L’altro giorno ero in giro e ho incrociato una persona che conosco.
Ciao come stai, soliti convenevoli. Poi mi rendo conto che passa più di venti minuti a raccontarmi una serie di cose di cui oggettivamente non mi interessava niente e fin qui ok, ma ogni volta che proferivo mezza parola palesemente non ascoltava.
Dopo venti minuti avevo lo sguardo perso nel vuoto dietro agli occhiali da sole. Mi senti mi ha detto?
In realtà stavo pensando che era finita l’ insalata in frigo e che dovevo comprare una nuova penna blu cancellabile per mio figlio e che dovrei tenerne in casa di più.
Con una scusa mi sono defilata:’ Ho la macchina in doppia fila’ devo proprio andare. Ero a un metro da casa ed ero a piedi, ma l’insofferenza nel chiudere la conversazione era più forte dell’inventare una scemenza inverosimile, considerando che sa dove abito.
Poi ho riflettuto sul fatto che molte delle mie conversazioni si svolgono così: ovvero che le subisco, non mi domando mai veramente chi e che cosa interessa a me, prendo quel che arriva.
E allora che forse questo è un mio problema.
Un’altra volta sempre di recente ho sopportato un’ora la filippica di una tizia che pretendeva di raccontarmi tutte le verdure che mangiavano i figli, quanto siano eccellenti in tutto e quello che fanno, quanto siano educati e quanto siano sempre stati i migliori.
Fa’ che non attacchi il disco, pensavo: ‘Ti ho mai parlato di quella volta che..?’ Ti prego, non farlo, ho pensato dentro di me, non ripensarci a quella volta, almeno, non con me.
Speranza mal riposta: è partita con lo sport e avevo già capito che non si sarebbe fermata facilmente, per poi arrivare al cavolfiore. Sissignori, i due bambini mangiano il cavolfiore e anche i fagiolini, tiè. E per merito suo ovviamente.
E sapessi uno che asso nel nuoto!
L’ultima che mi ha detto così quando effettivamente mi è capitato di vedere il prodigio in piscina mancava poco che andasse con la ciambella.
Che va benissimo, una due o dieci ciambelle, ma un po’ di obiettività renderebbe l’ostentazione meno ridicola.
Poi, quando credendo (illusa) fosse giunto il mio turno di parola, ho goffamente tentato di articolare mezzo concetto, si è messa a farsi gli affari suoi con il telefono dandomi la misura di quanto tempo avessi sprecato un’altra volta a starla a sentire.
Ben poche sono le persone a cui racconto qualcosa di me a mia volta, di me che non sia rispondere a domande di cortesia e convenevoli.
C’è gente con cui ho spesso a che fare che non mi chiede mai come sto preoccupandosi della risposta e mi sono resa conto che tutta questa gente mi ha stancato. Non è una forma di collera la mia, non vorrei nemmeno che gli importasse della mia risposta, semplicemente non ho più voglia di dargli retta.
Ma non è un problema loro, è un mio problema sapere o meno dire di no. E quando non sai dire di no, ti trovi sempre in situazioni spiacevoli, questo è un dato di fatto.
Dovrei smettere di ascoltare cose che non mi interessano solo per educazione, specialmente quando mi rendo conto che i rapporti non sono reciproci. Son così brava a predicare la reciprocità quando mio figlio mi racconta qualche delusione, ma io mi invece non so mai metterla in pratica. Tutto ciò che non è reciproco è qualcosa da cui scappare, punto. Perché é unilaterale.
Che poi è facile capire quando un rapporto non è reciproco, più facile di quel che sembri: quando la parola passa a te, e dopo un minuto il discorso si chiude, sai già che cosa dovresti fare.
Che poi lo faccia o meno, questo è un altro capitolo.
