Quando le donne svalutano i meriti delle altre: perché il successo altrui dà così fastidio

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Frequentando posti con mio figlio mi capita di conoscere tante persone, soprattutto mamme e nonne. E spesso resto stranita dai discorsi che sento. Qualche giorno fa una di loro parlava dei compiti a casa del figlio piccolo, confrontandolo con il figlio di un’amica che li aveva già finiti e che, a quanto pare, andava meglio a scuola. La conclusione è arrivata rapida, come una sentenza: “Beh, per forza. Lei non ha un c…o da fare tutto il giorno”.

Non ho detto nulla, ma ho pensato a quante persone conosco che, pur non avendo grandi impegni, non hanno alcuna voglia di prendersi cura di nessuno, figli compresi. Il tempo libero non equivale alla presenza. Non avere nulla da fare non significa automaticamente avere energia, attenzione o desiderio di occuparsi dell’altro. Eppure questa distinzione, fondamentale, viene spesso cancellata.

In quel giudizio mancava tutto il resto. Mancava l’idea che i bambini non maturano tutti allo stesso ritmo, che alcuni sono più portati e altri hanno bisogno di tempi diversi. Mancava la possibilità che dietro un risultato ci siano costanza, interesse, motivazione, e non per forza un vantaggio nascosto. Mancava anche il fatto, molto semplice, che esistono madri che lavorano tutto il giorno e che, proprio perché motivate, riescono in meno tempo a fare molto di più.

Quando le donne parlano delle altre donne, troppo spesso il merito diventa insopportabile. Se qualcuna riesce meglio in qualcosa, deve esserci per forza una spiegazione riduttiva: non fa niente, ha più soldi, ha qualche trucco nel cilindro, parte avvantaggiata. Come se il riconoscimento del valore altrui fosse una minaccia personale.

Anche i soldi vengono chiamati in causa con leggerezza, come se bastassero a generare voglia di seguire i figli, di aspettarli fuori dai corsi, di fare da taxi, di esserci davvero. Ma i soldi, come diceva il mio professore di filosofia — un tizio brizzolato e furioso con il mondo — sono una condizione necessaria, non sufficiente. Possono facilitare, non creare ciò che non c’è.

Guardare gli altri potrebbe essere uno stimolo per migliorare noi stessi. Ma riconoscere il merito richiede una solidità interiore che non tutti hanno. Così i successi altrui bruciano, e l’unico modo per sopportare le proprie mancanze diventa sminuirli, minimizzarli, raccontarsi che partono tutti più avanti. È un sollievo momentaneo, ma è anche il modo più sicuro per restare fermi.

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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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