C’è una stanchezza che arriva all’improvviso e una che arriva piano. Quella della maternità quasi sempre arriva piano. Non fa rumore, non interrompe niente, non costringe a fermarsi. Si deposita mentre continui a fare quello che hai sempre fatto, ed è proprio per questo che è la più difficile da riconoscere. All’inizio la chiami sonno perso. Ti dici che è normale, che passerà, che è solo una fase. Poi, senza un momento preciso in cui puoi indicare l’inizio, diventa qualcos’altro. Non riguarda più solo il corpo, ma il modo in cui pensi, reagisci, ti guardi. Ti scopri più irritabile, meno paziente, più distante da quella che eri, e invece di chiederti quanto sei stanca inizi a chiederti cosa non va in te. È lì che la stanchezza smette di essere una condizione e diventa un giudizio.
La maternità reale non si aggiunge alla vita come un capitolo nuovo. La prende e la riscrive da cima a fondo. Cambia il tempo, che non è più tuo, cambia il corpo, che non risponde più solo a te, cambia la mente, che non si spegne mai del tutto. Anche quando dormi, una parte di te resta in allerta, come se il riposo fosse sempre provvisorio. Nessuna ti aveva preparata a questo: non alla fatica in sé, ma alla continuità della fatica, al fatto che non esiste più un vero fuori servizio, a quella sensazione costante di dover essere sempre presente, sempre disponibile, sempre necessaria.
C’è una forma di stanchezza che quasi nessuno nomina ed è quella di essere indispensabili. Essere quella che sa, che ricorda, che anticipa, che tiene insieme. Anche quando non fai nulla, stai pensando. Anche quando ti fermi, una parte di te resta attiva. Essere necessarie non è romantico, è logorante, perché fare, a volte, puoi rimandarlo, ma reggere tutto sempre no. Quando inizi a sentire il peso di questa responsabilità continua non è perché ami meno, è perché stai portando troppo a lungo senza tregua, ed è una fatica che non si vede ma consuma.
A un certo punto smetti di dire che sei stanca. Non perché non lo sei più, ma perché dirlo non cambia niente. Spiegare richiede energie, giustificarsi anche. Allora vai avanti, funzioni, tieni. Questo silenzio viene spesso scambiato per forza, ma non lo è. È esaurimento che non ha più parole. La cosa più ingiusta è che continui a funzionare abbastanza da non sembrare in difficoltà. Non abbastanza da stare bene, ma abbastanza da non giustificare una richiesta di aiuto che non suoni come un’esagerazione.
Non sei sbagliata, sei solo una mamma stanca
Il senso di colpa non esplode, si deposita. Si deposita quando lavori troppo o quando non lavori abbastanza, quando perdi la pazienza, quando ti senti sopraffatta, quando ami profondamente e allo stesso tempo sei stanca di dover reggere tutto senza pause. Non ti dice che stai sbagliando, ti dice che dovresti essere diversa. Più paziente, più grata, più composta, più capace di tenere insieme tutto senza incrinarti. Ma questa versione non esiste. Esiste solo come misura con cui continui a giudicarti.
A un certo punto, se vuoi restare in piedi, devi scegliere. Non come fare meglio, ma cosa smettere di pretendere. Abbassare l’asticella non significa fallire, significa restare. Restare lucida, restare presente quel tanto che basta, restare intera. Il minimo, a volte, non è una sconfitta. È sopravvivenza. È l’unico modo per non consumarsi del tutto mentre si continua ad amare, a prendersi cura, a esserci.
Puoi amare profondamente i tuoi figli e sentirti stanca di dover reggere tutto senza tregua. Puoi essere grata e affaticata nello stesso tempo, presente e svuotata nella stessa giornata. Non sono contraddizioni, sono esseri umani. La maternità reale non è lineare, non è ordinata, non è coerente. È fatta di stati che convivono, anche quando non si raccontano, anche quando non trovano spazio nelle parole degli altri.
Se ti senti sbagliata, fermati un attimo e chiediti se stai davvero fallendo o se sei semplicemente esausta. La stanchezza mente, il senso di colpa mente, le aspettative mentono. Tu no. Questo articolo non è qui per migliorarti, per motivarti o per spiegarti come fare meglio. È qui per smettere di trattarti come un problema da risolvere. Per ricordarti che non devi diventare zen, né trovare un equilibrio perfetto. Devi solo smettere di colpevolizzarti per una fatica che è reale. E se mentre leggi ti senti meno sola, meno sbagliata, meno in difetto, allora basta così.
Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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