Il mio bambino non mi ascolta: forse la colpa è anche la nostra

1024 683 Stancamente Mamma

Mio figlio non mi ascolta, non mi rispetta, non presta attenzione alle mie parole, fa il contrario di quello che gli chiedo di fare. Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Quante volte probabilmente le abbiamo pensate senza trovare una soluzione o comunque, continuando a cercare problemi nel bambino.

“Sarà nervoso”, “Crescendo non gli sta venendo un bel carattere”, “Non mi rispetta” e via discorrendo. A volte si distribuisce un po’ della colpa in giro. Non si troverà bene all’asilo, a scuola e via discorrendo, senza pensare che con molta probabilità gran parte della responsabilità è proprio la nostra e parte da lontano. Comincia con l’idea probabilmente inconscia che abbiamo dei bambini e di ciò che devono fare per essere considerati “bravi”, e finisce con l’idea che abbiamo di noi come adulti, di quello che possiamo permetterci o meno nei loro confronti nascondendoci dietro al paravento della stanchezza o di una brutta giornata, che ovviamente possono accadere e accadono, ma non possono sempre essere la scusa per tutto.

Ieri ho portato il mio bambino a giocare al parco, mi siedo su una panchina e mi metto ad osservare alcune dinamiche. Lui si è seduto su una specie di cavallino a molla e iniziato a dondolare. Nel giro di pochi secondi arriva un bambino credo della sua età e gli piazza due sberle per scendere. Mio figlio rimane allibito e non si difende (cosa di cui con lui ho cercato di parlare diffusamente dopo).  La madre assiste a tutta la dinamica e non proferisce parola, non gli chiede di scusarsi, non gli fa notare di essere stato manesco e non aver aspettato il suo turno, nulla.

Pochi minuti dopo lo chiama per andare via, o meglio gli urla addosso. Lui come da prassi per i bambini che si stanno divertendo al parco, oppone resistenza, non ha nessuna voglia di andare a casa. A quel punto lo prende per un braccio, lo trascina all’uscita in malo modo, tra lacrime del bambino urlando minacce di ogni genere: la più leggera è qui non ci torniamo più, la peggiore è vuoi vedere che adesso prendi due sberle?

Ora, non è mia abitudine spiare i comportamenti altrui o giudicare, chi un po’ mi conosce lo sa, però era davanti a me, e il bambino a sua volta aveva alzato le mani su mio figlio, quindi l’ho notato per forza di cose. Rivedendo a posteriori la sequenza alla domanda “Come mai i bambini si comportano così, perché per ottenere qualcosa non chiedono in modo civile, ma prevaricano con la forza, quale può essere la risposta più sensata?”

Glielo insegnano gli adulti, lo apprendono in casa perché lo vivono ogni giorno. Imparano che quando si vuole ottenere qualcosa e lo si vuole ottenere in fretta si alza la voce, quando questo non risulta efficace, si passa alle mani, da adulti si può aggiungere a tutto questo la fine arte del ricatto, applicabile in ogni momento della vita. Perché un bambino trattato senza alcun rispetto dovrebbe rispettare i genitori?

Quindi in buona sostanza, il bambino del parco si è comportato nell’unica maniera che conosce, ovvero con la prevaricazione, che è evidentemente lo schema che più gli è familiare. Ha utilizzato per provare ad ottenere ciò che voleva uno schema molto ben collaudato e di sicuro successo, almeno nell’immediato: la legge del più forte.

Quando ci si domanda per quale motivo i bambini non abbiano rispetto, la risposta è che probabilmente noi non ne abbiamo a sufficienza per loro, a partire dalla facilità di giudizio nei loro confronti e dei loro comportamenti, abitudine che finisce per ferirli e per allontanarli.

Alla domanda: “Come fare quando i bambini non ascoltano e non ci rispettano?” la risposta più veritiera è forse una, iniziare a osservarci da fuori, a capire come ci relazioniamo nei loro confronti. E a trattarli esattamente come vorremmo che loro facessero con noi.

La buona notizia è che lavorando un po’ su noi stessi, sui nostri schemi mentali e sul nostro modo di porci, si può fare, ma soprattutto, funziona alla grande.

1)  R come Ristrutturazione: cambiare il nostro modo di pensare e dare una nuova lettura alle situazioni

Dopo il parziale fallimento del Metodo Montessori su mio figlio, ho perso molto entusiasmo verso tutte quelle idee che si raggruppano poi e diventano “metodi”. Questo però non mi impedisce di continuare a leggere e trovare spunti interessanti. Uno di questi è il Metodo Danese, che mi ha immediatamente affascinato come approccio, per questo ho voluto parlarvene. Il libro racconta di una mamma americana sposata con un uomo danese, e di come nel corso del tempo lei si sia resa conto di come a differenza di lui tendesse a reagire troppo velocemente. Esasperata, alzava le mani: “La bambina non fa quel che le dico, non ubbidisce mai”. Suo marito invece non solo mostrava più pazienza, ma aveva una frase magica per ogni situazione, ed era in grado di trasformare una situazione spiacevole in una più favorevole, dandole un risvolto diverso: il dolore diventava meno intenso e la rabbia scemava.

Molte volte il modo in cui consideriamo la vita fa parte di una nostra scelta più o meno inconscia. Riteniamo che il nostro modo di vedere la realtà sia l’unico possibile. Immaginiamo di trovarci in una galleria d’arte e di osservare un quadro con una guida che ne illustra i dettagli. così iniziamo a notare ciò che dapprima era passato inosservato. Prima avevamo concluso che fosse un quadro pessimista, con protagonisti un poveretto affianco a un’incapace. La guida invece fa notare che c’erano persone che stavano portando regali, l’uomo è piegato perché morso da un cane e la donna si sta prodigando per aiutarlo.

Ora, la trama narrativa è completamente diversa. Lo stesso identico quadro, arricchito di dettagli, cambia completamente la storia. Ecco, la capacità di riscrivere la trama della nostra vita, della nostra famiglia, dei nostri bambini, è una delle chiavi fondamentali della nostra felicità, anche come famiglia.

 

2) Ottimismo realistico: ovvero la capacità di riformulare un’esperienza da una prospettiva diversa

Se vi state domandando se la capacità di ristrutturare una situazione, ovvero un problema familiare, un bambino che non ascolta, come con l’esempio del quadro, possa cambiare la quotidianità e la nostra vita, beh, la risposta è sì, la può cambiare eccome, facendo la felicità di tutti.

Sembra che i danesi insegnino ai loro figli esattamente questo, da secoli, ovvero a riformulare un’esperienza, a padroneggiare la ristrutturazione, che non è altro che la pietra angolare della resilienza. Questo non significa negare i problemi o affrontare la vita con immotivato ottimismo, significa semplicemente scegliere di concentrarsi su ciò che è buono, anziché su ciò che non va.

Faccio un esempio concreto: settimana scorsa il mio bambino non aveva voglia di andare alla lezione di atletica. Ogni tanto direi che anche lui ha diritto ad essere stanco, a non avere voglia, a poltrire un po’ sul divano. Esattamente come un adulto: quale adulto fa un abbonamento in palestra e non salta una lezione?

Beh, accenno semplicemente la cosa a mia mamma per informarla che saremmo restati a casa. Mi risponde che ultimamente è molto meno attivo. Le rispondo, tu a cinque anni facevi per caso nuoto, equitazione, atletica e andavi in un asilo dove parlano solo inglese e fai fatica anche lì? A me sembra che questo bambino, faccia tantissimo, e lo faccia anche con molto entusiasmo. Lo penso davvero, non per finta, quindi ho scelto immediatamente di interrompere la narrazione del “non ha voglia”, perché non solo non gli rende merito, ma è anche profondamente ingiusta nei suoi confronti. La scelta di come parlare ai nostri bambini, di evidenziare o meno il buono che c’è in loro parte da noi e solo da noi.

 

3) “Sei capriccioso”: le etichette e il loro terribile potere distruttivo

“Odio volare”, “Sono una frana in cucina”, “Non ho forza di volontà”, significa usare un linguaggio sintetico.

“Mi piace viaggiare quando scendo dall’aereo”, “Preferisco usare le ricette quando cucino”, “Adesso cercherò di mangiare sano e fare più sport”, rappresentano un modo diverso e più rispettoso di vedere le situazioni: il nostro linguaggio è una questione di scelte ed è fondamentale perché rappresenta la cornice nella quale si vede il mondo.

Molte di queste etichette ci seguono (e ci perseguitano) fino all’età adulta. Una gran parte di quel che pensiamo di noi come adulti deriva da quello che abbiamo ricevuto da piccoli – pigri, sensibili, egoisti, stupidi, timidi, intelligenti. Se ci riflettiamo attentamente quali sono le cose che pensiamo di noi e ci sono state inculcate da piccoli? Molte, con buona probabilità. Molti di noi continuano a vivere all’ombra di queste etichette, rapportandosi ad esse inconsapevolmente per il resto della vita. Allontanarsi da tutto ciò significa aprire nuove strade per cambiare noi stessi e i nostri figli.

Quanto è considerato “normale” al giorno d’oggi sentire persone che parlano di bambini disturbati? Sembra che sia diventato assolutamente normale descrivere i bambini, nostri o altrui con problemi psicologici e se ciò non corrisponde nemmeno alla realtà e si dice senza dare il giusto peso a ciò che si dice, i bambini iniziano ad associare se stessi a quelle trame narrative, rimanendoci probabilmente intrappolati a vita. Così facendo, continuando a ripetere a noi stessi e ai bambini ciò che non ci piace in loro avvaloriamo semplicemente e spesso irrimediabilmente la visione negativa che avranno di loro stessi. Dire frasi come “Non mangia niente”, “Non ascolta niente” definisce i bambini in modo molto negativo. Più separiamo il comportamento dal bambino, più riusciremo a cambiare il modo in cui lo vediamo, più cambiamo il modo in cui il bambino pensa di sé: anziché dare giudizi cerchiamo di capire che cosa ha causato quel comportamento

 

4) Consigli pratici

  • Eliminare il linguaggio bianco/nero: “Lei è cosi” “Lui è così” e sostituirlo con un linguaggio meno severo e più equilibrato.
  • Separare le azioni dal bambino: un comportamento non definisce la persona, che sia un adulto o un bambino, è causato da diversi fattori e soprattutto, si può modificare.
  • Riscrivere la trama narrativa dei bambini rendendola più amorevole, delicata e rispettosa: riscriviamo tutti quelli che definiamo difetti, cercando la causa e astenendoci totalmente dai giudizi concentrandosi sui loro lati positivi.
  • Usare un linguaggio valutativo: è importante aiutare i bambini a capire le proprie emozioni, a riconoscerle dietro un’azione. Aiutandoli a identificare l’azione e le intenzioni impareranno anche a cavarsela da soli.
  • Ridere insieme è sempre una buona idea: stabilire un contatto con il bambino alleggerendo la situazione utilizzando il senso dell’umorismo. Questo non significa negare un’emozione, ma considerarla sotto una nuova prospettiva.

In buona sostanza, da adulti spesso passiamo troppi anni incappando da un errore all’altro: relazioni poco appaganti, ricatti morali di ogni genere, svalutazione della nostra persona sembrando quasi incapaci di scegliere il meglio per noi o di dare il giusto valore alla nostra persona. Ci vogliono spesso percorsi faticosi per toglierci le etichette e talvolta non vanno via del tutto. Con i nostri bambini abbiamo la nostra più grande opportunità: riscrivere la nostra storia e la loro, insieme. Senza giudizi, senza etichette, senza valutazioni e senza dolorose prevaricazioni: non c’è regalo più grande che possiamo fare loro.

 

 

 

Se vuoi unirti al nostro gruppo privato “Stancamente Mamma / La stanza segreta”… CLICCA QUI

… Perchè nasce Stancamente Mamma

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti