A cura della Dott.ssa Nunzia Martella, fondatrice dell’associazione Educare in Positivo
Ebbene sì è successo anche a me, sono diventata la madre del padre di nostro figlio! Cinque anni fa sono diventata mamma. Mentre vivevo l’emozione di quei momenti pensavo anche: “con più di 15 anni di esperienza nel campo educazione e supporto alle famiglie e ai loro bambini, vedrai che tutto sarà più semplice”.
Una laurea in psicologia, master e corsi di perfezionamento che ormai non contavo più…figuriamoci se con tutto questo bagaglio di conoscenze e di esperienze mi sarei trovata a fare “errori” da novellina.
Avevo l’illusione di restare fuori da certe dinamiche sia relative alla relazione che avrei avuto con il bambino, sia con mio marito.
La teoria c’era, tutto incastrava alla perfezione e così credevo sarebbe stato anche per la pratica.
Si certo, immaginavo che le dinamiche sarebbero cambiate, che le nostre vite avrebbero subito uno scossone, che io come donna avrei vissuto momenti difficili, che non sarebbe andato tutto sempre liscio, ma non immaginavo che la “nuova mente di madre” avrebbe preso il controllo sulla mia “vecchia mente” soprattutto rispetto a determinate situazioni.
Quando è nato nostro figlio sono diventata una leonessa, pronta a difendere e a proteggere il bambino da tutto e tutti. Ero stanca, avevo bisogno di delegare, di riposare, ma sentivo altrettanto forte la necessità di non abbassare la guardia, di mantenere il controllo. Mi fidavo solo di me, del mio istinto: solo io sapevo, solo io potevo, solo io ero in grado di “farlo bene”. Così, poco a poco, è successo di ritrovarmi a sbirciare le interazioni tra padre e figlio, a guardare con occhio clinico il cambio pannolino, a scannerizzare i gesti quando giocavano insieme, a pesare le parole, a mettere becco ovunque, a correggere ogni cosa.
Avevo orecchie ed occhi sempre sulla modalità segugio. Gli dicevo cosa fare, quando farlo e come farlo proprio come se mi trovassi davanti ad un bambino.
Sapevo che lui era il miglior padre che avrei potuto desiderare per nostro figlio, ero certa del suo amore per lui e che avrebbe fatto sempre del suo meglio per il suo benessere, per la sua salute, sicurezza e felicità.
Allora perchè non riuscivo a smettere di essere così invadente, maestrina, indelicata, interferente, interventista?
Certo non ero cosciente della mia trasformazione nella versione suocera/cognata/amica/moglie impicciona e pesantona, ero sicura che stavo accompagnando mio marito, aiutandolo e supportandolo in cose che a me venivano più naturali per istinto e per formazione. Non avevo visto quanto si sentisse giudicato, pressato e avvilito. Mentre lui era alla ricerca del suo spazio, del suo modo io imponevo il mio. Mentre lui imparava a conoscere nostro figlio e ad adattarsi alla sua nuova forma come padre io eri lì, come un’ ombra controllante ed esigente. Non avevo visto quanta fatica stesse facendo e quanto, con il mio comportamento, non stessi apprezzando e riconoscendo il suo valore.
Fino a quando un giorno, me lo ha gridato in faccia “LASCIAMI FARE”! In quel grido c’era “lasciami provare a modo mio, lasciami sbagliare, lascia che io conosca i miei limiti e i miei punti di forza, lasciami il privilegio di costruire una relazione esclusiva padre-figlio”
Il ruolo del papa e la sua importanza: perché non li lasciamo fare?
Allora e solo allora mi sono resa conto che avevo dimenticato tutto quello che avevo studiato, tutto quello che conoscevo e avevo applicato mille volte aiutando le altre famiglie. Ho pensato che quella ricerca di perfezione che tanto avevo predicato, per lavoro, essere impossibile e anche dannosa la stavo pretendendo in lui. Ma poi chi ero io per poter dire che il MIO modo era quello giusto?
Allora ho ricordato Winnicott e la sua “madre sufficientemente buona” qualità estendibile assolutamente alla figura paterna. Ho ricordato uno studio in cui emergeva chiaro e forte che “l’amore paterno e quello materno hanno due impronte digitali differenti”. Ho pensato a tutti gli studi sul ruolo del padre, non solo nella diade madre-bambino, ma come protagonista con un ruolo evolutivo specifico.

Ho ricordato che le ricerche degli ultimi decenni hanno riconosciuto al ruolo dei “nuovi padri” un valore e un’importanza che va al di là dell’ assicurare il mantenimento e la sopravvivenza del figlio.
Per esempio, oggi sappiamo che:
● nonostante le interazioni madre-bambino non siano equivalenti a quelle padre-bambino, i piccoli possono sviluppare uno stile di attaccamento sicuro tanto con la figura materna quanto quella paterna, questo legame trova solo modalità differenti di esplicitarsi.
● il padre non solo funge da terzo nella diade madre-bambino, ma costituisce un elemento che contribuisce a dilatare la relazione, permettendo al bambino di sbocciare anche fuori da questo legame.
● grazie alla sua funzione di rassicurazione nella scoperta progressiva del mondo, promuove nel bambino un sentimento di fiducia e di autonomia, elementi principali nella relazione di attaccamento sicuro tanto quanto offrire conforto e protezione.
● nell’interazione di gioco, il padre, presenta modalità diverse da quelle della mamma, che di solito si concentra maggiormente sulla verbalizzazione. Lo stile è più attivo, legato alla fisicità e permette al bambino di avere fiducia nelle proprie capacità di affrontare il mondo e rendersi più autonomo, perché la capacità di un papà di rassicurare il bambino nell’affrontare il rischio gioca un ruolo fondamentale. Dunque esiste un’evidenza empirica che conferma quanto la madre e il padre costituiscano risorse differenziate per il bambino, sebbene entrambi rappresentino per lui fondamentali figure di attaccamento capaci di donare protezione, accoglienza, amore e fiducia. La madre propone al bambino la sicurezza tramite una relazione di tipo protettivo, mentre invece, il padre gli insegna a discernere e a familiarizzare con le difficoltà che provengono dal mondo esterno. Sembra poco rilevante che le modalità paterne, differenti dalle materne, non siano peggiori, ostacolanti o di poco valore? Vista così sembra ancora che il padre non possa fare bene e tanto quanto la mamma?
Vista così credo sia davvero più sano per la coppia e per la relazione con il bambino guardare alla diversità uomo-donna come arricchente e crearne una meravigliosa sintesi.
Bibliografia di riferimento
-Chimera, P. (2023). Attaccamento padre e figlio: l’importanza del ruolo del papà nella crescita.
-Confalonieri, L. (2024). Attaccamento sicuro nella diade padre-bambino: uno sguardo oltre la responsività paterna.
-Fiore, F., & Prati, M. (2012). Attaccamento: l’Importanza del Padre.
-Khaleque, A. & Rohner, R.P (2012). Transnational Relations Between Perceived Parental Acceptance and Personality Dispositions of Children and Adults: A Meta-Analytic Review Personality and Social Psychology Review 16(2) 103– 115
-Olsavsky Anna L., Berrigan Miranda N., Schoppe-Sullivan Sarah J., Brown Geoffrey L. & Kamp Dush Claire M. (2020) Paternal stimulation and father-infant attachment, Attachment & Human Development, 22:1, 15-26
-Winnicott Donald W., (1996) I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina Editore
Machin A. (2025), Cosa sappiamo davvero sull’amore. UTET Editore
Ongari, B. (2006). La valutazione dell’attaccamento nella seconda infanzia. L’attachment story completion task: aspetti metodologici ed applicativi. Unicopli.
A cura di Nunzia Martella, Dottoressa in Psicologia e Fondatrice dell’associazione Educare in positivo. L’associazione Educare in Positivo nasce a Barcellona dall’idea di una mamma italiana e una spagnola, unite dal desiderio di creare uno spazio di sostegno per famiglie e caregiver.
Il proposito è guidare, supportare e aiutare durante il coraggioso viaggio verso un’educazione consapevole, amorevole e rispettosa.
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Olivia
C’è grande bisogno di realtà, di leggere anche cose che a volte non si hanno coraggio di dire e se tutto questo è affiancato da una professionista preparata che cura la scelta di ogni parola, è un dono. Grazie!