I neo – genitori mi fanno sorridere.
Sono simpatici, perché sono illusi, hanno un po’ quella sfrontatezza tipica degli esordienti e degli inesperti.
Li guardi al parco vicino alle altalene e li senti commentare i bambini più grandi con sdegno: “Ma insomma, guarda cosa fa!”. Magari è semplicemente un bambino di due anni più grande che si fa una corsa e inciampa.
Oppure ieri ne sentivo altri due: “Non ha voluto nemmeno farsi una foto, che gran maleducato che è, fa così perché è viziato”. Cominciamo presto mi son detta.
Dall’alto dei loro sette otto mesi di esperienza, quando magari per pura fortuna, hanno un bambino che mangia e dorme, arricciano il naso su tutto e già si sentono arrivati.
Certo un neonato non può inciampare, non può rifiutare una foto, e non può nemmeno litigarsi un gioco con un altro, ma questo loro non lo considerano mica, presi come sono a trovare pretesti per sentirsi migliori.
Eh no, a me non capiterà di certo (non si sa nemmeno bene che cosa), loro faranno di meglio e già lo sanno.
Per avere una visione più realistica della situazione, bisogna parlare con i genitori dei bambini che si affacciano all’adolescenza, quelli che si sentono rispondere monosillabi bofonchiati, per l’esattezza e vedono quello che fino a ieri era il loro bambino diventare altro. Loro, per dire, si sbilanciano sempre molto poco perché hanno imparato negli anni che navigare a vista è più saggio che fare gli sbruffoni: “Come va?’ Se va bene alzano un sopracciglio; sta all’interlocutore interpretare la risposta. Oppure sospirano e allargano le braccia: “Anche quest’anno ha preso il debito in matematica”.
E lì se sei intelligente, sospiri anche tu, e la pianti di far domande.
La verità, cari neo – genitori è che il vero segreto di tutto lo scoprirete strada facendo. E non è nello svezzamento perfetto o nelle cinquanta sfumature della puericultura. Questa è la favoletta che si regala ai genitori dei bambini piccoli, magari proprio per rifilarvelo il manualetto sullo svezzamento.
Il segreto è mai dire, tantomeno pensare, io sono migliore, a me questo non capiterà mai, perché io sono diverso, perché mio figlio è diverso.
Chi sono i nostri figli lo scopriamo strada facendo, e chi siamo come genitori anche.
Perché un figlio non è un computerino programmabile, se per un momento anche solo per un attimo avete avuto questa tenera illusione, troverete presto una netta disconferma sul vostro cammino: è un essere umano che prima di tutto appartiene a se stesso.
Quindi, navigare a vista, mai dire mai, e soprattutto, guardarsi in casa propria. Ma sono certa che anche voi, lo imparerete strada facendo, come tutti.
La vita, che lo vogliamo o meno, regala continue lezioni di umiltà.
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