Sabato ero seduta alla pista di pattinaggio, come spesso succede in inverno.
Mio figlio girava in tondo sui pattini, io mi scaldavo vicino a quei funghi enormi e guardavo la gente passare. Scene normali. Bambini che cadono, che ridono, che si rincorrono. Adulti che parlano, commentano, giudicano.
A un certo punto una donna si è avvicinata a uno degli operatori, infastidita, arrabbiata. Indicava due bambini che pattinavano rincorrendosi. Li ha chiamati imbecilli. Ha chiesto che venissero buttati fuori.
Io mi sono girata di scatto, perché lì dentro c’era anche mio figlio: mi aspettavo chissà cosa. E invece non c’era niente. Solo due bambini che giocavano.
E lì mi si è voltato lo stomaco.
Perché no, non era “casino”.
Era infanzia.
Quella normale, rumorosa, imperfetta.
Quello che non era normale era il disprezzo.
Il modo in cui un adulto parlava di bambini che avrebbero potuto essere i suoi.
La verità, quella che facciamo fatica ad ammettere, è che i figli degli altri spesso ci danno fastidio. Ci danno fastidio quando sono rumorosi. Quando occupano spazio. Quando non si comportano come noi pensiamo dovrebbero.
E allora partono i giudizi:
“Non sanno educarli.”
“Io mio figlio non glielo permetterei.”
“Che genitori.”
Ma quasi mai ci chiediamo cosa stiamo guardando davvero.
Perché a volte quello che ci infastidisce non è il bambino.
È la nostra stanchezza.
È il nostro bisogno di controllo.
È la paura che quel comportamento dica qualcosa anche di noi.
Ci indigniamo per l’aggressività dei ragazzi.
Ci chiediamo come mai siano così duri, così poco empatici.
E poi parliamo di loro con disprezzo, davanti a loro, come se non contassero.
I bambini imparano moltissimo da ciò che vedono.
Dal modo in cui li guardiamo.
Dal modo in cui parliamo degli altri bambini.
Dal tono che usiamo quando pensiamo di avere ragione.
Non servono grandi discorsi educativi.
Serve accorgerci di quando smettiamo di essere umani.
Forse la risposta alla domanda “dove hanno imparato a comportarsi così?”
a volte è più vicina di quanto vorremmo.
A volte basta guardarsi allo specchio, mentre siamo seduti a bordo pista, convinti di non essere parte della scena.
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