Bullismo o scherzo? Come capire quando preoccuparsi e cosa fare. Intervista alla Dott.Filieri di Fondazione Libra

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L’empatia dissolve l’alienazione” Carl Rogers

Se ne sente parlare sempre più spesso, ma come la maggior parte delle situazioni che nella vita ci mettono magari in grande difficoltà si spera che non ci tocchino mai da vicino e si cerca di pensarci il meno che si può. Quando poi queste situazioni riguardano i nostri figli e ci sentiamo magari impotenti nel proteggerli nel mare grosso dell’esistenza, come genitori andiamo ancora più crisi. Il bullismo sta diventando un tema sociale sempre più diffuso ed è un fenomeno che riguarda sempre di più una società con probabilmente troppi pochi punti di riferimento.

Si tratta di una forma di devianza propria dei giovani, che ha bisogno di occhi molto attenti e si manifesta da parte di un gruppo nei confronti di uno o più individui che si trasformano in bersagli quotidiani di aggressioni fisiche o verbali. Bambini e ragazzi che mano a mano, accerchiati sistematicamente dal branco, perdono la capacità di difendersi. Il suo persistere può sfociare in grandi traumi per le vittime fino ai casi più drammatici di suicidio. La scuola è il luogo d’elezione di questo fenomeno, per cui risulta più che mai indispensabile l’apporto collaborativo di tutte le figure educative che le ruotano attorno.

Davanti a queste situazioni, un genitore oggi si trova più che mai disorientato e preoccupato; innanzitutto perché non è affatto semplice intercettare i primi segnali di disagio. Bambini e ragazzi, spaventati a loro volta, sono magari poco inclini a confidarsi, per vergogna o per timore di non essere compresi.  A loro volta i genitori possono facilmente scambiare questi episodi come banali scaramucce o come dinamiche di gruppo: “C’è sempre stato, queste cose capitano da sempre, deve imparare a cavarsela da solo?”. La linea di confine si assottiglia sempre di più ed è facile perdere i punti di riferimento per capire come intervenire concretamente e aiutare i ragazzi.

Da tempo sentivo la necessità di trattare il tema del bullismo in modo serio e documentato e per questo motivo mi sono rivolta alla Dott.ssa Giuseppina Filieri, presidente di Fondazione Libra, centro europeo contro il bullismo, prezioso ente non ha scopo di lucro che  persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, in particolare si propone quale scopo fondamentale quello di  scardinare un fenomeno, quale quello del bullismo, in tutte le declinazioni e forme, unitamente a quello di prevenire e scongiurare comportamenti espressivi di forme di violenza di genere, nei rapporti interpersonali della vita di relazione, ed in particolare negli ambienti scolastici e di lavoro.

Perché secondo la vostra esperienza il fenomeno del bullismo è sempre più in aumento?

Oggi, quando parliamo di bullismo o di fenomeni che vengono associati al “disagio” giovanile, è necessario tenere conto dell’intercorsa e sempre più repentina spinta evolutiva che non solo ridefinisce i ruoli sociali e le competenze, ma impone una riflessione profonda su cosa di fatto rappresenti il bullismo. È un termine che fin troppo spesso viene utilizzato per indicare qualsiasi tipo di azione e/o manifestazione violenta che coinvolge minori e adolescenti. Ma di fatto non è così. Il bullismo ha connotazioni precise e si concretizza in un insieme di comportamenti, di violenze (sia fisiche che psicologiche), insulti, prepotenze perpetrate per un lasso di tempo da parte di una persona nei confronti di un’altra.

Bullismo o scherzo? Quali sono le caratteristiche del bullismo?

Due delle caratteristiche essenziali sono: l’intenzionalità delle azioni e la ripetitività. Infatti, ad esempio, se un ragazzo dice ad un altro :“Hai delle scarpe orrende” possiamo parlare di un’offesa, ma non di bullismo. Se la stessa affermazione, viene invece ripetuta con cadenza quotidiana ed è volta a denigrare, deridere ed escludere l’altro, allora in questo caso possiamo parlare di bullismo. Un tempo il bullismo era considerato una sorta di “prassi iniziatoria”, un passaggio che i ragazzi affrontavano per “temprarsi”, stabilire relazioni, confrontarsi. Spesso sentiamo dire “ma il bullismo c’è sempre stato” oppure “sono cose da ragazzi”. Vero. Ma perché allora nessuno mai è morto di bullismo.

Il bullismo c’è sempre stato? No

Un aspetto importante legato a questo fenomeno è che nel passato le agenzie educative (famiglia e scuola) erano baluardi educativi imprescindibili che non solo rappresentavano riferimenti stabili per i minori, ma esigevano ed insegnavano con autorevolezza il rispetto di sé e dell’altro diverso da sé. Nel tacito accordo di corresponsabilità educativa che le famiglie e la scuola (riconosciuta come istituzione) sottoscrivevano vi era l’obiettivo non solo di insegnare, ma anche accompagnare nella crescita gli uomini e le donne di domani. Questo oggi manca. In più si aggiunga che l’avvento dei social media non ha aiutato. Anzi.

Bullismo e cyberbullismo: il Web peggiora la situazione

Se infatti un tempo il bullismo era qualcosa di circoscritto che avveniva in un determinato luogo, oggi, ahimè non è più così. La continuazione in rete delle azioni vessatorie è oramai pratica comune in quanto i giovani non vivono l’interrealtà come uno spazio separato, ma un intreccio in cui reale e virtuale si sovrappongono. Così se un tempo la vittima aveva ben chiaro da chi, dove, e quando difendersi, con la rete si azzera il tempo, si azzerano i luoghi, si azzerano le persone perché si entra in contatto con conosciuti, sconosciuti…. un mondo interno.

In rete c’è il soddisfacimento immediato dei bisogni perché qui si trova qualsiasi cosa che possa soddisfarli. La perdita di riferimenti stabili, di modelli educativi, di confini imprime nei ragazzi il convincimento che sono la forza ed il potere a garantire il riconoscimento sociale: è questo che maggiormente conta. Fare qualcosa che diventi virale così che io possa essere visto e riconosciuto. 

Vittima e bullo chi sono? Due persone fragili che manifestano la sofferenza in modo opposto

A mio avviso è utile sottolineare un aspetto importante: vittima e bullo (classicamente definiti) sono due persone fragili che manifestano la propria sofferenza in maniera opposta ed è per questo che vanno aiutati entrambi. Sia nella vittima che nel bullo i primi segnali di disagio sono tristezza, ansia, oppositività, pianto immotivato, rifiuto di andare a scuola. L’escalation dei sintomi aumenta con il passare del tempo, fino a tramutarsi in veri e propri disturbi. Attenzione. Questi sono anche segni tipici dell’adolescenza. E allora? Il controllo delle attività dei nostri figli (sia dentro che fuori la rete) e la comunicazione con la scuola diventano azioni non solo utili, ma necessarie al fine di poter intercettare precocemente eventuali difficoltà e/o forme di disagio. 

Come agire se la scuola non crede ai genitori? Può essere utile cambiare scuola ?

L’ alleanza educativa tra scuola e famiglia è la chiave di volta affinchè si possa determinare un cambiamento. Purtroppo, sin troppo spesso, siamo proprio noi genitori ad intervenire indipendentemente dal “complesso della gravità”. La scuola non è più un alleato, ma è un nemico da combattere perché siamo convinti che possa minare l’integrità dei nostri figli. La mancanza di fiducia non è solo sentita, ma è anche agita con pratiche comportamentali che danno un rimando negativo ai nostri figli. Avviare un dialogo aperto e propositivo con la scuola, contestualizzando gli accadimenti e lo stato di disagio e di sofferenza che causano nel figlio/a è di fondamentale importanza affinchè si possano avviare azioni di intervento congiunte. Molto spesso invece la scelta più facile e percorribile sembra essere quella di cambiare scuola. Cambiare istituto non consente né a noi né ai nostri figli di affrontare quel problema che crea disagio e paura, anzi. È un fardello che ci porteremo dietro anche nel nuovo istituto perché non abbiamo insegnato ai nostri figli ad affrontare la paura, ma l’abbiamo aggirata, facendo in modo che si consolidi in loro il convincimento che sono loro ad essere sbagliati. 

In questi casi é utile provare a parlare con i genitori del “bullo” per spiegare il disagio in cui si trova il proprio figlio?

Ricordate l’antico proverbio africano “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”? Ecco questo bisognerebbe fare! Uscire dal proprio individualismo e riconoscere che siamo genitori imperfetti è un primo passo. Rispondo a questa domanda con un’altra domanda: “Vi piacerebbe sapere che vostr* figli* vive un momento di difficoltà e/o fragilità?” Immagino di sì. I nostri figli non sono monadi, ossia mondi chiusi che interagiscono solo con un “dentro”, ma interagiscono, crescono ed evolvono grazie allo scambio che c’è con il fuori, che non è astratto, ma è un fuori che diviene costitutivo e costruttivo. Partiamo da qui. 

Gli adulti hanno eventuali responsabilità penali? Se sì, quali?

Gli adulti (genitori e insegnanti) hanno, ciascuno per il proprio ruolo, responsabilità non solo di tipo etico o morale, ma anche sotto il profilo giuridico e normativo. Non mi addentrerò, in questa sede, sulle responsabilità genitoriali (strictu sensu), ma sulla necessità di conoscere l’attuale quadro normativo, la L. 17 maggio 2024, n. 70 che ha modificato la L. n. 71 del 29 maggio 2017 (legge sul cyberbullismo). La legge n. 70, entrata in vigore solo qualche mese fa, va ad integrare la n. 71 e va a dettagliare quali sono le responsabilità sia in capo alla scuola, ma anche alle famiglie ed ai minori che si rendono autori di bullismo (non solo di cyberbullismo). 

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