Come fai, sbagli: il giudizio sulle neo-mamme che non finisce mai

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Questa la racconto perché, secondo me, vale più di mille discorsi e racconta meglio di qualsiasi teoria cosa succede davvero quando diventi madre. Una mia amica ha partorito da quindici giorni e, come spesso accade, nel giro di pochissimo tempo si ritrova catapultata in quella dimensione fatta di visite, pranzi, parenti, aspettative e sguardi che osservano ogni tuo gesto. Decidono di andare a pranzo dai genitori di lui, con tutta la famiglia riunita, una di quelle situazioni in cui si mescolano buone intenzioni, entusiasmo e una quantità non sempre gestibile di presenza intorno a un neonato.

Dopo mangiato, lei, con tutta la semplicità e la naturalezza del mondo, dice una frase che chiunque avrebbe potuto dire: “Se qualcuno vuole prenderlo in braccio, coccolatelo pure”. Non c’è provocazione, non c’è distanza, non c’è leggerezza nel senso negativo del termine, ma solo un gesto aperto, gentile, quasi di condivisione, come a dire: ci siete, fate parte di questo momento, potete avvicinarvi. Ed è proprio lì che succede qualcosa che, se non lo si vede con i propri occhi, si fa fatica a credere. La madre di lui la guarda e le dice, con tono che probabilmente nella sua testa voleva essere neutro o addirittura educativo: “Non hai molto istinto materno. Di solito alle neo-mamme questo dà fastidio”.

E in quella frase c’è tutto. C’è il giudizio immediato, c’è l’interpretazione arbitraria, c’è l’idea che esista un comportamento giusto e che chi non lo incarna sia automaticamente carente in qualcosa di fondamentale. Ma soprattutto c’è un meccanismo molto più profondo e diffuso: quello per cui qualsiasi scelta tu faccia verrà letta nel modo che conferma un pregiudizio già presente. Perché se quel bambino non lo avesse fatto prendere in braccio a nessuno, con ogni probabilità sarebbe stata etichettata come la solita mamma ansiosa, esagerata, iperprotettiva, magari pure un po’ instabile, una di quelle a cui si appiccica con facilità l’etichetta del baby blues o della fragilità emotiva. In altre parole, il problema non è mai la scelta in sé, ma il bisogno degli altri di darle un significato.

Quando diventi madre, entri in una dimensione in cui ogni gesto viene osservato, filtrato e reinterpretato. Non esiste più un’azione neutra, non esiste più un comportamento che resta quello che è. Tutto diventa segnale, indizio, prova di qualcosa: troppo presente o troppo distante, troppo attenta o troppo superficiale, troppo stanca o troppo fredda. È un equilibrio impossibile, costruito su aspettative che cambiano a seconda della persona che hai davanti e che spesso sono tra loro completamente incompatibili. Quello che per qualcuno è segno di attenzione, per un altro è eccesso; quello che per qualcuno è apertura, per un altro diventa mancanza.

E allora forse il punto non è trovare il modo giusto, perché quel modo giusto, semplicemente, non esiste. Non esiste una versione di te che metta tutti d’accordo, non esiste una scelta che non venga messa in discussione da qualcuno. Esiste invece una pressione costante, più o meno esplicita, che rischia di trasformarsi in una misura sbagliata del proprio valore, come se l’essere una buona madre dipendesse dalla capacità di evitare il giudizio degli altri. Ma il giudizio, in questi contesti, non è evitabile, perché non nasce da quello che fai, nasce da quello che gli altri si aspettano di vedere.

E forse è proprio qui che si gioca la partita più importante, che non ha niente a che vedere con il fare giusto o sbagliato, ma con il decidere a quale sguardo dare peso. Perché se ogni scelta può essere criticata, allora smettere di usarla come parametro diventa quasi una forma di sopravvivenza. Non per indifferenza, ma per lucidità. Non per chiudersi, ma per restare ancorate a qualcosa che abbia senso davvero, e non solo agli occhi degli altri.

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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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