Ci sono sempre più messaggi, anche nel mio gruppo, di mamme lasciate in braghe di tela a pochi giorni dalle famose feste dí compleanno dei bambini.
Inviti accettati in modo tiepido e appuntamenti disdetti all’ultimo con le scuse più assurde e improbabili, freddezza, insensibilità diffusa. Un po’ la società è diventata menefreghista, un po’ forse lo è sempre stata ma in fondo come era prima non lo sapremo mai. E forse non è poi nemmeno così importante saperlo, tanto noi viviamo questa e non quella di un tempo.
I miei senza certamente volere questo effetto, mi hanno educato fin troppo alle buone maniere e alla sopportazione, tanto che a un certo punto ho smesso di riconoscere i miei veri desideri per accontentare gli altri, senza più mettere a fuoco che cosa valesse la pena e che cosa no, salvo poi rimanerne profondamente scottata. A mio figlio ho provato e provo a dare messaggi diversi, uno dei primi è quello di stare alla larga da chi non lo apprezza.
Fin dalle prime delusioni, gli ho fatto capire che i rapporti sono fatti da due e non da uno che fa per due, che si sforza per due, che è felice per due, che vuol bene per due, che perdona per due. I bambini le capiscono queste cose se si usano le parole adatte a loro. All’inizio forse può anche andare, puoi anche fare tu per due, ma poi non funziona, perché il destino di quel sentimento, rimane il triste destino degli amori non corrisposti. E che per uno che non ti apprezza ce ne sono altri dieci che vogliono stare con te, basta saper dire no alle situazioni che ci feriscono e cercare altro, cercare altrove.
Imparare l’amore per se stessi fin da bambini é più importante che far finta che sia sempre tutto perfetto
Reciprocità, è una delle prime parole ‘difficili’ che ho usato con lui quando non aveva nemmeno sei anni. ‘Quello lì non è un amico’ mi è capitato di dirgli una volta in cui era rimasto molto male. ‘Perché non è un amico?’ ‘Perché non gli importa se ci rimani male’. Non ha parlato per dieci minuti, ma da lì ha capito, niente prediche, sermoni, giri di parole infiniti. Tre parole facili da capire: non gli interessano i tuoi sentimenti e questo non fa di lui un amico.
E se c’è qualcuno che te lo deve dire quando sei piccolo e non lo sai, i primi sono proprio i tuoi genitori. Quando si dimentica che cosa significa e mi chiede un parere, glielo rifaccio presente, perché reciprocità significa anche amore per se stessi e l’amore per se stesso è parte dell’educazione che io mi sento in dovere di dargli.
Il buon vecchio amor proprio che a volte è l’unica salvezza nel mare mosso della vita. Non costringiamo i bambini a sopportare rapporti squallidi perché ci fa star meglio pensare che intorno ci sia chissà che cosa quando c’è poco o niente, non inventiamogli rapporti che non hanno, affetti incostistenti, non diamo nomi importanti a situazioni effimere solamente perché ci fa star meglio fare la foto con quaranta persone e la torta. Perché se sono quaranta persone a cui non frega nulla di essere lì, prima o poi la verità verra fuori in tutta la sua crudezza.
Non definiamo amici ai loro occhi persone che appena possono scelgono altro senza nessuna remora. Non facciamogli credere che la mediocrità sia il meglio a cui aspirare. Che il poco e male siano meglio del niente, che qualche briciola è già qualcosa.
Rimangono briciole, diamo il nome giusto alle situazioni. Il niente resta niente.
Chissenefrega di fare la farsa. Facciamogli capire che è meglio cercare qualcosa di autentico, perché esiste. Meglio una torta con tre amici veri che una festa a cui pochi volevano partecipare e da cui tutto sommato, non vedono l’ora di andare via.
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