Finito il weekend, mi ritrovo a pensare. Sabato e domenica ho anche dovuto lavorare e gli incastri in famiglia sono stati ancora più
frenetici tra gestione generale, compiti, uscite e tutto il resto.
Eppure oggi, come non mi capitava da tanto tempo, ho la sensazione di una coperta che è sempre corta, e qualsiasi sia il modo in cui la tiri, una parte di te rimane sempre scoperta, al freddo, o peggio ancora vulnerabile.
Questa sensazione di manchevolezza costante, nonostante io mi spenda sempre con i miei pregi e difetti al massimo delle mie possibilità, é qualcosa che in certi momenti come in questi giorni diventa un rimuginare di sottofondo, che ti mette a disagio. Il chiederti costantemente se hai fatto tutto quello che “dovevi” fare al meglio, è un qualcosa che ti fa arrivare a sera stremata. Hai giocato con il bambino? Ti sei rivolta a lui senza mai sbagliare un colpo? Hai lavorato abbastanza? Il frigorifero é pieno? Hai firmato il voto della verifica? Potrei andare avanti per ore.
Sono certa che i miei genitori non fossero così. Ne sono certa perché li ho vissuti e non mi mettevano al centro di tutto. Non lo dico per recriminare qualcosa, o per indossare i panni della vittima, ma come semplice dato di fatto. E come me molti altri.
Non li ho mai visti particolarmente preoccupati che io mi divertissi o meno, non ho mai percepito (né mi capita tuttora) mia mamma struggersi per avermi dato una rispostaccia. Nel bene e nel male, si viveva di più
e si rimuginava di meno, con tutto quello che ne consegue; i bambini facevano parte della famiglia, ma non erano sempre al centro di tutto.
Il loro svago non era necessariamente la priorità sempre e comunque. Oggi la sensazione é quella che l’ambizione a una perfezione costante ci stia lentamente logorando, che non ci accontentiamo “semplicemente” di vivere, ma dobbiamo sempre “funzionare” al massimo delle nostre possibilità con le prestazioni che ci si aspetta da una macchina e non
da una persona.
E che il senso di colpa ci accompagni ad ogni passo. Per non aver giocato abbastanza, per non aver sorriso abbastanza, per non aver detto le parole giuste, per non aver cucinato bene abbastanza, per aver perso magari la pazienza dopo aver detto la stessa cosa per centesima volta. Non ci basta più essere umani che fanno il loro meglio, dobbiamo essere perfetti, ma questa perfezione, ambizione dolorosamente irraggiungibile, ci fa sentire costantemente in difetto.
Chiedo a lei, Dott.ssa Martella come poter evitare di sentirci costantemente annaspare e come evitarlo.
1) Come si gestisce da genitori la costante ansia di non “essere abbastanza”?
Grazie per aver sollevato un’interessante questione,di grande attualità e che emerge, sempre più spesso, all’interno delle consulenze con i genitori.
Parliamo di un concetto molto familiare soprattutto a noi donne e mamme, quella sensazione costante di non arrivare dappertutto, quel fardello fatto di pensieri, preoccupazioni e responsabilità di cui ci facciamo carico quotidianamente. Questo peso ha un nome,“carico mentale”, detto in altri termini “Perché devo fare tutto io?”
Abbiamo tutte ben presente quel lavoro interiore, invisibile, fatto di: ricordare, programmare, pianificare, organizzare, tenere a mente tutti gli aspetti della vita domestica e sociale della famiglia.
Ovviamente senza dimenticare che, chi lavora fuori casa, deve aggiungere altro peso al fardello.
A questo carico mentale della donna, affiancherei un altro concetto: “ Carico mentale della genitorialità” cioè quell’impegno associato all’avere figli e gestire casa e lavoro. Non solo quindi un carico gestionale e cognitivo, ma anche emotivo.
Quando diventiamo genitori nel nostro zaino ci vengono aggiunte ansia e preoccupazione nei confronti dei nostri figli, della nostra famiglia. Sentiamo la responsabilità di dover fissare obiettivi, mantenere il benessere, garantire sostegno e supporto, anticipare e soddisfare desideri e occuparci dei bisogni emotivi di tutti i membri della famiglia. Diventare genitori aggiunge nuovi livelli di complessità ai carichi mentali già esistenti, la lista di cose da fare e a cui pensare si allunga a dismisura.
2) Come si viene a patti con la costante sensazione di non arrivare dappertutto?
Inutile ricordare che le ricerche hanno ampiamente dimostrato che le donne dedicano più tempo degli uomini a questo lavoro invisibile, siamo noi a portare “LO ZAINO PIÙ PESANTE” anche quando i compiti con il partner sono distribuiti in maniera equa. Altre ricerche hanno inoltre scoperto che, quando le donne portano la maggior parte del carico mentale, si sentono più sopraffatte dalla genitorialità e più esauste. Questo accade per vari motivi: predisposizione innata, abitudini e stereotipi, pressione sociale (+ social mmedia) ed educazione familiare. Ovviamente le mamme che hanno un elevato carico mentale rischiano il famoso “affaticamento decisionale” perché dopo aver preso 100 decisioni al giorno, il minimo che possa accadere è che siano esauste. Per non parlare poi del “Burnout materno”: esaurimento emotivo, senso di inefficacia e voglia di mollare tutto per scappare su un’isola deserta.
3) Perché secondo lei viviamo così tanto con l’angoscia di “non piacere” ai nostri figli? E come l’ansia da prestazione in realtà ci impedisce di esercitare il nostro ruolo educativo?
A questa riflessione sul ruolo e sull’impatto del “CARICO MENTALE” nelle nostre vite e nella relazione con i nostri figli, vorrei aggiungere che un altro elemento condiziona la qualità della nostra esperienza come genitori: “L’ANSIA DA PRESTAZIONE”, che, anche in questo caso è prerogativa materna, ma che non lascia illesi neppure i padri.
L’ansia da prestazione è figlia di un’altra famigerata sindrome, quella della “Mamma perfetta”, del “genitore perfetto”.
Ora, posto che ciascuno di noi, come genitore, si adopera al massimo delle sue forze per garantire una crescita sana e serena al proprio figlio, si educa sempre più, schiacciati dalla pressione sociale di dover offrire alla nostra famiglia UN’ESPERIENZA PERFETTA.
Devi essere un “buon marito”/ una “brava moglie”, avere una vita sociale attiva e ricca, performante sul lavoro, eccellente nel pensare a tutto ciò a cui nessuno avrebbe mai pensato, con grandi doti di organizzazione e pianificazione e, non ultimo, un “Genitore straordinario”.
Essere un “BUON GENITORE” al tempo d’oggi è davvero diventato una corsa ad ostacoli, una missione impossibile, o meglio, è quello che in qualche modo, abbiamo iniziato a pensare, cedendo alle pressioni della società (e i social media in questo hanno un grande peso). Ci vengono proposti modelli di genitorialità che ci spingono a pensare che la perfezione sia possibile. Il rischio è che smettiamo di ascoltare anche quanto di buono c’è nella parte istintiva e spontanea di ciascuno di noi, che ci sentiamo stressati perché non incastriamo alla perfezione dentro una realtà che non permette una sbavatura. Allora ci ritroviamo ad analizzare ogni gesto ed ogni frase rivolta ai nostri figli con la paura di aver sbagliato, provocato loro un disagio. Ma un conto è voler essere per il proprio figlio il miglior genitore possibile, informarsi e formarsi per poter vivere al meglio questa esperienza, un altro discorso è pensare di dover sempre essere all’altezza delle aspettative, loro e nostre. E’ impensabile e improponibile educare inseguendo la chimera del GENITORE MODELLO, pensare di poterlo fare seguendo pedissequamente le direttive che quasi impongono un modello educativo inflessibile adatto a tutte le famiglie e a tutti i bambini. E’ irrealistico e poco sano passare il messaggio che l’educazione dei nostri figli debba aderire a rigidi schemi, dimenticando la bellezza della diversità e l’importanza della personalizzazione. La cosa certa è che, seppur potessimo raggiungere la perfezione (obiettivo impossibile per il solo fatto che siamo esseri umani), dire che siamo genitori perfetti equivale anche a dire che siamo buoni genitori? Ci sono vari studi che indagano la relazione che c’è tra ansia sociale e pratiche genitoriali che lascio in bibliografia.

Direi che sarebbe più utile, sano, raggiungibile concentraci nella ricerca del miglior risultato che possiamo ottenere, impegnandoci a migliorare continuamente. Abbiamo a disposizione davvero molte informazioni e un ampio ventaglio di professionisti tra cui scegliere per essere guidati ed accompagnati, ma l’ardua impresa è saper far buon uso di questa opportunità e saperla sfruttare a nostro vantaggio per lasciare in eredità alla nostra famiglia meravigliosi ricordi d’amore, rispetto e comprensione.
Credo inoltre sia utile una riflessione: c’è una cosa che questa società sta dimenticando, ed è l’IMPORTANZA DELL’ERRORE. L’errore ci dà l’occasione per progredire, per poter apprendere e poter migliorare. Senza contare lo straordinario messaggio che possiamo passare ai nostri figli. Mettersi in gioco, impegnarsi per essere la migliore versione di noi stessi, conoscere e accettare i propri limiti, imparare a riconoscere di aver sbagliato e riparare dopo l’errore, costituiscono i veri obiettivi della genitorialità. Abbracciamo il “SENSO DI COLPA” che sentiamo quando pensiamo “questa volta l’ho davvero gestita male” e ascoltiamo questa emozione, perché come tutte le emozioni ci dice che qualcosa di importante è accaduto dentro di noi. Non dice che sono una buona o cattiva madre/padre, ma che, in quel momento specifico, con quell’azione specifica, ho arrecato un danno. Quindi il mio consiglio è di non lottare contro questa emozione né di sprofondarci dentro, ma di guardarla per quello che può insegnarci: spingerci a riparare un eventuale danno arrecato impegnandoci a non ripeterlo nel futuro. Inviare ai nostri figli questi messaggi ed essere esempio è il nostro più grande lavoro.
4) Come imparare a bilanciare le proprie esigenze con quelle dei nostri bambini senza sentire necessariamente di “togliere” loro qualcosa?
Quando i dubbi ci assalgono, quando ci chiediamo se stiamo facendo la cosa giusta, quando vogliamo migliorare noi stessi e il rapporto con i nostri figli, stiamo già facendo la differenza nella qualità della relazione.
Ma se tutto questo non bastasse, vi ricordo il termine coniato da Winnicott, uno psicoanalista inglese, di madre “SUFFICIENTEMENTE BUONA” (termine assolutamente estendibile al padre), che libera il genitore dall’incombenza di dover essere perfetto e infallibile. Ci offre un modello di genitore spontaneo, non perfetto, ma emotivamente sano e affettivamente presente, che CON ( e non NONOSTANTE) ansie, preoccupazioni, stanchezza, momenti di sconforto, trasmette sicurezza e amore.
E alla domanda “ e ai bisogni del genitore chi ci pensa”?” posso rispondere che la comunicazione è tutto,è sempre la chiave. Il saper comunicare ai propri figli LIMITI, anche rispetto alle proprie necessità ed esigenze, è fondamentale. Come in tutte le situazioni la soluzione è nel mezzo: se mettessimo i bisogni del figlio sempre al primo posto, rispetto a quelli degli altri membri della famiglia, diventando anche noncurante dei nostri, che tipo di messaggio passeremmo? Comunicare in modo chiaro, adeguato e con sincerità quali sono i nostri bisogni, quali sono i nostri sentimenti, ci permette di creare una relazione trasparente, onesta e fiduciosa. Inoltre permette la creazione di una vera intimità in cui tutti i membri della famiglia non sono impegnati a recriminare ingiustizie e iniquità, favorendo un modello familiare in cui tutti possono essere autentici e come una vera squadra, contare gli uni sugli altri.
In conclusione auguro a tutti noi di poter trovare in questa poderosa esperienza che è la genitorialità, l’essenza più autentica. Essere genitori non significa camminare senza sbagliare, ma esserci con autenticità, anche quando i passi sono incerti. Non servono eroi, né perfezione, ma braccia e cuore sempre aperti per accogliere ed ascoltare anche nei giorni più stanchi. Perché è proprio in quella “PRESENZA IMPERFETTA” ma SINCERA che i nostri figli sapranno di essere amati incondizionatamente.
Fonti:
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Craig, L., & Mullan, K. (2010). Parenthood, Gender and Work-Family Time in the United States, Australia, Italy, France, and Denmark. Journal of Marriage and Family.
Mikolajczak, M., et al. (2018). A Theoretical and Clinical Framework for Burnout in Parents. Frontiers in Psychology.
Pacht, A. R. (1984). Reflections on perfection. American Psychologist, 39, 386-390.
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Frost, R. O., Lahart, C. M., & Rosenblate, R. (1991). The development of perfectionism: A study of daughters and their parents. Cognitive Therapy and Research,13(6), 469-489.
Kawamura, K. Y., Frost, R. O., & Harmatz, M. G. (2002). The relationship of perceived parenting styles to perfectionism. Personality and Individual Differences, 32, 317-327.
Winnicott Donald W., (1996) I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina Editore
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Ausilia
È proprio vero, c’è bisogno di autenticità e di accoglienza gentile dei propri limiti, per imparare a vivere serenamente questa grande mission che è la genitorialità. Grazie dottoressa Martella, per questa lettura rassicurante e incoraggiante rispetto alle potenzialità che come genitori abbiamo e possiamo riconoscere. Ho trovato i suoi spunti di pensiero e di azione molto interessanti!
Ausilia