Questo pomeriggio siamo rimasti a casa, a tirare un po’ il fiato dagli ultimi giorni e a guardare i classici film di Natale.
A un certo punto mio figlio mi chiede una cioccolata calda. Mi metto a prepararla.
«Ti aiuto?» mi dice. «Posso?»
«Ok, vieni.»
Nel versare il latte gliene cade un po’ per terra.
«Dai, mi sposto», mi dice dispiaciuto.
La risposta più facile e istintiva sarebbe stata: sì dai, faccio io, così faccio prima e non facciamo casino.
Forse era anche la risposta che si sarebbe aspettato.
Ma guardandolo negli occhi mi sono rivista io, bambina, quando queste cose me le sentivo dire.
Niente di strano, niente di cattivo.
Ma tante di queste frasi, dette dagli adulti, iniziano piano piano a farti credere di essere incapace.
Si comincia sempre così:
spostati che intralci,
spostati che ci metti una vita,
spostati che ho fretta.
Peggio ancora è: spostati che non lo sai fare.
A volte il lavoro più grande è su di noi, non su di loro.
Così ho cambiato risposta:
«Ma no dai, vieni. Asciughiamo insieme.»
Perché come si fa a imparare se non si sbaglia?
Sono gli errori rimediati, non evitati, a costruire l’autostima.
Molto più di qualsiasi frase fatta.
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