Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do: dove vanno a finire i pensieri di una mamma nel suo correre quotidiano?

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“Inizio l’opera di smarcatura delle cose da fare e piuttosto soddisfatta, con fare sadico, cancello di volta in volta con la penna nera tutti i singoli obblighi assolti mentre la vita mi guarda sfidante dicendomi: « Ti ricordi che mancano i corn flakes e il quaderno monocromo viola scuro e non chiaro a quadretti con il bordo per la scuola di tuo figlio?» Sì, ci vado al supermercato, non ti preoccupare”. tratto da “Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do” di Chiara Gambino

Ho iniziato la lettura dello splendido “Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do” di Chiara Gambino edito da AltriMedia Edizioni e ho avuto la sensazione di trovarmi come allo specchio, a nudo davanti alle mie emozioni e di poter concedermi il lusso di quella pausa che forse non mi sono mai presa, per tornare indietro in un tempo che credevo quasi dimenticato, dai primi istanti della mia esperienza di mamma fino ad oggi. E poter tornare indietro nel tempo, rileggendo alcune esperienze con la consapevolezza del presente, degli errori commessi, a volte degli inutili affanni, è un modo non solo per riappropriarsi della propria storia, ma di rileggere anche il presente, a, volte anche con una sana dose di leggerezza. La lettura di “Ninna nanna oh, questa mamma a chi la doè stata per me non solo l’occasione di tornare indietro con uno sguardo un po’ più affettuoso verso la persona ero allora, ma un modo per ripensare con occhi nuovi a quei vissuti che accompagnano troppo spesso noi mamme, il primo, è quel senso più o meno latente di inadeguatezza con cui cerchiamo di venire a patti per troppo tempo.

Se torno con la mente al giorno delle dimissioni dall’ospedale, ricordo ancora vagamente i primi rudimenti di accudimento del neonato da parte delle ostetriche, ma più di tutto ricordo come le loro parole risuonassero nella mia mente confusa. «Chissà se ce la faccio», questo é stato fuori da ogni dubbio uno dei miei primi pensieri. Felice, frastornata, a tratti spaventata mi sentivo come la protagonista di un viaggio totalmente ignoto. Percezione che a posteriori valuto assolutamente corretta; la maternità è un viaggio da scoprire giorno per giorno, un percorso a tratti lineare da cui godere di paesaggi mozzafiato, che può nascondere anche tratti di salita molto ripidi.  La differenza tra questo e tutti gli altri viaggi è che non esistono cartine geografiche vagamente attendibili. Capito questo (e ho impiegato un po’ di tempo a rendermene conto) dal giorno in cui ho tenuto in braccio il mio bambino per la prima volta, credo di essere diventata mamma un’infinità di altre volte.

Noi mamme siamo abituate a confortare, supportare, sostenere, prenderci cura, accudire e organizzare. Lo facciamo ogni istante della giornata mentre i nostri pensieri si affastellano, anche quando con l’ennesimo sorriso dissimuliamo e fingiamo che sia tutto sotto controllo, anche quando magari sotto controllo abbiamo ben poco. Perdersi tra quei mille equilibrismi quotidiani raccontati alla perfezione nel libro di Chiara Gambino, tra la spesa da fare, l’organizzazione delle giornate dei bambini, la propria professione, la coppia che richiama i suoi spazi, e tutto il resto, è più facile di quello che sembra e che quotidianamente ci viene raccontato e propinato, ovvero lo stereotipo della mamma che può (e che deve) arrivare dappertutto, quella che svetta sui suoi tacchi curata, organizzata, irreprensibile. Quella che ha le risposte, quella che sostanzialmente non batte ciglio davanti agli innumerevoli ruoli e alle pretese di presunta perfezione che la società ci impone e reitera in ogni modo e con ogni mezzo.

E anche se dentro di noi siamo consapevoli del fatto che le rappresentazioni non corrispondono alla realtà, facciamo ancora troppa fatica a lasciare andare certi modelli e a costruirne di nuovi. In qualche modo li abbiamo introiettati e continuano a rappresentare un banco di prova in ogni situazione, in una continua lotta tra come “dovrebbe essere” e come é. Il problema é che molte volte il condizionale logora in modo irrimediabile le nostre esistenze. La sfida più importante è non perdere la magia della quotidianità coltivando aspettative così elevate da non riuscire più ad apprezzare le meraviglie che abbiamo davanti, talmente prese a correre da dimenticarci anche dove stiamo andando. Perché quando lottiamo continuamente per conformarci a ideali o obiettivi, la nostra vita scorre davanti ai nostri occhi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. 

Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do: 12 racconti della vita di una mamma di autentica bellezza

Quando ho avuto un figlio mi sono avvicinata alle altre mamme, mossa da una impellente necessità di condivisione. Non cercavo la ricetta giusta per lo svezzamento, il negozio per il lettino montessoriano più adatto alla cameretta di mio figlio, i consigli per le vacanze con i bambini. Nulla di tutto questo. Cercavo in modo probabilmente assolutamente inconscio di rendermi conto se certi pensieri li avevo solo io, se potevo considerarli “adeguati” al mio ruolo di madre. Il confronto in quel caso era utile a validare la mia adeguatezza a questo ruolo, a posteriori ne sono perfettamente conscia. Tutto ciò che aveva anche una minima ambivalenza veniva da me etichettato e giudicato come “sbagliato”. Non è stato difficile a posteriori comprenderne il motivo: il ruolo di madre nella nostra società è permeato da rappresentazioni quasi mitologiche di infallibilità. A una madre raramente é concesso lamentarsi, avere dubbi, avere desiderio di prendersi cura anche di se stessa. Perché quando sei madre, ti ricordano tutti in coro sei prima madre che tutto il resto. Per questo motivo anche il confronto tra madri é spesso inibito da questi stereotipi: difficilmente qualcuna si assume il rischio di uscire allo scoperto, di mostrare per prima la propria vulnerabilità. Proprio per questo quando ho scoperto “Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do” di Chiara Gambino ho tirato un profondo sospiro di sollievo. Finalmente, mi sono detta, qualcuna racconta senza paura e con una sorprendente ironia anche l’altra parte della storia, lasciando spazio ai pensieri della donna, oltre che a quelli della mamma. Perché quei pensieri non solo esistono, ma aspettano una voce che dia loro una forma. Il libro si apre con una bellissima prefazione di Lorena Bianchetti, in uno spaccato vibrante di come l’arrivo di sua figlia abbia rappresentato per lei un vero e proprio “risveglio alla vita” e si conclude con una postfazione altrettanto preziosa della psicologa e psicoterapeuta Giada Maslovaric. Due madri e professioniste affermate, confermano una volta in più quanto noi donne possiamo realizzarci professionalmente mantenendo il nostro sguardo umano e continuando a prenderci cura delle persone che amiamo.

12 racconti di una donna che ricopre tanti ruoli, con entusiasmo, a volte con un po’ di fatica e qualche dubbio, ma che scopre una risorsa potentissima per far fronte alla quotidianità: quella di non perdere il contatto con se stessa, con le sue emozioni, con i suoi desideri.  Che comprende e non dimentica la bambina che é stata, che medica le ferite di quella bambina e si rende conto che deve prendersene cura con lo stesso amore che nutre per gli altri. Che non teme quel sentimento di ambivalenza che spesso fa sentire in colpa le mamme: amare profondamente i propri figli e avere bisogno di spazi per coltivare anche le proprie passioni, rimanendo in contatto con la parte più profonda sé. 12 racconti ironici che ci conducono nella vita di una mamma in cui è molto facile rispecchiarsi. Dalle corse al supermercato per mettere in tavola la cena, alle mille liste di cose da fare, ai primi momenti della vita da mamma, agli impegni professionali in un equilibrio in continua evoluzione. Un libro che esplora le emozioni senza paura, anche quelle più dolorose, in modo vibrante e autentico, restituendole al lettore in tutta la loro verità. I primi conflitti con i figli quando si affacciano all’adolescenza, il continuo domandarsi se siamo stati e siamo all’altezza. La consapevolezza di dover imparare a lasciarli alla vita, insieme all’impotenza di non poterli proteggere in eterno, raccontano spaccati di esistenza di potente intensità: “Siamo una madre e una figlia e siamo legate da questo vincolo biologico così incontrovertibile, assoluto, unico e irriproducibile in altre forme relazionali. La geometria sferica dei nostri sguardi si unisce in un dialogo tacito che sembra sussurrare «Ti voglio bene, ti perdono, mi perdono, ti lascio andare»

Situazioni quotidiane viste con nuovi occhi, pensieri che sicuramente hanno attraversato la mente di molte madri a cui viene finalmente concesso il diritto di esistere per come sono, senza provare continuamente a contrastarli, a ridimensionarli, a nasconderli nel cassetto più nascosto del nostro cuore.

C’è tutto della vita di una mamma nel libro di Chiara Gambino: l’amore per i figli, l’imperfezione del trambusto mattutino della colazione e delle zip degli zaini prima di andare a scuola, tutte le routine che puntellano la nostra quotidianità, insieme al piacere di una tazza di caffè in solitudine, per radunare i pensieri: “Chiudo la porta dietro la mia schiena e il confine ora é netto e definito, loro fuori e io dentro, dentro il mio nido, quel nido caldo e soffice che profuma ancora dei loro pigiamini. Quell’atmosfera ovattata, colorata ancora delle sfumature dei sogni della notte. Le cose in disordine per la fretta di prepararsi al mattino, di corsa per non fare tardi a scuola. Loro fuori, io dentro. Dentro al mio nido scomposto e arruffato, che fino a qualche istante prima era riempito dai suoni delle loro voci, dallo scalpitio dei loro piedi che corrono a fare pipì e poi colazione e poi in bagno a lavarsi i denti e il fruscio dell’acqua e della carta delle merende dentro lo zaino e della zip delle giacche  che si chiudono insieme al tonfo finale della porta che si chiude dietro di me, quell’attimo così veloce e netto -boom- determina quel confine inconfondibile tra il pieno e il vuoto, tra il suono e il silenzio assoluto, tra il trambusto e la quiete, tra la presenza e l’assenza” C’è il profondo desiderio di condivisione con i nostri affetti, e insieme il bisogno di continuare a coltivare qualcosa per se stessi, di salvaguardare i propri spazi, di non perderli. Che si tratti di un corso in palestra, in questo caso dell’agognata lezione di Zumba, o un’ora ad ammirare un paesaggio.

La maggior parte delle mamme fa molta fatica a concedersi serenamente tutto questo, perché in ogni modo e con ogni mezzo possibile la società non fa che ripeterci e ricordarci che l’appagamento e la gratitudine nel ricoprire il ruolo di madre “dovrebbe” far sfumare come neve al sole tutti gli altri desideri o quantomeno lasciarli sullo sfondo delle nostre esistenze, finché probabilmente non si affievoliscono fino a scomparire. E quel continuare a negarli, quei desideri, è causa per molte madri di profonda tristezza e troppi rimpianti. Nel suo libro e nelle sue vicende, Chiara non solo racconta una mamma, ma fa molto di più, probabilmente quell’unica cosa che non riusciamo a concederci: si ferma

Ninna nanna oh, questa mamma a chi la do”, con la sua dolce ironia e la sua profondità ci riporta al centro di noi stesse, alimentando un dialogo interiore alla continua scoperta della nostra identità e ci restituisce un messaggio prezioso: costruire un buon rapporto con se stesse significa anche vivere atteggiamenti che rispondano ai propri bisogni. Significa non dimenticarseli quei bisogni, non fare finta che non esistano. Significa saper trovare spazi e momenti per guardarsi dentro: “Espiro il rumore interferente degli ultimi pensieri residui del caos romano e li lascio andare uno ad uno nel cuore del lago. Uno svuotamento lento e vellutato massaggia il mio corpo avvolto in questo silenzio necessario, soave e assoluto”.

Questo non solo ci aiuta a superare gli ostacoli e compiere con serenità ogni giorno scelte che siano in linea con la parte più autentica di noi, ma ci aiuta nella costruzione di relazioni efficaci e positive con le persone che amiamo. “Ninna nanna oh questa mamma a chi la do” tra i tanti messaggi positivi ci ricorda che i figli non hanno bisogno di una mamma perfetta, ma felice.  E parte di quella felicità è nelle nostre mani. Dobbiamo imparare a  coltivarla e custodirla, nella nostra tasca più segreta.

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