Mamme, lavoro e storie di ordinario squallore

1024 674 Stancamente Mamma

Mamme e lavoro è un tema di cui scrivo sempre più controvoglia, non ho nessun problema ad ammetterlo. Principalmente perché ho la netta sensazione che siano due temi che ancora oggi facciano fatica ad andare d’accordo e il gruppo di mamme di questa pagina me ne da più spesso di quello che credevo una triste conferma.

Io posso dire di essermi portata subito avanti, non ho avuto nemmeno tempo di rientrare dalla maternità. Hanno provato direttamente a licenziarmi il giorno dopo in cui ho comunicato la gravidanza al datore di lavoro. E sono strane coincidenze quelle per cui fino a una settimana prima ricevi apprezzamenti e lodi dai responsabili e dai clienti, e invece il giorno dopo aver dato la notizia ti arrivano mail che non hai mai ricevuto, con le critiche più improbabili. Purtroppo non è stato difficile realizzare non ci sarebbe stato certo un tappeto rosso ad attendermi al rientro, già a fatica avrei probabilmente ritrovato una sedia e il mio computer. Capita l’antifona, ho tolto il disturbo ancora prima di rientrare, per evitarmi mesi di mobbing doloroso e patetico, perché così sarebbe stato. Relegata ad espiare nell’angolo la colpa di essere diventata madre e di aver “tradito” l’azienda. Perché in molte aziende, nel 2022, e dopo i grandi sermoni sulla conciliazione di lavoro e famiglia è così che ti vedono. Da “risorsa”, ecco che ti trasformi in un peso.

Un anno dopo ho risposto a un annuncio come freelance in una agenzia pubblicitaria come copywriter, il mio mestiere da diversi anni. Mi hanno detto siamo felici di dare una possibilità a una mamma. Non ero più una persona con due lauree e dieci anni di esperienza, adesso ero “una mamma”. Come se “una mamma” fosse la categoria sfigata a cui tendere una mano e un pochino di pietà. Forse non è che sembra, forse è davvero così.

E hanno fatto un affare, lo dico rischiando di peccare di poca modestia, pazienza. Hanno fatto un affare perché una mamma, terrorizzata da non trovare più un lavoro, sente che deve dimostrare il triplo per tenersi uno straccio di lavoro, e si sbatte il triplo, il quadruplo, per dimostrare di “meritare” quel posto. E consegna prima il lavoro facendo tardissimo la notte, e lavora, come nel mio caso, molte più ore di quelle per cui viene retribuita.

Un lavoro freelance implica poche garanzie e molta agilità. Puoi venire in ufficio una volta a settimana? Poi le volte diventano due, tre, quattro e cinque. Ma il contratto però non cambia mai. Ed ecco che ti ritrovi, per quattro soldi, una persona con un contratto precario, in ufficio un sacco di ore che lavora come un mulo. Eccolo qui, l’affare. E alla fine, la tratti anche come se ti dovesse dire grazie.

Credevo di essere io ad aver infilato una serie di situazioni malsane, invece purtroppo mi rendo tristemente conto di essere in buona compagnia: di storie come queste ce ne sono ogni giorno. Come quella di Giulia Scannavino, diventata virale su LinkedIn.

Mamme, lavoro e storie di ordinario squallore

Giulia Scannavino, al colloquio per una grande azienda domande sulla vita privata: a loro una mamma non interessa

Dicono che le donne si deprimono, che la maternità è difficile. No, la maternità non è difficile quando hai la possibilità di autodeterminarti come essere umano. La maternità diventa difficile quando vieni buttata fuori dalla società, quando c’è chi decide che tu non devi, non puoi e non sei più in grado di lavorare.

La maternità in sé, è una bellissima opportunità per chi la vuole vivere, la maternità in certe condizioni però diventa un incubo. E il problema non sono mai i bambini. Il problema è la società. La storia della ventottenne Giulia Scannavino rappresenta purtroppo un’ennesima testimonianza:

“Di recente ho fatto un colloquio per una nota compagnia italiana (ero di fronte a 6 persone, tra chi mi faceva domande, chi guardava se muovessi le dita delle mani e chi guardava se per caso mi tirassi su gli occhiali sul naso o respirassi). Inizio a parlare del mio background formativo ed in seguito elenco e spiego cosa ho imparato dalla mie esperienze lavorative.

Un bagaglio non vasto, ma neanche troppo superficiale a 28 anni, direi. Poi il recruiter comincia a farmi domande sulla mia vita personale. Io non ho nessun problema a descrivermi: sicura rispondo senza farmi intimorire. Dopo qualche minuto la situazione degenera. La recruiter inizia a chiedermi come farò a lavorare con un bambino di due anni. Se ho pensato che la mia vita con un lavoro sarà ancora più frenetica. Mi chiede con voce provocatoria come farò a trascorrere il giorno di Natale a lavoro anziché a casa con mio figlio. Sempre con lo stesso tono, mi domanda come farò a non partire con lui durante le sue vacanze estive ad agosto e se soffrirò a mandarlo da solo al mare con il papà. Io mantengo la calma, e con tutta onestà e tranquillità replico che, avendo partorito sotto pandemia (per sfortuna o per fortuna), ho avuto tantissimo tempo da dedicare a mio figlio. E dunque è arrivato il momento di pensare alla mia “carriera”; aggiungo inoltre che dedicarmi al lavoro sarebbe in primis un investimento per un futuro migliore da regalare a mio figlio.

Esco dal colloquio distrutta. Sì, distrutta. Sono triste, amareggiata e scoraggiata perché quelle domande hanno, senza alcun limite o filtro, frantumato il mio essere donna. Non mi è stato chiesto cosa ho imparato dalla precedenti esperienze lavorative e neanche quali fossero le mie future aspirazioni. Non mi hanno fatto domande del tipo “come ti vedi tra 5 anni”. Non hanno neanche letto il mio cv, se proprio dobbiamo dirla tutta. Una settimana dopo una mail: esito negativo. Sono estremamente dispiaciuta perché un’azienda di un certo calibro mi ha valutata sulla base della mia vita privata. L’ultimo colloquio mi ha fatta sentire un ostacolo, un impedimento. Non hanno minimamente valutato le mie competenze, quelle che ho cercato di mostrare al meglio durante i vari steps dell’assessment. (Una roba tipo 6 colloqui tra individuali, collettivi, test in inglese e registrazioni) No, a loro una mamma non interessava, punto.

Questa è l’ennesima storia di una persona, come ce ne sono una marea là fuori, con tantissimo da dare alla società, valutata e discriminata per le sue scelte e per la sua vita mancata. Un’ennesima occasione sprecata.

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