Solidarietà femminile: una favola a cui non crede più nessuno

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Cresciamo con in testa molti miti, tramandati da tempo, alle quali si aggiungono altrettante favole. Questi racconti hanno il grande potere di farci immaginare un mondo migliore, ci aiutano a ripensare alla nostra vita, a sognare, a immaginare. In parte ci illudono anche che il mondo attorno a noi segua leggi precise, che ogni cosa andrà per il meglio, e che in fondo le persone attorno a noi si riveleranno sempre animate da buone intenzioni. La nostra esperienza nel mondo troppo spesso ci dà però modo di ricrederci su molte cose.

Uno dei miti con il quale sono cresciuta, alimentato anche da film e racconti, è quello della solidarietà femminile, in questo caso, della solidarietà fra mamme. Sicuramente essere mamme non è una condizione sufficiente per diventare amiche, nessuno si sognerebbe mai di pensare qualcosa del genere, ma è anche vero che un vissuto così importante potrebbe essere però una condizione per capirsi un po’ di più.

Nei decenni passati ad esempio, diversi studi sociologici ganno dimostrato come il bullismo tra le ragazze assuma una vera e propria forma di aggressione relazionale, abuso verbale ed emotivo, in contrapposizione ad esempio all’aggressione fisica riscontrata tra i ragazzi.

Episodi di dicerie o pettegolezzi anche fra celebrities e donne famose, così come commenti al vetriolo sulle celebrità femminili sui social, sono stati colti come prova del fatto che l’ostilità sarebbe una condizione naturale in tutte le donne.

Solidarietà femminile: una favola a cui non crede più nessuno

Mettere al mondo un figlio é un esperienza che coinvolge emotivamente ogni donna in modo diverso, ridisegnando nuovamente i contorni di della sua esistenza: in un cambiamento così importante è anche facile vivere sentimenti di ambivalenza. Felicità e paura, ad esempio. Entusiasmo e nostalgia del passato. C’è chi pur avendo molto desiderato un figlio i primi tempi fa fatica a gestire il cambiamento, ad esempio. Come ci sono coppie anche molto consolidate che con l’arrivo di un figlio vanno in crisi.

Momenti di gioia si alternano a momenti di fatica, a volte la poca esperienza può far sentire insicure, da cui può nascere il desiderio di ricercare un confronto. E qui purtroppo arrivano le dolenti note, perché le donne, sono le prime che l’ambivalenza non la perdonano, che la fanno pesare. Che bullizzano le altre donne. E non uso il termine bullizzano a caso.

La penna rossa è sempre pronta a evidenziare implacabili veri e presunti errori, ma soprattutto, a far pesare come macigni ogni minimo segnale di tentennamento, ogni malinconia, ogni sfumatura grigia: “Dovevi pensarci prima, cosa l’hai fatto a fare. Io ho sempre fatto molto di più e non mi sono mai lamentata”. C’è la gara a chi allatta contro quelle che per le più svariate ragioni non l’hanno fatto, tra chi lavora e chi non lavora: ogni scelta diventa terreno per giudizi, critiche anche molto dure e parole immotivatamente aspre.

Anche i famosi gruppi di mamme sui social, nati in realtà per favorire condivisione e circolazione di informazioni, la dicono lunga e la solidarietà femminile la vediamo spesso con il binocolo: pullulano di richieste di aiuto in anonimo, con in aggiunta delle vere e proprie suppliche di astenersi dai giudizi: “Vi prego non giudicatemi”.

Se prima le persone celavano la loro identità solo quando raccontavano di situazioni molto gravi, oggi invece l’anonimato spopola: ” Mio figlio non fa più il pisolino, che cosa mi suggerite?”. Non si ha più nemmeno il coraggio di metterci la faccia per chiedere banalissimi consigli, nè di persona e ora nemmeno più sul Web.

Ieri per esempio una donna commentava sulla mia pagina che chi trova riposante andare al lavoro è perché non ama trascorrere del tempo con i propri figli. Si parla così ormai, in modo violento, a suon di insulti più o meno velati, di giudizi, di recriminazioni. Senza nemmeno pensare che dietro a quegli schermi c’è un altro essere umano con la sua vita, con i suoi sentimenti.

E poi arriva la stoccata finale, li hai fatti adesso arrangiati. Quando leggo certe cose, non posso fare a meno di chiedermi come abbiamo fatto ad arrivare così in basso.

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