Sport per bambini: cosa insegna davvero un maestro di judo (molto più della tecnica)

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Quest’anno ho cambiato il corso di judo a mio figlio, perché dove eravamo prima era ormai fuori età da gennaio. Nella mia città c’è una scuola molto rinomata, con il maggior numero di tesserati in Italia. Quando sono andata per la prima volta a prendere informazioni entrando in segreteria una parte di me si è chiesta: tutto qui? Ambiente minimal, una sola sala grande e senza tanti fronzoli, spogliatoi con panchine di legno. Comunicazioni stampate in bianco e nero. Niente abbellimenti particolari. Sui muri appesi i principi del judo: rispetto e umiltà, molto dopo la forza. Iniziamo a frequentare il corso: ogni ora entrano ed escono batterie di minimo venti bambini e ragazzi con tre maestri. Uno spiega, gli altri due correggono.

Tra un’ora e l’altra i ragazzini in sala d’attesa ridono e scherzano, assente non c’è mai nessuno. Quando alzano troppo la voce e disturbano la lezione, il maestro si affaccia alla porta. Non c’è nemmeno bisogno che parli, i toni si abbassano. L’ora cambia, nuovi bambini entrano. Allaccia bene quella cintura che sei in disordine. Disciplina. Il maestro principale è sempre misurato nei modi, ma non è uno che le manda a dire, specie quando non si sente ascoltato. Beh pensavo, tecnica, sono molto bravi in questo. Vero. Ma non è probabilmente il solo motivo per cui per entrare nei corsi devi prenotare un anno prima. La tecnica la sanno in tanti. Il motivo l’ho capito lo scorso giovedì quando assistevo un po’ annoiata alla lezione guardando dal vetro. A un certo punto uno dei ragazzini prende una botta cadendo. Probabilmente si è più spaventato che altro, ma si alza e si mette in un angolo, con la testa tra le mani.

Il maestro non si scompone minimamente: “Non tutti i giorni sono buoni’ si sente esclamare da lontano. Le hai fatte mille volte queste cose“. Aggiunge. Il ragazzino si chiude in se stesso, seduto con la testa sulle braccia. Dopo due secondi fa un cenno all’altro istruttore di continuare un attimo al posto suo, si avvicina e fa una cosa che non mi sarei mai aspettata. Si siede per terra di fianco a lui e gli tiene la mano senza dire una parola. Rimane così cinque minuti finché il ragazzino si alza e torna in mezzo agli altri. Avrebbe potuto reagire in mille modi: minimizzare, mandarlo fuori a sciacquare la faccia, dirgli di smetterla, umiliarlo davanti agli altri passando il messaggio che la fragilità è qualcosa di cui farsi una risata o atteggiarsi a superiori. Colpevolizzare la debolezza, anche momentanea. L’avesse ridicolizzato lui, avrebbe legittimato anche gli altri: se lo fa il maestro, allora si può fare. Invece nella difficoltà ha dato un messaggio potentissimo a lui e a tutti: il maestro c’è. Il maestro ha capito il limite. Il maestro non ti lascia seduto da solo a pensare che non vali niente.

Il maestro sta dove c’è bisogno, perché quello che ne ha meno bisogno va avanti già da solo. Il maestro non lascia indietro nessuno. Lo stesso maestro che sembra burbero, che ti fa notare il minuto di ritardo “Esci prima e vedi che sei puntuale, sbrigati che abbiamo già iniziato” e la cintura allacciata a casaccio, ma che anche tante pacche sulla spalla ha dato a mio figlio davanti alle difficoltà e a tanti altri. Allora ho capito perché è sempre pieno quel posto, perché entri con la lista d’attesa un anno prima, perché i ragazzi ridono e scherzano all’ingresso, e ho capito anche un’altra cosa: il perché di tutte le foto di ori e bronzi nazionali vinte dai loro allievi, appese alle stesse pareti con i fogli in bianco e nero. Così tirano fuori i campioni da quelle quattro mura a cui una mano di bianco male non farebbe, dai successi, dalle lacrime e dalle giornate storte.

Le persone che vincono si strutturano superando le giornate storte e tornando in pista senza vergognarsi dei loro limiti: questo insegna il maestro. Trasmettere nozioni lo fanno in tanti, stare con i ragazzi però è altro. Li dove la sostanza conta più della forma, e dove il maestro è il primo che si sporca le mani con le lacrime e le emozioni negative. E soprattutto dove il rispetto non si predica, si vive.

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Stancamente Mamma è un progetto editoriale digitale ideato da Valentina Desario e dedicato alla genitorialità e all’essere mamma oggi. Attraverso articoli, approfondimenti e contenuti narrativi propone uno sguardo attento e consapevole sulle esperienze che attraversano le famiglie di oggi, favorendo dialogo, riconoscimento e condivisione.

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