Del primo anno del mio bambino ho molti ricordi di lui, i suoi occhietti che frugavano dappertutto, i primi passi, le nottate senza fine in cucina a preparare biberon di latte.
Ma ho pochi ricordi di me, e quasi non me lo spiego.
So che spingevo ore e ore la sua carrozzina nel parco vicino a casa e la mia testa risuonava di domande. Avevo sempre l’impressione che la stanchezza si stesse portando via il bello di tutto, un momento ero felice, mezz’ora dopo guardando quel fagottino chiedevo a me stessa se sarei stata davvero all’altezza di un compito così grande.
Conoscevo altre mamme con cui ci incontravamo quasi ogni giorno, che forse a tratti si sono sentite come me, ma di questo, purtroppo, non si è parlato mai. Come se nessuno, me compresa, avesse avuto mai coraggio di dire qualcosa fuori posto.
Pappe, pediatri, svezzamento, pannolini, ore e ore senza mai farsi l’unica domanda che conta: come stai?
A volte basterebbe non aver paura di chiedere, ne’ di sentirsi sotto esame, per tirare semplicemente un sospiro di sollievo.
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