Genitori competivi: come spegnere le passioni di un figlio

1024 650 Stancamente Mamma

I genitori competivi per me hanno sempre rappresentato una leggenda metropolitana: “Ma dai, dicevo a me stessa, figuriamoci se uno può rivelarsi tanto pressante con un figlio, e per quale ragione poi?” Per quale ragione onestamente non lo so, o meglio ne ho una vaga idea, ma sul fatto che esistono posso dire che è una certezza e ho anche idea dell’effetto che producono certe pressioni.

Mio figlio ha quasi sei anni e fa i suoi sport, gli piacciono, è felice di andare, ci va volentieri. Finché lo vedo felice io non ho problemi a portarlo se piove, sopporto anche il gelo e il vento dell’inverno fuori dalla pista di atletica, faccio l’equivalente di dieci saune quando lo aspetto negli spogliatoi della piscina. Molte volte starei ben più comoda sul divano di casa, specie se diluvia o ci sono trentacinque gradi, ma il suo entusiasmo e la carica che gli dà lo sport fanno sì che la fatica di certi giorni passi in secondo piano.

Il motore di tutto è la sua felicità, io nello sport, specialmente a cinque anni non ci ho mai visto altro. Ma evidentemente non tutti la pensiamo così e non per tutti è solamente un modo per stare bene e stare insieme agli altri bambini.

Genitori competitivi: come spegnere le passioni di un figlio

Quando i genitori pretendono troppo

Tutto è cominciato un giorno in un agriturismo, quando dopo pranzo i piccoli potevano fare il giro pony. Da quando il mio bambino di allora 4 anni è salito su un cavallo ha iniziato a parlare solo i cavalli, non ha mai avuto un attimo di paura. Gli piace accarezzarli, spazzolarli, prendersi cura di loro. Non ha mai fatto nemmeno una piega quando da cavallo ci è caduto trottando: è risalito ridendo mentre io che lo vedevo seduta fuori mi sono spaventata, e anche parecchio.

Nessuno di noi va a cavallo, nessuno ha mai pensato all’equitazione, tanto meno alla competizione. Finché gli piace è un ottimo modo anche per stare a contatto con gli animali e sviluppare abilità motorie, se e quando non gli andrà più ce ne faremo tutti una grandissima ragione e farà altro. Men che meno né suo padre né io abbiamo mai pensato all’agonismo. La promessa la faccio perché è doverosa.

Eppure probabilmente a non avere intenzioni particolari in quel corso ero l’unica. Un giorno l’insegnante racconta che una bambina della stessa età era stata spostata al corso di pre-agosismo, allenandosi tre volte alla settimana e non una, come i nostri figli. Forse non ci crederete, ma si è scatenato l’inferno, tanto che una delle mamme di un compagno di mio figlio visibilmente alterata ha iniziato praticamente a gridare contro la maestra ponendole la domanda che non credevo avrei mai sentito dal vivo: “Perché non l’avete chiesto a mio figlio, perché lei e non lui?”. Dentro di me ho pensato alla risposta, all’unica che ritengo possibile, perché “forse” l’insegnante ha notato nella bambina delle doti diverse rispetto agli altri, ad esempio.

Oppure c’è stata la domenica del saggio, quando i bambini dovevano fare un giro del campo grande, un campo che non conoscevano e seguendo un percorso che non avevano mai fatto. La maestra si è “permessa” di tenere il cavallo mentre trottavano. Apriti cielo: sulla chat si è scatenato il secondo inferno. Le madri inferocite hanno contattato di domenica mattina la proprietaria lamentandosi del fatto che i loro figli non avessero fatto la figura che meritavano. Quell’eccesso di premura insomma, non aveva reso giustizia ai bambini. Nulla importava che le insegnanti rispondevano che per la sicurezza a un bambino di nemmeno sei anni in un campo grande è meglio tenere il cavallo, niente da fare.

Potrei andare avanti a sciorinare esempi fino a domani mattina ma mi fermo qua, tanto ci siamo capiti. L’importante non è che il bambino stia bene e si diverta, ma poterlo ostentare.

Genitori competitivi: come spegnere le passioni di un figlio

Per non parlare di tutte le volte che intervengono: “Tienilo così quel cavallo, scendi di là”, sostituendosi all’insegnante che per educazione e per il quieto vivere non gli risponde di tacere e di lasciarle fare il suo lavoro. Nel frattempo però, tra pressioni, urla e quant’altro senz’altro una cosa è cambiata, l’unica che conta. L’ho notato perché quei bambini li conosco da due anni e sono amici di mio figlio, non sono persone che ho incrociato un giorno per caso. Lo sguardo nei loro occhi quando prima correvano nel maneggio con le carote in mano portate da casa o socchiudevano gli occhi quando abbracciavano il cavallo, ecco quello sguardo ha perso la sua luce e non un giorno, l’ha persa e basta.

Entravano camminando quasi a testa basta, già a cinque anni con le spalle cariche di un peso odioso e insopportabile, quello di soddisfare magari le aspettative mancate dei genitori, di primeggiare sui compagni, di competere, di arrivare primi, probabilmente non avendone nemmeno le qualità. Non si dice mai, ma anche non eccellere è un diritto.

Ed ecco anche moltiplicarsi le assenze: “Non capisco perché Marco che era così entusiasta non voglia più venire!”. Che strano eh, non ci arriviamo. Trasformare un luogo magico e molto amato con una maestra dolce e comprensiva in un’occasione per sentirsi continuamente svalutati e sotto pressione. Non è facile distruggere una passione, ma con ottusità e arroganza possiamo anche riuscirci. A patto che non ci lamentiamo poi quando da adolescenti non si schioderanno dal divano: è li che li abbiamo portati, forse proprio noi. Pretendendo che gareggino anche quando non sono in grado: a quel punto non fare più nulla diventa il modo migliore per non deluderci.

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