziato non solo la durezza delle parole, ma anche la loro coerenza nel tempo, elemento che ha reso il racconto di Bardot particolarmente scomodo nel panorama culturale francese.

Come è stata criticata negli anni in Francia la maternità di Brigitte Bardot
Nel corso dei decenni, le dichiarazioni di Brigitte Bardot sulla propria maternità hanno suscitato reazioni forti e spesso polarizzate in Francia, diventando un caso emblematico del modo in cui la società e la stampa francesi hanno affrontato il tema dell’ambivalenza materna quando a parlarne è una figura pubblica.
Quando Brigitte Bardot ha parlato della propria maternità in termini di rifiuto e ambivalenza permanente, la reazione non è stata di semplice scandalo, ma di condanna morale esplicita.
Gran parte della critica si è concentrata su tre punti.
La prima accusa, ricorrente soprattutto nella stampa generalista e nei commenti editoriali, è stata quella di disumanizzazione del figlio. Le metafore utilizzate da Bardot, in particolare quella della gravidanza come “tumore”, sono state giudicate inaccettabili perché considerate una violazione di un tabù fondamentale: per molti commentatori francesi non è tanto il rifiuto della maternità a essere intollerabile, quanto il fatto che venga espresso pubblicamente, senza attenuanti. In questo senso, la critica non riguarda solo Bardot, ma il diritto stesso di una madre di nominare il rifiuto.
Una seconda linea di critica ha riguardato la responsabilità pubblica. Testate come Le Monde e Libération hanno sottolineato che Bardot, in quanto figura pubblica, avrebbe dovuto misurare le proprie parole per non legittimare una visione della maternità percepita come distruttiva. In diversi articoli e tribune, soprattutto negli anni Novanta e Duemila, è emersa l’idea che la sua testimonianza fosse “pericolosa” perché poteva normalizzare sentimenti ritenuti inconfessabili o socialmente destabilizzanti.
La terza critica, più sottile ma persistente, è stata quella di mancanza di redenzione. In Francia si è accettata, a fatica, l’idea che una donna potesse vivere male la maternità, ma solo a condizione che il racconto evolvesse verso una forma di riconciliazione. Bardot non ha mai fatto questo passaggio, e proprio questa coerenza è stata letta come una colpa. La stampa culturale ha spesso evidenziato come il rifiuto di “rileggere” il passato in chiave riparatrice fosse percepito come un atto di arroganza o di freddezza morale.
Anche Paris Match, pur più indulgente sul piano umano, ha insistito a lungo sul tema del “legame mancato”, contribuendo a costruire un racconto in cui la distanza dal figlio diventava una prova definitiva del fallimento materno. In questo quadro, la figura di Nicolas-Jacques Charrier è stata spesso usata come argomento retorico, più che come soggetto reale, rafforzando l’idea di una maternità giudicata non solo difficile, ma moralmente colpevole.

Brigitte Bardot, maternità e ambivalenza: “L’ho vissuta come una tragedia. Ha reso infelici due persone: me e mio figlio”
Nel corso degli anni Duemila, l’attrice è tornata più volte sull’argomento in interviste e dichiarazioni pubbliche, ribadendo di non aver mai provato quello che viene comunemente definito istinto materno e di non voler rileggere il proprio passato attraverso una narrazione più rassicurante. In un’intervista rilasciata a Paris Match, Bardot ha affermato che la maternità non dovrebbe mai essere imposta come destino naturale e che il silenzio intorno a queste esperienze produce più danni della loro esposizione. Parole che hanno suscitato reazioni contrastanti, tra condanne morali e tentativi di rilettura più contestualizzata, soprattutto nei supplementi culturali della stampa francese.
Anche la relazione con il figlio Nicolas, oggi un uomo di 66 anni padre di due figli, cresciuto lontano dai riflettori e affidato prevalentemente al padre, è stata spesso evocata dai media come elemento di giudizio, più che di comprensione. Bardot, tuttavia, non ha mai accettato di trasformare questa distanza in un racconto pubblico di colpa o di redenzione, rivendicando il diritto di raccontare la sua verità. Anche negli ultimi anni, quando interpellata sul tema, ha continuato a sostenere che non tutte le maternità trovano compimento nel tempo e che riconoscerlo è un atto di onestà, non di cinismo.
La Francia non ha mai davvero perdonato Bardot per questo. Non tanto per quello che ha vissuto, quanto per averlo detto senza filtri. In una cultura che accetta l’ambivalenza solo se temporanea e silenziosa, lei ha scelto la parola. Non ha chiesto comprensione, non ha cercato empatia, non ha rivisto il passato per renderlo più digeribile. Ha semplicemente raccontato la verità così come l’ha vissuta, pagando un prezzo altissimo in termini di giudizio morale.

Rileggere oggi la maternità di Brigitte Bardot significa confrontarsi con una realtà che ancora fatichiamo ad accettare: non tutte le madri trovano senso nella maternità, non tutte si trasformano grazie ad essa, non tutte riescono a integrare quel ruolo nella propria identità. L’ambivalenza, quando non viene riconosciuta, diventa colpa. E Bardot è stata colpevolizzata per non aver fatto il lavoro emotivo che la società pretende dalle madri.
Nel racconto autobiografico Initiales B.B., tradotto in Italia con “Mi chiamano BB“, Brigitte Bardot insiste più volte sull’idea di estraneità rispetto al figlio, non solo durante la gravidanza ma anche dopo la nascita. In un passaggio spesso citato dalla stampa francese, scrive di non essere mai riuscita a provare quello che definisce “l’amore materno spontaneo”, descrivendo il bambino come qualcuno che le era “capitato”, non scelto e di aver vissuto la maternità come una frattura irreversibile, qualcosa che aveva interrotto la continuità della sua vita e del suo desiderio, senza che il tempo riuscisse a ricomporre quella rottura.
Questo elemento è centrale nel modo in cui la sua testimonianza è stata letta e criticata in Francia. Non si tratta solo della durezza delle parole, ma del rifiuto costante di riformulare l’esperienza in termini socialmente accettabili. Bardot non adotta mai il linguaggio della colpa redenta o della riconciliazione tardiva. Al contrario, ribadisce che l’ambivalenza non è stata una fase, ma una condizione permanente, e che costringerla a raccontarla diversamente avrebbe significato mentire.
Questo ultimo capitolo di cronaca restituisce con chiarezza ciò che il racconto di Bardot ha sempre lasciato intendere: alcune maternità non trovano pacificazione nemmeno col tempo, e alcune distanze non si trasformano mai in riconciliazione pubblica. Anche di fronte alla fine, resta una storia segnata dall’ambivalenza e dalla mancanza di un lieto fine, proprio come l’attrice ha sempre raccontato. La sua storia non chiede di essere capita né giustificata. Chiede solo di essere guardata per quello che è: una maternità difficile, non risolta, raccontata senza indulgenza. E forse è proprio questo che la rende ancora oggi così scomoda, perché mette in crisi l’idea che la maternità debba sempre, prima o poi, salvare.
Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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