Dire no ai figli: siamo in grado di farlo senza sentirci in colpa?

Dire no ai figli: siamo in grado di farlo senza sentirci in colpa?

1024 683 Stancamente Mamma

L’ultimo no l’ho detto ieri sera, a malincuore, come sempre. E mi sono sentita in colpa, non ho nessuna intenzione di negarlo perché non sarebbe la verità: dire di no al mio bambino in certi casi mi pesa.
E mi dispiace che rimanga male. Volevo dirlo, l’ho detto. Ma aggiungo anche che sono consapevole del fatto che quando serve, dire di no è indispensabile.
Ho sempre cercato di educarlo al rispetto e l’ho sempre rispettato io per prima. Rispetto le sue paure, rispetto la sua cocciutaggine di bambino di 4 anni davanti ad alcune situazioni, rispetto le sue reazioni “scomposte” quando è stanco, rispetto il suo essere bambino.
Non che non esistano momenti in cui anche io non sia esausta, come tutti, stanca, come tutti, pensierosa, come tutti. In questi tempi così cupi e difficili mantenere la calma non è sempre facile. Ma ci si prova e si fa il meglio che si può.
Eppure mi domando ogni giorno se quello che faccio, come lo faccio, sia giusto, sia sbagliato o sia migliorabile. E nell’ultimo caso, come fare per migliorarlo.
Sbaglierò, anche io. A fin di bene, come tutti i genitori. Anche quando dico pochi no, in certe situazioni sono consapevole di sbagliare e ho il sospetto di non essere la sola su questa barca. Lo vedo quando incontriamo altri bambini, con i loro genitori. Sembra si faccia fatica a fare rispettare le più basilari regole.

Gelati alle sette e mezza di sera prima di cena, bambini che sfidano in ogni modo, che alzano la voce, che rispondono a qualsiasi cosa.
Giochi senza un senso che permettiamo loro di fare semplicemente per non dire di no.
Cellulari in mano per tranquillizzarli, sorrisi di circostanza quando vediamo che si comportano male con i coetanei. Perché abbiamo smesso di intervenire?
Mi ha colpito il papà di una amica mio figlio.
Lei ama arrampicarsi ovunque e pretende di arrampicarsi anche su di lui, come fosse un lampione. Bene, al parco, gli è letteralmente salita addosso con le scarpe, sulla maglietta pulita.
Lui ha provato ad accennare un mezzo no, la bambina stava iniziando a gridare e piangere. Morale della favola gli é salita addosso, sui pantaloni e sulla maglietta con le scarpe sporche del parco.

Ora mi domando: non è che stiamo un pochino esagerando? Che permettiamo ai nostri figli atteggiamenti che (giustamente) con i nostri genitori non ci saremmo mai azzardati ad avere? E soprattutto: se abbiamo paura a dire un no a un bambino piccolo, quando saranno adolescenti dovremo bussare per entrare in casa?
Non si tratta di imporre regole severe o inutili, o di sterili dimostrazioni di forza in stile “decido io perché sono tua madre”. Si tratta di ristabilire i confini: i genitori fanno i genitori, i figli fanno i figli.
Per questo ho deciso di leggere, di capire, e sono arrivata alla conclusione che dare dei limiti, con amore e fermezza è il regalo più grande che possiamo fare

A cosa servono i limiti? A sentirsi al sicuro

Asha Phillips nel suo “I no che aiutano a crescere”  illustra in modo molto chiaro l’utilità dei limiti, ad ogni età.
Un bambino che a due o tre anni sente di dominare un adulto, di avere sempre l’ultima parola, di riuscire a trasformare un no in un si a suon di pianti o di urla, si trova in una posizione certamente non privilegiata.Perché, vi domanderete? In fondo ha ottenuto ciò che voleva, sara contento, sarà appagato. Ma facciamoci una domanda: se un bambino si sente più autorevole di chi si prende cura di lui, crederà mai di essere al sicuro? Sicuramente no.

Partiamo da un presupposto: non ottenere ciò che si desidera non è facile per nessuno, a tutte le età della vita, a dire il vero, ma a volte un no rappresenta è un sollievo. È un confine che rende più sicuri.

L’altro aspetto importante dei limiti è che aiutano a sviluppare le proprie risorse. Se qualcun altro fa tutto il lavoro, se evita ad ogni costo ogni occasione che provoca malumore, il bambino sarà sempre meno attrezzato ad accettare la frustrazione e a superarla. In poche parole, il genitore che evita ogni difficoltà, priva il figlio senza volerlo dell’opportunità di crescere: “A vincere senza pericolo, si trionfa senza gloria” affermava Pierre Corneiile

Il bambino che vuole attenzione, o che vuole un certo giocattolo e in quel momento deve aspettare o rinunciare, impara anche ad essere flessibile, a colmare il desiderio in modo creativo, tutte qualità che nella vita adulta possono tornare molto utili.
Un bambino che impara gradualmente a giocare da solo ad esempio, inizia a esplorare l’ambiente che lo circonda. Trova una scatola e la trasforma in una navicella, in una tana, in un garage per automobiline, è un bambino che inizia ad attivare la sua parte creativa, che si ingegna.
La frustrazione procurata dalla mamma che in quel momento non è disponibile farà da sprone per fare uso delle proprie risorse, ad attrezzarsi per inventare qualcosa.
La premessa è che naturalmente i no siano ragionevoli, sensati e non generino disperazione.

 

Il bambino e i ruoli in famiglia

Al di sotto dei cinque anni i bambini sono piccole persone fiere e appassionate, spesso oscillano in breve periodo fra emozioni estreme. Ed è anche l’età in cui si rendono conto del fatto che la famiglia è una micro società in cui esiste una gerarchia e del posto che loro occupano al suo interno: realizzare che sono gli adulti a prendere le decisioni, è per i piccoli una grande fonte di sollievo, anche se in molti casi non sembrerebbe così.
Anzi, è proprio la forza della coppia a dare serenità ai figli: il bambino imparerà a fidarsi della guida di mamma e papà con i quali stabilirà rapporti diversi ma ugualmente significativi.
I genitori rappresentano un punto di riferimento con un ruolo definito che devono impegnarsi a mantenere coerente: possono essere amichevoli, ma non amici. Possono essere complici, ma mai alla pari.
A tutti noi piacerebbe avere un rapporto sempre sereno con i figli. È una di quelle cose che sembrano una buona idea sulla carta, ma nei fatti non funzionano.
Tra genitori e figli il rapporto non può essere paritario: il rischio è quello di renderli insicuri, abdicando pericolosamente al proprio ruolo di guida.

 

Imparare ad aspettare: l’attesa

Anche qui, vale quanto detto sopra. Aspettare non piace a nessuno. Eppure sappiamo bene che è in molte occasioni è inevitabile.
I piccoli vivono intensamente il presente, un presente in cui aspettare è faticoso perché li priva della gratificazione istantanea. Quando un bambino non ottiene quello che desidera ha la sensazione che aspettare faccia quasi male. È in parte una sensazione realistica, ma aiutarlo a crescere significherà sostenerlo nel superare anche le piccole frustrazioni legate all’attesa, perché presto o tardi si troverà in contesti (scuola materna ad esempio), in cui non c’è una persona solamente e interamente dedicata a lui. Quindi, dovrà per forza di cose attendere il suo turno. Se l’esperienza dell’attesa (purché sia di durata assolutamente ragionevole) si ripete, il bambino imparerà a fare i conti con i suoi sentimenti e si renderà conto che pazientare provoca in lui un senso di frustrazione assolutamente gestibile.
Il problema è anche il nostro, come genitori. Certe volte ci sentiamo in colpa, come sempre, temiamo di essere ingiusti nei confronti dei bambini e questo senso di colpa ci blocca. Per paura di frustrarli talvolta rinunciamo ad educare i figli a riconoscere il confine tra l’io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l’ansia, a sopportare le difficoltà, a reagire.

Tra genitori si creano così situazioni di disaccordo e di conseguente disagio, date dall’incapacità di dire no, perché dire di sì ci fa sentire più ‘buoni’, in maggiore sintonia con i figli.
Ma sappiamo bene che dire no fa parte del nostro compito di genitori, fa parte del far loro capire che esistono dei limiti, che questi limiti hanno spesso a che fare con la loro salute, con la loro sicurezza, hanno anche a che fare con l’imparare a stare con gli altri, a condividere, ad aspettare.
Negare loro queste esperienze significa non permettergli di sviluppare anche competenze sociali indispensabili per la crescita. Non sapere dire di no significa anche compromettere non solo un sano sviluppo ma anche la personalità dei bambini: ci sono no che si rivelano molto più formativi, efficaci e positivi di un si.
Un no al momento giusto può rivelarsi un regalo di cui i figli ci ringrazieranno in futuro: non ci renderà meno amabili come genitori. Significherà che avremo fatto il nostro lavoro, che in certi momenti è anche ingrato.
Ma a dire di sì sono capaci tutti, è chi ama che a volte, spesso a malincuore, sa dire no.

 

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