Valentina Desario intervista Mirko Damasco
Qualche giorno fa imbattendomi nella pagina di Salvagente, realtà italiana di primo piano che si occupa della diffusione della cultura del Primo Soccorso, operando attivamente al fianco delle famiglie con corsi, conferenze e divulgazione scientifica, ho notato un ripetersi di temi che mettono sempre più a fuoco tra le altre cose, la realtà degli adolescenti di oggi, una realtà che sembra sempre più difficile da leggere, da capire, da interpretare, una realtà con un denominatore comune che definire preoccupante sembra riduttivo: la condizione di solitudine emotiva di molti bambini e ragazzi, quella solitudine che li porta a chiedere consiglio e conforto all’intelligenza artificiale e non a un genitore, un nonno, un amico, un insegnante, a una persona.
La stessa solitudine che li spinge spesso ad allontanarsi da se stessi pur di appartenere a qualsiasi gruppo, nell’illusione di rapporti sociali che almeno dall’esterno, hanno sempre più le sembianze di connessioni flebili e intermittenti e non legami solidi. Quella solitudine che qualche volta porta questi ragazzi a pensare che l’esistenza, con tutti i suoi carichi, sia diventata un peso troppo grande da sopportare.
Quando si arriva ai gesti più estremi e i media diffondono la notizia, l’opinione pubblica si concentra sulla ricerca del colpevole e la scuola é sempre tra gli indiziati numero uno, tacciata per lo più di mancanza di empatia e incapacità di parlare ai ragazzi, seguita dai social, colpevoli di restituire ai giovani una rappresentazione della realtà stereotipata, patinata e fasulla che genera ulteriori vuoti di senso sempre più difficili da colmare.
Noi genitori, sembriamo assistere quasi inermi alle trasformazioni dei nostri bambini che diventando ragazzi perdono ogni giorno un po’ della loro luce, incapaci di prevenire, di intercettare i segnali, di farci probabilmente riconoscere come un porto sicuro a cui approdare nelle tempeste dell’esistenza.
Dopo un’altra notizia che solo a richiamarla alla mente fa male, quella di un quindicenne che si é gettato nel vuoto, ho chiesto a Mirko Damasco, Presidente di Salvagente Italia, la possibilità di un’intervista, per aiutare noi genitori a orientarci nell’oscurità, e a stare vicino in modo concreto ai nostri ragazzi, che si affacciano a un mondo che probabilmente noi stessi non riconosciamo più e in cui non siamo in grado di condurli con quella mano salda che si aspettano e che meritano, un mondo caratterizzato da quello che il sociologo Baumann nell’opera “Modernità liquida” descriveva già diversi anni fa come una specie di brutto sogno caratterizzato da individualismo radicale, in cui l’autonomia personale prevale sul desiderio di costruire relazioni stabili, e in cui la priorità assoluta si trova nel soddisfacimento dei bisogni individuali e dalla cultura della connessione a sfavore dell’impegno della durata, in cui i legami stessi sono tanto semplici da stabilire quanto più semplici da rompere.
Forse però nei guardare ai nostri ragazzi e a tutto quello che sta andando storto, dimentichiamo troppo spesso di tornare a noi stessi, alle nostre relazioni, all’esempio che diamo per dirne una con gli altri genitori. Abbiamo dimenticato di domandarci che cosa facciamo ad esempio, se veniamo a sapere che un ragazzino della classe dei nostri figli é in difficoltà, se sappiamo ancora interessarci agli altri, avvicinarci e invitare i nostri figli a tendere una mano, a trasmettere valori che vadano oltre gli interessi del perimetro della nostra casa e della nostra esistenza.

Se sappiamo ancora educare alle emozioni, alla gentilezza, non con la retorica, con le giornate dedicate, con gli slogan e la propaganda, ma con l’esempio. O se forse non abbiamo ancora imparato a farlo.
Perché forse é partendo dalle mura di casa che i bambini prima e i ragazzi dopo, assorbendo come spugne i nostri discorsi, cogliendo le nostre relazioni con il prossimo, danno forma alle loro. Probabilmente non é puntando il dito contro la scuola o contro i telefoni che si arriva a capo della questione, ma iniziando metterci in gioco seriamente come primi modelli educativi di riferimento.
Siamo ancora capaci di pensarci come membri di una comunità o siamo diventati isole che pur trovandosi vicine non hanno più nulla da dirsi?
I ragazzi di oggi sono senza valori… o siamo noi adulti a non averli guidati?
Intanto per quanto riguarda il bullismo credo che i genitori abbiano bisogno di un supporto per riconoscere sia il lato vittima sia il lato, diciamo, anche se è una brutta parola, carnefice. Abbiano bisogno di una guida, abbiano bisogno di tante cose. È chiaro dal fatto che sempre più spesso, nei nostri corsi, parliamo di questi temi e soprattutto dal fatto che abbiamo messo in piedi un tour teatrale, praticamente in tutte le zone d’Italia, gratuito. L’abbiamo iniziato nel 2025 e nel 2026 sarà molto più intenso, come è dato con Stefano Rossi, che è uno psicopedagogista ormai abbastanza famoso, che appunto viene con noi in giro per parlare.
Sono serate gratuite, appositamente fatte per sensibilizzare sul tema della gestione dei figli, non solo adolescenti, sui sentimenti dei figli, sulle difficoltà dei figli. Sono serate che hanno un grande successo, nel senso che sono tutte piene, sempre.

Questo fa il paio con il fatto che noi abbiamo questo progetto che si chiama Soccorso – Soccorso è un orso – che va nelle scuole dall’ultimo anno dell’asilo all’ultimo anno delle superiori a fare quello che si chiama primo soccorso. In realtà non è solo primo soccorso, ma anche primo soccorso: parliamo di tanti temi sulla prevenzione, anche sul bullismo, eccetera.
Mettendo insieme le due cose, fondamentalmente il tema è che noi arriviamo tardi nell’educazione emotiva dei ragazzi. Questo è il tema. Cioè, noi vediamo già alle elementari episodi particolari: non si chiama bullismo, o forse si chiama già bullismo. Poi i bambini ci dicono delle cose.
Mettendo insieme le idee, il concetto è questo: da una parte noi abbiamo i genitori, gli adulti, che ci dicono che questa è una generazione di sfaticati, che è una generazione senza valori, che è una generazione che fa schifo, eccetera. A questo racconto noi ci opponiamo fermamente, perché noi vediamo circa 10.000 bambini l’anno, quindi bambini e ragazzi, e invece quello che possiamo dire è certamente che i ragazzi, i bambini, chiamali come vuoi, sono meravigliosi. Nelle classi dei bambini noi facciamo dei ragionamenti che con gli adulti non riusciamo a fare assolutamente.
Ma poi, quello che mi sembra elementare da dire, ma va detto, è che se anche fosse così, e non è così, ma anche se fosse così, gli adulti che sostengono che i ragazzi di oggi non hanno valori dovrebbero mettersi allo specchio e dire: bene, chi gli ha insegnato questi disvalori? Perché non sono sempre “gli altri” il problema.

Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo: perché non ci formiamo per farlo?
Quello che è certo è che i ragazzi stanno male. Su questo non abbiamo alcun dubbio, perché vengono a dirlo a noi, ovviamente devo generalizzare, che sono ragazzi infelicissimi, stabili, eccetera. Menomale! Ma in generale c’è tanta sofferenza. Allora, mettendo insieme le cose, il concetto è questo, che, primo, gli adulti devono tornare a un ruolo di responsabilità genitoriale. E questa è tutta la nostra fatica nella nostra missione. Perché gli adulti non ce l’hanno chiaro.
Cioè, noi adulti continuiamo ad andare avanti a dire, se vabbè dai, ma ce l’hanno sempre fatta tutti, ma dai, nella mia famiglia abbiamo cresciuto 26 bambini e non ci sono mai stati questi problemi. Ok, ma nel 1980 si faceva quello che si poteva con gli strumenti che avevano, oggi no. E questo te lo dicono i dati, perché i dati ci dicono che meno del 25% dei genitori, meno, nella sua vita genitoriale, fa almeno un percorso di formazione, che sia sul primo soccorso, che sia sul bullismo, che sia sull’affettività, che sia sull’educazione, quello che vuoi, ma almeno un percorso per diventare un genitore migliore. E la grande parte del problema sta tutto qua: non abbiamo ancora capito in Italia, cosa che in larghissima parte del mondo invece si è capita, e infatti i numeri sono diversi, che siccome tutti diciamo che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo, a maggior ragione dovresti studiare per farlo, dovresti formarti, perché ormai ce n’è di possibilità per diventare un genitore migliore. Invece no, noi abbiamo ben chiaro che nel nostro lavoro dobbiamo studiare, fare tirocinio, imparare dai migliori per diventare bravi. Abbiamo ben chiaro che se voglio suonare la chitarra devo andare da un maestro.
Ma invece per fare il mestiere più difficile del mondo, no, impariamo sul campo. Perché ce l’hanno fatta tutti, perché è come quando dicevi tu. Possiamo parlare di primo soccorso, possiamo parlare di bullismo, possiamo parlare di quello che vogliamo, ma alla fine parliamo di cultura, cioè non parliamo di cose tecniche, parliamo di cose culturali che l’Italia non ha. Quindi per fare questo salto nel primo soccorso, questo racconto della maternità e della paternità, che l’Italia deve assolutamente cambiare, ma invece che viene perpretato come che è capitata la cosa più bella del mondo, ma cosa c’hai da essere triste? Dai, su! Poi è causa, ma è dimostrato da pacchi di studi così, di quella che è la sindrome del bambino scosso. Io non conosco che cos’è e quindi perdo un attimo la lucidità e faccio questo, ma è anche dal fatto che questa roba qua, ma io non mi sento felice perché tutti mi dicono che devo essere felice. Io sto bambino qua non capisco chi è perché tutti mi dicono ma dai su sei una rammollita, quindi fa tutto parte dello stesso concetto e anche il bullismo fa parte di questo.
Da cosa nasce il bullismo? Dai comportamenti che si apprendono in famiglia
Ovviamente quindi da una parte ci vuole la formazione anche per riconoscerli i casi di bullismo che diciamo giusto per dare due indicazioni ovviamente la prima cosa che tutti gli esperti e anche noi diciamo per alzare le antenne su tuo figlio è un cambio repentino, se da vittima intendo, è un cambio repentino di comportamento. Un cambio repentino, cioè un figlio non si comporta più come prima, tendenzialmente si chiude di più in se stesso, tendenzialmente gli interessi che aveva prima non ce li ha più, allora lì devi iniziare a farti due domande su che cosa sta succedendo. Poi è chiaro che lì tutto si gioca e questo vale per il bullismo, vale per le droghe, vale per tante cose, ecco perché dicevo che arriviamo tardi, su che modello educativo o diciamo che racconto hai costruito con tuo figlio.
Noi conosciamo una valanga di genitori cui figli purtroppo hanno fatto una brutta fine, nel senso che purtroppo sono anche morti, che dicevano questa roba non la dico in famiglia perché non la accettano. Quest’anno abbiamo incontrato una ragazza che alla fine del liceo, dei primi anni dei superiori, che alla fine di una lezione ci ha molto colpito ma capita spessissimo, è venuta a dirlo a noi che ci aveva visto due volte. Alla fine di una lezione ci prende e ci dice guarda io ho mandato in giro un mio video, ho mandato al mio ragazzo un mio video aperto e chiuso a parentesi, questo è un problema enorme, diciamo che dalle scuole medie noi abbiamo la certezza che, proprio per quello che dicevi tu, perché ormai loro non distinguono più il reale dal virtuale. Loro si mettono insieme via whatsapp, si mollano via whatsapp, cioè non sono più capaci di mantenere un rapporto diciamo con le persone. Questa ragazza, ti stavo dicendo che dalle medie noi abbiamo certezza perché ce lo raccontano loro, che mandare video o foto di se stessi nudi o comunque in situazioni particolari è quasi la normalità.
Questa ragazza è venuta a dirci guarda ho mandato questo video, mi sono lasciata col mio fidanzato, il mio fidanzato mi sta minacciando di mandare quel video a tutti. Alla domanda ok, ne abbiamo parlato a casa di questa cosa, la risposta è stata no, non posso dirglielo, mi uccidono. Ovvio, ovvio. Lì c’è una confusione con il fatto che tu non capisci che va bene, hai fatto una cosa sbagliata e lì ci vuole formazione, ecco perché ne parliamo con i ragazzi su che cosa posti, che cosa mandi in giro. Mamma mia che disastro, ma già alle medie? No, ma lei, la ragazza in questione era una vittima che ha fatto una cosa sbagliata ma era una vittima e invece si sentiva colpevole per questa cosa. Lì sicuramente c’è il ruolo di una scuola perché quando poi ovviamente sono andate avanti le cose l’idea brillante della scuola è stata dire alla ragazza forse è meglio che cambi scuola, alla ragazza. Quindi è proprio un tema assoluto culturale, assoluto culturale.
Ovviamente lato bulli, questo lo dicono tutti, tutti gli esperti, è chiaro che a parte rarissimi casi il bullo da qualche parte quel comportamento lo vede. E quindi questo è anche la responsabilità genitoriale, cioè noi andiamo in giro ormai con i cartelli, con questa frase che è Children see, Children do, ma questa roba qua un genitore dovrebbe tatuarsela da qualche parte perché quello che vedono riportano.
Bullismo, empatia e patti chiari: cosa possiamo imparare dai paesi nordici?
Per capire di cosa stiamo parlando basta fare un salto sulla nostra pagina Facebook. Questo è molto preoccupante, perché su Instagram il livello di dibattito, a parte rari casi, è ancora accettabile. Ma se guardi i commenti sulle nostre pagine Facebook, ti accorgi da dove arrivano certi comportamenti. I commenti sulla nostra pagina, che comunque segue più o meno la nostra filosofia, anche se non tutti sono d’accordo, sono espressi in modo molto diretto.
Quelli sono genitori, quindi è ovvio che certi comportamenti vengano appresi dai figli. Quello che cerchiamo di fare è prendere i genitori per far capire loro, anche se è dura e spesso arriva tardi, come possono approcciarsi, cosa possono cambiare, eccetera, e dall’altra parte partire dai bambini.
Nei paesi dove il bullismo è stato quasi sconfitto, come quelli nordici, ci sono programmi scolastici governativi che partono dall’asilo. Per esempio, in Islanda c’è un’ora chiamata “empatia”: i bambini si mettono in cerchio, ognuno dice qual è stato il suo problema principale della settimana, e gli altri lo aiutano a risolverlo. Questo gioco, che sembra banale, ha quasi annullato il bullismo, perché se io dico: “Lui questa settimana mi ha dato fastidio”, diventa difficile poi sostenere comportamenti aggressivi davanti ai compagni.
Quello che continuiamo a dire è che ci vogliono patti chiari. Un esempio diverso ma concettualmente simile è il cellulare. In questo momento, l’emergenza totale, globale, assoluta e devastante che un genitore dovrebbe tenere sott’occhio è sicuramente la tecnologia.
Perché la tecnologia è diventata l’emergenza principale per i genitori di oggi? Il cellulare, che i bambini spesso non chiedono nemmeno, é il regalo della Prima Comunione dei nonni
Sicuramente. Dai bambini piccoli, che usano il cellulare in maniera sbagliata e quindi creano danni, agli adolescenti: in tutte le classi ci dicono che un adolescente medio in Italia ha quattro profili Instagram. Il genitore spesso non lo sa, perché ci sono tre profili che lui non conosce.
Il tema principale è: quando dare il cellulare ai figli. In Italia il cellulare è il regalo numero uno per la comunione: viene messo sul passeggino, viene dato in giro… arriva ai bambini senza che lo chiedano. Molti bambini alzano la mano in classe e rispondono: “Io, ma non l’ho chiesto, mi è arrivato”.
Questa è la base del problema. I genitori devono fare i genitori: se sono contrari, devono dirlo chiaramente, anche ai nonni. Il concetto è che tutto ciò sul cellulare, quando darlo e quando non darlo, richiede un patto chiaro tra famiglia e scuola.
Per esempio, alcuni esperti, come Pellai, consigliano di non dare il cellulare prima dei 16 anni. Ma per far funzionare questa regola, bisogna unire famiglia e scuola. Se un ragazzo in prima media non ha il cellulare mentre tutti gli altri sì, si crea esclusione sociale. In alcune scuole, all’inizio dell’anno, i genitori firmano un patto: tutti i ragazzi della classe non riceveranno il cellulare fino a una certa età, così nessuno è escluso.
Il concetto è che bullismo e tecnologia richiederebbero patti condivisi, che coinvolgano non solo la famiglia, ma anche la scuola e, idealmente, lo Stato. Invece, in Italia, spesso si interviene solo quando i problemi emergono.
Il nostro obiettivo è questo: cercare di cambiare cultura, piano piano, con numeri grandi, partendo dai genitori, passando per la scuola, e sensibilizzando tutti sugli strumenti digitali e sul loro uso corretto.
Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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Nunzia
Grazie per questa intervista e per aver dato voce a quello che va detto!
Ho trovato molto interessanti, nello specifico, due concetti: “arriviamo tardi” e “formiamoci per il mestiere più difficile del mondo”. Sono una mamma di un bambino di 5 anni e sono certa che i semi dell’empatia, del rispetto, del valore dell’amicizia, dell’educazione emotiva, vadano piantati già nella scuola dell’infanzia. Tra i 4 e i 5 anni, quando le relazioni tra i bambini prendono un’altra forma, quando l’amicizia inizia ad avere un valore.
Come madre, trovo importantissimo ricordare quanto sia NOSTRA RESPONSABILITA’ guidare i nostri figli, passargli messaggi di valore, ma soprattuto dare il buon esempio, stare sempre attenti a cosa accade, come e perchè. Alla scuola non possiamo lasciare tutto il lavoro, alla scuola chiedo di continuare il mio. Nella scuola è possibile osservare dinamiche che, io come madre, non potrò vedere in casa; a mio figlio viene offerta l’opportunità di sperimentare cose che a casa non potrà sperimentare. In queste occasioni io vedo l’opportunità della scuola, ma non posso pensare di lasciarle tutto il carico, ad ognuno la propria fetta, ad ognuno il proprio compito ad ognuno la propria responsabilità.
Detto questo sono sicura che andrà sempre tutto bene, che crescerò un figlio che non sbaglierà mai e che si comporterà sempre nel modo adeguato? No, affatto! Per questo è importante formarmi ed avere stumenti per affrontare gli intoppi con la giusta preparazione e per provare a crescere mio figlio come BELLA PERSONA (con tutti i valori e le caratteristiche che questo comporta).