Per provare ad essere felici, serve cambiare il punto di vista

1024 581 Stancamente Mamma

Che emozione, mio figlio ha detto la sua prima parola! Ah, solo adesso? Non ha iniziato a parlare un po’ tardi? Tizio quando l’altro giorno ci siamo incontrati dice che suo figlio è sempre stato più gestibile del mio. Caio sostiene che se non dorme forse é colpa mia, sarà forse che lo agito. Forse sbaglio, forse non sono all’altezza di questo ruolo, forse in quella situazione, quella volta, avrei dovuto agire diversamente, forse ora sarebbe tutto diverso.

Non parla ancora? È perché non gli hai letto I Promessi Sposi e avresti dovuto stimolarlo di più! Non cammina? Ma si vedeva chiaramente che é in ritardo, sono mesi che avresti dovuto farci caso. Per non parlare di quanto piange quando si separa da te. Te l’abbiamo detto tutti che lo stavi crescendo mammone. E infatti così é stato. Sono in centinaia, ma cosa dico, migliaia probabilmente le mamme che quotidianamente si sentono così, e che arrivano all’autoflagellazione e pensieri di inadeguatezza. I più disparati. Non sono capace, mio figlio avrebbe meritato di meglio. A tutto questo seguono tristi svalutazioni e altrettanto cupi pensieri.

Non mi soffermo a guardare al contesto, perché tanto nella maggior parte dei casi sul contesto si può agire ben poco: chi si rivolge agli altri con così poco tatto ha talmente poca sensibilità che difficilmente cambierebbe atteggiamento semplicemente facendoglielo notare. Sarebbe bello, ma siamo tutti abbastanza grandi da sapere che non funziona quasi mai cosi. E anche per farlo notare si devono impiegare tempo ed energia che in molti casi sarebbe magari più proficuo investire in maniera diversa.

Per provare ad essere felici, cambiare il punto di vista

Non sei, non hai, non fai: il potere distruttivo chi spegne ogni entusiasmo

Non sei “abbastanza” . Quest’altra cosa non ce l’hai, che sia una qualità personale, una dote, un oggetto. Quest’altro non l’hai fatto come ci si aspettava da te. Sembrano frasi buttate a caso, sciocchezze di poco conto, ma sono come piccole gocce, che quotidianamente scavano dentro di noi. Senza rendermene conto per tantissimo tempo mi sono trovata di fianco a persone che non fanno che sottolineare quello che non va, che magari è una virgola o una minuzia rispetto a tutto quello che va, Senza volerlo e senza assolutamente rendermene conto, questo modo di essere stava prendendo anche me. Ero diventata non esigente, ma intransigente soprattutto con me stessa, costantemente pronta a rimuginare sui miei veri o presunti errori, sulle mie mancanze, sui miei difetti.

Poi ho avuto un figlio e questo atteggiamento mentale é peggiorato, alla grande, con l'”aiuto” anche delle persone attorno a me. Magari ero contenta per qualcosa, arrivava la critica su quello che mancava. Come qualcuno che prepara sette portate di cena meravigliosa, mettendocela tutta e all’ultimo, sbaglia una forchetta. L’attenzione non era mai rivolta a tutto quello che c’era di buono, ma all’errore. E non gliene faccio una colpa, perché c’é chi vive una vita intera così, a caccia della propria infelicità e dei propri errori.

Una sera di luglio sono tornata a casa dal parco col bambino, tardi, all’ora di cena. Lavoro arretrato da finire la sera, marito appena rientrato anche lui dall’ufficio, frigo mezzo vuoto, cena da preparare, casino in giro. E naturalmente stavo per tormentarmi, di nuovo, sulla mia poca organizzazione e sul fatto che alle sette di sera fossimo tutti in alto mare.

Mio figlio dal salotto mi ha guardato con una foglia che aveva raccolto nel parco nei capelli, scoppiando in una risata contagiosa. Lì ho capito una cosa, e mi sono data una svegliata. Ho capito che avrei cambiato prospettiva, e l’ho fatto. Perché a furia di guardare quello che mancava, non avevo più la giusta lucidità per osservare e apprezzare quello che c’era, ed era molto.

L’autoflagellazione quotidiana sarebbe finita, ho giurato a me stessa, e così è stato. La nuova prospettiva mi imponeva di essere più rispettosa verso i miei sforzi, più comprensiva con le mie mancanze. E un po’ più oggettiva anche, finalmente, con quello che facevo e faccio di buono. E non é poco. O meglio, se é tanto o poco non lo so. Io so che é il mio massimo, e va bene così. Quanto agli altri, non ho smesso di ascoltarli, tra i tanti consigli, parole a volte un po’ fuori posto, magari c’é anche del buono. E io sono pronta ad accoglierlo. Ma è scattato qualcosa dentro di me che quei commenti, se e quando arrivano non arrivano più né a ferirmi né a spegnere il mio entusiasmo. Magari il mio entusiasmo é per un abbraccio di mio figlio, per un suo buon risultato in qualcosa quando so che ha fatto fatica, nel vedere qualcosa che vedo solo io, perché la mia vita la conosco io, non gli altri. E so io che cosa é per me “tanto”, “poco”, “abbastanza” o niente. Nessuno può sapere meglio di me che cosa può farmi felice, che cosa può essere importante nelle mie giornate. A volte provare ad essere felici significa solo volersi più bene.

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti