Ci sono momenti in cui sei circondata da altre mamme. Al parco, fuori da scuola, ai compleanni, in piscina, nei gruppi WhatsApp che non smettono mai di vibrare. Sei lì, presente, inserita nel contesto giusto, o meglio quello in cui devi essere, eppure ti senti sola lo stesso. Non una solitudine rumorosa, fatta di silenzi e assenze evidenti, ma una solitudine piena di voci, di risate, di frasi che scorrono senza mai toccarti davvero. È una solitudine che non dovrebbe esserci e forse proprio per questo pesa di più.
Perché sei tra mamme. Dovresti sentirti capita, riconosciuta, parte di qualcosa. Invece no. Invece senti una distanza sottile, difficile da spiegare, che ti accompagna anche mentre annuisci, sorridi, rispondi in modo automatico. Sei lì con il corpo, ma con la testa e con il cuore sei altrove.
Non è facile dirlo ad alta voce. Sembra ingrato, sembra una lamentela fuori luogo, sembra quasi un’accusa verso chi ti sta accanto. “Trova qualcosa da dire”, ti diresti da sola, come se bastasse la presenza fisica o qualcosa in comune, a riempire quello spazio. Così resti in silenzio. Ascolti conversazioni che non ti riguardano davvero, fai piccoli commenti di circostanza, dici “anche io” quando in realtà vorresti dire tutt’altro o stai pensando ad altro. Ti senti fuori posto senza esserlo davvero, troppo stanca per adattarti, troppo diversa per incastrarti, troppo sincera per certi contesti e troppo disillusa per raccontare come stai sul serio.
C’è un’idea molto diffusa che la maternità basti a creare legami. Come se avere figli fosse una chiave universale capace di aprire automaticamente le porte della comprensione reciproca. Ma non funziona sempre così. Essere madri non significa vivere le stesse esperienze nello stesso modo, non significa avere le stesse paure, lo stesso livello di fatica, la stessa disponibilità emotiva. Non significa avere gli stessi supporti. A volte le altre mamme diventano uno specchio in cui non ti riconosci, altre volte sei tu a sentirti quella sbagliata, quella che non ha risposte rassicuranti, quella che non è entusiasta come dovrebbe.
E allora ti chiudi. Non per cattiveria, ma per protezione. Per evitare di dover spiegare troppo, di dover giustificare pensieri che non trovano facilmente spazio nelle conversazioni veloci. Più ti chiudi, più resti in superficie, e più restare in superficie alimenta quella sensazione di solitudine che cresce piano, senza fare rumore.
Spesso questa solitudine nasce anche dal confronto silenzioso. Non quello dichiarato, ma quello che avviene dentro, mentre ascolti. C’è chi sembra sempre sicura, chi sembra avere tutto sotto controllo, chi racconta una versione ordinata della maternità, liscia, senza spigoli. E tu, che magari stai arrancando, inizi a sentirti fuori fase. Non peggiore, solo diversa. Ma essere diverse, in certi contesti, pesa come una colpa che non sai nemmeno di aver commesso.
Così smetti di raccontarti davvero. Riduci le parole, scegli cosa dire e cosa no, tieni per te la parte più tua, quella più confusa, quella che avrebbe bisogno di essere accolta senza commenti. E più ti trattieni, più la solitudine si fa spazio, anche quando sei in mezzo agli altri.
Esistono solitudini diverse. C’è quella evidente di chi é solo e poi c’è quella di chi ha persone intorno, ma non percepisce la differenza. È la solitudine di chi potrebbe parlare, ma non trova il momento giusto, le parole giuste o l’ascolto giusto. È una solitudine sottile, che non sparisce solo perché “oggi sei uscita” o perché “hai socializzato”. Perché non è una questione di presenza, ma di connessione.
A volte arriva anche il dubbio di essere tu il problema. Ti chiedi se sei troppo chiusa, troppo selettiva, troppo disincantata per costruire legami. Ma non sempre è così. Ci sono fasi in cui semplicemente non hai da dare, in cui il bisogno principale non è la compagnia ma il silenzio, in cui cerchi verità più che leggerezza. E non tutte le relazioni possono rispondere a questo bisogno, né è giusto pretendere che lo facciano.
Forse il primo passo non è fare più amicizie, ma smettere di colpevolizzarti per quello che senti. Sentirsi sole anche con altre mamme non significa essere sbagliate. Significa essere lucide. Significa riconoscere che la maternità non è automaticamente comunità. A volte è solo un attraversare insieme lo stesso spazio, senza davvero incontrarsi.
Non esiste una soluzione unica, né un modo corretto di vivere queste sensazioni. Esiste solo la possibilità di restare aperte senza forzarci, di accettare che alcune relazioni restino leggere, di lasciare andare l’idea che tutto debba essere profondo o significativo. Le relazioni vere, quelle poche che contano davvero, arrivano spesso quando sei pronta, non quando ti sforzi.
Nel frattempo, se ti senti sola anche in mezzo alle altre mamme, sappi questo: non sei l’unica. E non c’è niente di sbagliato in te. A volte sentirsi sole è solo il modo più onesto di stare dentro le cose.
Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
Se vuoi unirti al nostro gruppo privato “Stancamente Mamma / La stanza segreta”… CLICCA QUI

Lascia una risposta