Cenerentola al ballo: quando nascono l’invidia e la competizione femminile

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C’è una scena che quasi tutti ricordano, anche senza aver rivisto il film da anni: il ballo di Cenerentola. La musica, la sala illuminata, l’ingresso della protagonista, lo sguardo del principe che si posa su di lei. È il momento in cui Cenerentola viene finalmente vista.

Ma guardata con occhi adulti, quella scena smette di essere solo l’inizio di una storia d’amore. Diventa la rappresentazione di qualcosa di più profondo: la nascita dell’invidia, del confronto e della competizione femminile, così come le conosciamo ancora oggi.

Cenerentola: una favola profondamente figlia del suo tempo

Quando Cenerentola esce nel 1950, Walt Disney sta tornando alla narrazione classica dopo anni segnati dalla guerra e da forti limitazioni economiche. Il film segna un ritorno alla fiaba semplice, lineare, universale. Una storia essenziale, quasi archetipica.

Eppure, nonostante sia stata spesso presentata come “senza tempo”, Cenerentola è profondamente legata al contesto culturale in cui nasce. Il suo messaggio, così immediato e rassicurante per il pubblico dell’epoca, avrebbe iniziato a mostrare crepe evidenti con i grandi cambiamenti sociali dei decenni successivi. Il movimento femminista e la trasformazione del ruolo delle donne avrebbero messo in discussione una narrazione che proponeva un modello femminile estremamente limitato. Alla luce del clima culturale attuale, la domanda diventa inevitabile: qual è oggi il valore di Cenerentola? Dove arriva davvero il suo messaggio quando la storia si conclude?

Principesse, riconoscimento e valore scarso

Nelle fiabe, e in particolare nelle storie delle principesse Disney, il valore femminile passa quasi sempre dallo sguardo esterno. Non nasce dall’interno, non è condiviso, non è distribuito. È assegnato.

La scena del ballo è emblematica proprio per questo. Il riconoscimento è uno solo. Lo spazio è uno solo. Lo sguardo che conta è uno solo, quello maschile. Quando Cenerentola viene scelta, tutte le altre donne vengono automaticamente escluse. È qui che nasce la competizione. Non perché le donne siano “naturalmente” invidiose, ma perché il sistema narrativo insegna che non c’è posto per tutte. Una sale al centro della scena, le altre restano ai margini.

Cenerentola al ballo: quando nascono l’invidia e la competizione femminile

La relazione che non c’è (ma che deve esserci)

Uno degli elementi più problematici del film è proprio la relazione tra Cenerentola e il Principe Azzurro. Nessuno dei due è un personaggio realmente approfondito, ma il vuoto è particolarmente evidente nel loro legame.

Si sposano alla fine del film, ma è difficile non notare quanto quel matrimonio sia basato sulla funzione narrativa più che su una reale connessione. Lei è bella, lui è affascinante, hanno ballato insieme sotto la luna… e questo basta. Il principe ha pochissime battute, è quasi una presenza muta. Non sappiamo cosa si dicano, cosa condividano, cosa li unisca davvero: essere il principe è quello che basta. Il loro tempo insieme è raccontato attraverso un montaggio musicale che lascia tutto all’immaginazione.

Questa mancanza non è un errore casuale. Riflette il modo in cui il romanticismo veniva raccontato nei cartoni animati della metà del Novecento: l’amore non era una relazione, ma una funzione della trama. Serviva a chiudere la storia, non a raccontare due persone.

Le sorellastre non sono il vero problema

Le sorellastre appaiono come invidiose, crudeli, ridicole: in effetti lo sono. Ma se si guarda con attenzione, sono anche il prodotto dello stesso sistema. Anche loro cercano riconoscimento. Anche loro sono cresciute dentro l’idea che il valore passi dall’essere scelte. Non competono perché sono cattive. Competono perché il contesto le mette una contro l’altra continuamente. Questa è una delle radici più profonde dell’invidia femminile: non nasce dal desiderio di distruggere l’altra, ma dalla paura di restare invisibili.

Cenerentola fu amatissima alla sua uscita perché parlava il linguaggio emotivo del suo tempo. Non era una storia costruita sulla logica, ma sull’emozione. Come Dorothy ne Il mago di Oz, seguiamo una ragazza sola, con pochi alleati, che sogna una vita diversa. Il film funziona perché ci fa sentire qualcosa, non perché tutto sia coerente. E forse è proprio per questo che oggi genera nuove domande: perché il sentimento che suscita entra in conflitto con una consapevolezza culturale più ampia.

Gentilezza come forma di resistenza

Cenerentola non è un personaggio complesso, ma possiede tratti sufficienti per risultare “ammirevole” agli occhi del pubblico. Nonostante l’umiliazione, resta gentile. Non manipola, non reagisce con crudeltà. Rimane fedele ai suoi amici — anche se sono solo dei topolini — e saranno proprio loro ad aiutarla nel momento decisivo.

La sua gentilezza viene ricompensata. Ed è forse questo il messaggio più solido che il film riesce a lasciare: in un mondo costruito sulla competizione, la gentilezza diventa una forma di resistenza. Manipolare è facile. La gentilezza richiede tempo, pazienza e fatica.
Ed è proprio questa scelta che, nella logica della favola, conduce Cenerentola al lieto fine.

Rileggere Cenerentola oggi

Rileggere oggi Cenerentola — e più in generale le storie delle principesse — non significa distruggere le favole, ma riconoscere quanto abbiano influenzato il modo in cui molte donne vivono il confronto, l’invidia e la competizione. Non perché siamo sbagliate, ma perché abbiamo appreso comportamenti sbagliati per sopravvivere e siamo cresciute dentro racconti che ci hanno insegnato che il valore è raro e che, per ottenerlo, bisogna arrivare prima delle altre. Forse il vero finale alternativo non è cambiare la storia, ma cambiare lo sguardo con cui la leggiamo. E chiederci se esistono storie — e spazi reali — in cui il valore non passa dalla scelta di uno solo, ma dalla possibilità di esistere insieme.

🔗 Per approfondire su Stancamente Mamma

👉 Perché le donne sono spesso invidiose tra loro
Psicologia, maternità e verità scomode sull’invidia femminile
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👉 La solidarietà femminile: una favola a cui non crede più nessuno
Quando l’idea di sorellanza si scontra con la realtà
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👉 Relazioni che feriscono
Uno spazio dedicato ai legami tra donne, tra madri, tra aspettative e realtà
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📚 Bibliografia

Bruno BettelheimIl mondo incantato
Sull’importanza psicologica delle fiabe e sui messaggi impliciti trasmessi ai bambini.

Simone de BeauvoirIl secondo sesso
Per comprendere come il valore femminile venga storicamente costruito attraverso lo sguardo esterno.

René GirardLa violenza e il sacro
Sul desiderio mimetico e la nascita della rivalità quando l’oggetto del desiderio è unico.

Jessica BenjaminThe Bonds of Love
Sulle dinamiche di riconoscimento, potere e competizione nelle relazioni.

Naomi WolfThe Beauty Myth
Sul ruolo dei modelli culturali e della competizione femminile costruita socialmente.

Studi di sociologia culturale e gender studies sulle narrazioni fiabesche e i ruoli di genere (favole tradizionali e adattamenti Disney)

Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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