La partita dei bambini. La sconfitta degli adulti

788 792 Stancamente Mamma

Ci sono posti dove vai pensando di assistere a una partita tra bambini e torni a casa con la netta sensazione di aver visto molto di più. Molto peggio.

Oggi ho avuto una pessima idea, non che sia la prima, una delle tante. Una delle mie amiche ha un bambino che gioca a calcio, mi ha chiesto di accompagnarla a una partita del figlio.

Premetto che non conosco per niente l’ambiente del calcio, perché a mio figlio non è mai interessato. Beh, è la squadretta del quartiere, si gioca per divertirsi e stare insieme. Almeno, questo era quello che pensavo. Beh, pensavo male. Mi siedo insieme ai genitori, dopo nemmeno dieci minuti sento delle parole allucinanti. Incapace mettetelo in panchina, una delle più leggere.

Le altre non le ripeto nemmeno. Mi fanno pena. Mi guardo attorno e capisco a chi sono rivolte: l’incapace sarebbe un bambinetto di nemmeno undici anni, che ignaro di tutto, gioca la sua partita senza sentire il peso dell’ignoranza attorno a lui.

Poi penso a come parleranno quegli adulti a casa di quel bambino, perché le parole saranno certamente le stesse o peggiori, a come a loro volta si rivolgerà quel figlio gonfiato di ego, a lui che non ha preso manco una palla, a come si rivolgeranno gli altri, a cascata, per imitazione. Mi chiedo anche se ci sarà qualche adulto con la testa sulle spalle e non sotto la sabbia, che interverrà a contenere l’idiozia che dilaga e a seminare un po’ di umanità, negli spogliatoi per esempio, o se farà comodo nascondersi dietro a grandi fette di salame che coprono bene occhi e coscienza. Non vedo non sento e non parlo, mentre le cose succedono davanti agli occhi di tutti, nessuno sa mai niente.

Poi penso che c’è qualcosa che tutta quella gente ignora: prima o poi, il figlio in panchina capita a tutti, c’è poco da atteggiarsi a superiori. E non perché è una frana a calcio, ma per un anno magari perso a scuola, per un amore sbagliato, o perché semplicemente è facile perdersi per le strade dell’esistenza, molto più di quel che ci piace pensare, quando tronfi nel nostro cappotto buono del weekend ci sentiamo seduti dalla parte giusta del tavolo guardando dall’alto in basso lo sfigato del giorno e pensando che no, a me non capiterà mai. Nessuno è immune dal cadere, nessuno è immune dal perdere.

Anziché nasconderci dietro al buonismo, alle giornate dei calzini spaiati pieni di retorica e vuoti di senso, o a fare le lacrime da coccodrillo quando è troppo tardi, forse faremmo meglio a guardarci allo specchio. Noi siamo i pessimi esempi artefici di tutto, non questa generazione di ragazzi, noi. Noi analfabeti emotivi, noi pieni di arroganza. Noi che per sentire di valere qualcosa, abbiamo bisogno di pensare di essere meglio di un altro.

Noi, che guardiamo i figli degli altri senza nemmeno pensare che sono semplicemente bambini.

Noi che per un gol al campetto dell’oratorio pensiamo di avere in casa il nuovo Maradona e peggio ancora lo trattiamo come tale.

Noi che cerchiamo nelle vite dei figli il riscatto dei nostri fallimenti.

Nessun altro.

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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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