Da quando scrivo qui e da quando mi scrivete non posso fare a meno di notare situazioni che più o meno tristemente ricorrono.
Ogni giorno, ovunque.
Tra le più diffuse c’è la storia detta e non detta che se qualcosa va male la responsabilità sia sempre della mamma. Quando va bene, invece è pura fortuna. In realtà a me pare, magari mi sbaglio, che faccia un gran comodo a tutti e che nei confronti della madre come figura ci sia una grandissima ‘de responsabilizzazione’: da quando metti al mondo un figlio hai solo il dovere di dare, a tutti.
Prima di dicono di chiedere aiuto se hai bisogno, poi quando lo fai ti penti immediatamente anche solo di averci pensato.
Non provare a lamentarti.
Ti verra sottilmente detto che ‘ne hai sempre una’, che gli altri avrebbero fatto diversamente, che sei tu che in fondo hai gestito male alcune situazioni.
E che questa cattiva gestione ha condotto a modesti risultati. Pretese tante, ingratitudine, troppa. Pretese di efficienza, in ogni aspetto.
E mentre tu ti sporcavi le mani, correvi, ti affannavi, confortavi e trovavi soluzioni, dando anche più di quello che avevi, dal loro divano tutti avrebbero fatto di meglio, tutti avevano la soluzione.
Dopo, come da prassi.
La verità è che la madre rimane la madre, ma i bambini hanno attorno altre figure di accudimento,
altrettanto importanti e significative. Figure che prima lasciano fare, per comodità (perché tu sei più brava, e perché casualmente il bambino vuole solo te) e poi però presentano il conto.
E quando qualcosa non funziona, se proprio dobbiamo usare lo squallido termine ‘colpa’, la colpa è di tutti, non solo di uno. Gli altri avrebbero semplicemente potuto dare un contributo.
Se va bene è un merito condiviso, se va male la colpa ricade sempre sulla solita persona, che guarda caso è quella sulla quale si riversano aspettative di ogni genere.
Troppo comodo, troppo semplice. Troppo vigliacco.
Scendete dal divano, alzatevi le manichine, togliete gli occhi dal telefono, e provate voi in prima persona a costruire rapporti autentici con i bambini.
Iniziate a mettervi in prima linea per conoscerli, mettetevi a giocare con loro, ascoltate i racconti della loro giornata, anche quelli che appaiono più fantasiosi e strampalati, perché anche quelli parlano di come si sentono.
Anziché pontificare dal piedistallo vaneggiando su come ‘dovrebbero essere’ le cose: tra il condizionale e la realtà c’è un dettaglio, che è la vita reale.
Perché tra gli stereotipi, la teoria e la pratica, la differenza rimane solo tra chi fa, e chi invece sta a guardare.
Avere un rapporto autentico con un bambino è un grande bagno di umiltà, per chi ha voglia di farlselo, perché ti impone di metterti in discussione ogni giorno.
Magari ne uscirete umanamente arricchiti e se possibile, un po’ meno arroganti.
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