Prestazione genitoriale: quando crescere figli diventa una gara devastante

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La prestazione genitoriale entra spesso in scena nei momenti di maggiore fragilità. Il bambino piange, e invece di limitarti a consolarlo inizi a chiederti se stai facendo la cosa giusta. Se lo stai viziando, se dovresti lasciarlo sfogare, se stai applicando correttamente quello che hai letto sull’autoregolazione sull’ennesimo manuale teorico. La testa corre più veloce della relazione. La presenza lascia spazio al controllo. La spontaneità diventa calcolo.

Altre volte emerge quando ti senti osservata anche se non c’è nessuno in particolare. Al parco, al supermercato, in fila da qualche parte. Tuo figlio ha una crisi e una parte di te non è concentrata su di lui, ma sugli sguardi intorno. Su come apparirai. Su che tipo di madre sembrerai. La relazione passa in secondo piano rispetto all’immagine che hai di te stessa e che vorresti dare agli altri.

Quando ogni difficoltà diventa una valutazione su di te

Uno dei segnali più chiari della prestazione genitoriale è questo: ogni difficoltà del bambino viene vissuta come una prova del tuo valore, ogni suo inciampo una tua mancanza. Se tuo figlio è agitato, oppositivo, stanco o fa fatica a scuola, invece di chiederti cosa stia vivendo inizi a chiederti cosa hai sbagliato tu, quando hai sbagliato. Se non lo hai stimolato abbastanza, se lo hai stimolato troppo, se non hai seguito il metodo giusto.

In questo schema, il bambino non è più un soggetto in crescita, ma uno specchio che riflette la tua competenza. E questo è un peso enorme, per entrambi.

Quando non ti concedi di essere stanca perché non si può far vedere

La prestazione genitoriale non tollera la fatica, non tollera l’errore, non ammette il dubbio, il crollo, il cedimemto. Sei stanca, ma invece di fermarti ti dici che dovresti essere più paziente, più centrata, più regolata. Ti rimproveri per l’esaurimento, come se fosse un difetto, una debolezza e non una conseguenza logica del carico che stai portando.

In questo meccanismo, anche la stanchezza diventa una colpa da correggere. Ed è spesso da qui che nasce il burnout genitoriale: non dalla mancanza di amore, ma dall’impossibilità di sentirsi mai abbastanza e dall’impossibilità di sfogarsi.

Quando “fare bene” prende il posto dello stare insieme

La prestazione genitoriale si insinua anche nei momenti apparentemente positivi. Organizzi attività, stimoli, esperienze, giochi educativi. Tutto ha un obiettivo, tutto deve servire a qualcosa. Ma dentro senti che stai perdendo il piacere dello stare insieme.

Quando la genitorialità diventa una sequenza di cose da fare bene, la relazione rischia di svuotarsi. Il bambino sente la tensione, anche se non sa nominarla. E spesso risponde con opposizione, rabbia o ritiro.

Educare non è performare, né dar conto agli altri

Crescere figli non è una gara, né una dimostrazione di competenza. È un processo imperfetto, relazionale, fatto di tentativi, errori e riparazioni. I bambini non hanno bisogno di genitori impeccabili, ma di adulti sufficientemente presenti e capaci di riconoscere i propri limiti.

Paradossalmente, più cerchi di fare tutto nel modo giusto, più rischi di essere meno disponibile. Più ti controlli, più la relazione si irrigidisce. Più temi di sbagliare, meno spazio lasci all’autenticità.

Uscire dalla prestazione è un atto di rispetto verso se stessi

Uscire dalla prestazione genitoriale non significa smettere di interrogarsi o di crescere come adulti. Significa smettere di valutarsi continuamente. Significa potersi dire: in questo momento non so cosa fare, ma ci sono. Significa scegliere la relazione anche quando non è elegante, non è perfetta, non è instagrammabile. È così che l’educazione torna a essere viva. Non una vetrina, ma un legame. Non una performance, ma un’esperienza umana.

📌 Bibliografia

Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. Basic Books.
(Testo fondamentale sulla teoria dell’attaccamento e sul ruolo della relazione nella cooperazione e nella sicurezza emotiva.)

Deci, E. L., & Ryan, R. M. (2000). The “What” and “Why” of Goal Pursuits: Human Needs and the Self-Determination of Behavior. Psychological Inquiry.
(Ricerca chiave sulla motivazione intrinseca ed estrinseca: perché premi e ricompense minano la collaborazione nel lungo periodo.)

Kohn, A. (1999). Punished by Rewards. Houghton Mifflin.
(Testo di riferimento sul fallimento educativo dei sistemi basati su premi e punizioni.)

Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2011). The Whole-Brain Child. Delacorte Press.
(Approccio neuroeducativo alla regolazione emotiva e alla cooperazione bambino-adulto.)

Gopnik, A. (2016). The Gardener and the Carpenter. Farrar, Straus and Giroux.
(Riflessione sul ruolo dell’adulto come facilitatore di crescita, non come controllore del comportamento.)

Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. W. W. Norton & Company.
(Per comprendere il legame tra sicurezza, relazione e disponibilità alla collaborazione.)

🔗 Per approfondire su Stancamente Mamma

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👉 Burnout genitoriale: quando non è solo stanchezza
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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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