Parcheggio spesso la macchina nella via davanti alla vecchia casa di mio nonno, dopo svariati giri per trovare un parcheggio.
Guardo di sfuggita il portone, e mi defilo, non so perché. Oggi ho parcheggiato ancora là e c’era anche mio figlio; guarda gli dico, questa era la casa di mio nonno. Mentre guardavamo, dal portone escono due persone, piuttosto giovani: ‘Deve entrare signora?’. Ogni volta che mi chiamano signora mi viene da voltarmi e vedere se c’è qualcun altro, non mi abituo mai a sentirmi chiamare così.
‘Si grazie’ e tengo la porta. Mio figlio mi guarda con sguardo divertito, due passi e siamo nel cortile che porta alla sua scala. È rimasto tutto identico, tranne alcune vecchie palme che non ci sono più.
E anche un’altra cosa è cambiata: non c’è più quell’odore che non so descrivere delle case di una volta. Ma se chiudo gli occhi io lo sento ancora, e mi rivedo bambina, pallida e minuta che sale le scale tornata da scuola. Uno sguardo, e la mente torna automaticamente al passato, senza freni.
Mi aspetto di vedere mio nonno che scende con il suo cappotto blu e la sigaretta accesa.
O che sbuchi mia madre, giovane, che viene a prendermi dopo il lavoro.
Mi perdo a pensare che forse dalle case dell’infanzia non andiamo mai via per davvero, c’è sempre una parte di noi che rimane lì, tra le vecchie mura che hanno cambiato colore chissà quante volte ancora. Ma tu le hai nella mente così come erano allora; come una vertigine, rivedo tutto, perfino uno dei primi voli che ho fatto con la bici sul muretto e sento la sensazione fredda del mercurio cromo sul ginocchio. Non è vero che il cervello dimentica, il cervello accantona, va avanti, sopravvive, si adatta. Ma è tutto lì, pronto per riemergere. Basta un suono, un odore, un’immagine, e ti accorgi che il tempo non è realmente mai passato.

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