Il corpo maschile nella danza: intervista a Christian Fagetti, Ballerino Solista del Teatro alla Scala

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Il corpo dice ciò che le parole non possono
Martha Graham

INTERVISTA DI VALENTINA DESARIO

Ci sono linguaggi che precedono la parola e la superano. Il corpo è uno di questi.
Nella danza, in particolare, il corpo non è ornamento né intrattenimento, ma spazio di pensiero: quell’attimo in cui disciplina, personalità e identità si intrecciano in modo visibile.

In scena il corpo non è solo un simbolo, ma un risultato. È il prodotto di anni di scelte, di studio, di ripetizione, di correzione. Un corpo che ha imparato a misurarsi con la sua forza e con il limite, con la perfezione, con la fatica, con l’errore, che ha imparato a combattere a volte contro se stesso.

Prima ancora che luogo di espressione, il corpo del danzatore è un luogo di conoscenza: un sapere che non si esaurisce mai, che punta ogni giorno al massimo delle sue possibilità.
Quando a danzare è un uomo, lo sguardo collettivo tende ancora a spostarsi dall’opera al significato che le attribuiamo. Il gesto a volte non viene osservato solo per ciò che è — tecnica, ritmo, relazione con lo spazio — ma per ciò che si presume rappresenti. La danza maschilecontinua così talvolta a essere letta attraverso categorie estranee al linguaggio artistico: virilità, forza, ruolo, conformità. Parametri che non nascono dalla pratica della danza, ma da modelli culturali esterni, che chiedono al corpo di aderire a un’idea prima ancora che a un ruolo da interpretare.

In questo slittamento, il corpo smette di essere strumento e diventa messaggio. Non è più invitato a esprimersi, ma chiamato a spiegarsi. Come se, nel caso maschile, la danza dovesse talvolta giustificare la propria esistenza prima ancora di poter essere guardata. Ed è in questo spazio — tra il gesto e l’interpretazione — che si nascondono molti degli stereotipi che ancora oggi accompagnano la danza, quando a ballare sono i maschi, anche oggi, all’epoca dell’ “apertura mentale”.

È con piacere che non so nemmeno descrivere, che Stancamente Mamma ospita Christian Fagetti, ballerino solista del Teatro alla Scala di Milano.
Il percorso professionale di Christian Fagetti costituisce un riferimento significativo non solo nel panorama della danza, ma anche nel più ampio contesto culturale. Raccontare esperienze come la sua significa contribuire a una narrazione più ampia, capace di valorizzare il talento, la disciplina e la libertà di espressione come elementi fondanti della crescita individuale.

Non nascondo quanto tenessi a questa intervista. Seguo da anni il tuo percorso professionale, anche attraverso il racconto che condividi sui social, e ho sempre apprezzato il modo in cui restituisci il tuo lavoro e il mondo che lo attraversa. Un mondo in cui è difficile nascondersi, in cui ogni giorno si ricomincia da capo, e in cui il corpo diventa inevitabilmente luogo di confronto: con il limite, con le scelte fatte, con la volontà di restare, con l’ambizione a migliorarsi.

La danza è uno spazio che chiede molto a chi lo abita. Chiede costanza, esposizione, disciplina. Mette davanti allo specchio non solo il gesto, ma anche la tenuta nel tempo. Tutti possiamo immaginare quanto sia complesso essere selezionati da una Scuola di Ballo come quella del Teatro alla Scala; forse ancora più difficile è restarci, attraversarne gli anni di formazione, conseguire il diploma, essere nuovamente scelti per entrare in compagnia e, nel tempo, costruire un percorso professionale solido e riconosciuto come il tuo.

Christian Fagetti Il lago dei cigni” di Rudolf Nureyev al Teatro alla Scala

E immagino anche ciò che sta dietro a tutto questo: l’inizio, prima della tecnica, prima delle selezioni, prima dei ruoli. Il momento in cui un bambino o un ragazzo si avvicina alla danza senza sapere ancora se sarà accolto da quel mondo, capito, sostenuto, senza sapere se si tratta di un innamoramento momentaneo destinato a svanire in breve o di una vera passione. Un’età in cui il corpo è già osservato, commentato, talvolta giudicato, e in cui il desiderio di esprimersi può entrare in conflitto con ciò che ci si aspetta da lui.

Che cosa ricordi di quel momento? Che tipo di spazio hai trovato — umano prima ancora che artistico — e quanto è stato importante sentirti legittimato nel tuo desiderio di danzare, prima ancora di dimostrare qualcosa?

Quando mi sono avvicinato per la prima volta alla danza… partiamo dal fatto che io, almeno da quello che mi dice mia mamma, ho sempre ballato fin da piccolo. Anche vedendo alcuni video che mi ha mandato un mio cugino australiano, che nel 1990 — quando avevo tre anni — era venuto qui in vacanza. Aveva una cinepresa e mi riprendeva mentre ero in casa e facevo già degli spettacolini.

Quindi, ho sempre ballato. Mettevo la musica da solo e ballavo a ritmo, il mio corpo si muoveva ascoltando la musica, senza che io sapessi davvero che cosa stessi facendo, in poche parole. Il mio ricordo invece di quando ho iniziato proprio a fare danza è legato alla scuola privata del quartiere in cui vivevo. Alla fine, come dico in tante interviste, devo sempre ringraziare la mia migliore amica d’infanzia, perché grazie a lei mi sono avvicinato alla danza. Lei mi aveva proposto di iniziare un corso di danza moderna di tre mesi in questa scuola che aveva appena aperto nel nostro quartiere e io, come succedeva con tutte le cose che facevamo in simbiosi all’epoca, ho accettato.

Ricordo che in quel periodo ero indeciso se fare il corso di minibasket a scuola oppure danza. Calcola che ero in quarta elementare — forse già all’inizio della quinta — avevo circa dieci anni.

Christian Fagetti, Teatro alla Scala

Alla fine ci ho pensato due minuti. Sono tornato a casa e ho detto a mia mamma: “Mamma, mi voglio iscrivere a danza moderna.” Questo è avvenuto nel 1998. Puoi solo immaginare la situazione. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto, questo è chiaro, ma la prima cosa che mi disse mia mamma quando tornai a casa e dissi questa cosa fu: “La danza è per le femminucce”.

Io però non mi sono mai fatto fermare da questa affermazione e le risposi subito: “A me non me ne frega niente. Io voglio farla.”

E lei, ovviamente, non mi ha mai ostacolato. Mi ha detto: “Va bene, allora ti iscriverò.” Non mi ha mai impedito di intraprendere questa strada. E sul quanto fosse importante sentirmi legittimato… non so ero talmente piccolo che non ci pensavo neanche a questa cosa. Era semplicemente qualcosa che volevo fare, senza pensare alle conseguenze che quella decisione avrebbe portato. Conseguenze che poi, in realtà, nella mia quotidianità, a scuola, non sono state sempre positive o piacevoli.

Quando hai capito che la danza sarebbe diventata il tuo linguaggio principale? C’è stato un momento preciso oppure è la tua é stata una consapevolezza maturata nel tempo?

L’ho capito praticamente fin da subito che questo sarebbe stato il mio mondo, che la danza sarebbe stato il mio linguaggio principale, la mia vita. Anche questa è una cosa assurda perché ero, molto piccolo, avevo 10 anni, però da subito ho sentito qualcosa di speciale, inconsciamente. Da lì a pochi mesi ho iniziato a pensare “da grande vorrò fare il ballerino”, con la differenza che quando ero piccolo facevo solo danza moderna: ho iniziato con danza moderna e salsa e merengue, però avevo la consapevolezza di voler fare il ballerino. All’epoca, volevo fare il ballerino televisivo, poi come ben sai, la mia vita è cambiata totalmente e diciamo il mio focus si è spostato su un’altra direzione. Però sì, non è una cosa che è cresciuta piano piano, ma l’ho capito da subito che sarebbe stata la mia strada.

Christian Fagetti, Teatro alla Scala

Il corpo del ballerino viene spesso raccontato come simbolo di forza. Quanto contano invece, nel tuo lavoro, il controllo, la precisione, le doti interpretative, la vulnerabilità e l’ascolto?

Conta tutto molto, tutti questi aspetti sono fondamentali. Perché il controllo del proprio corpo è la cosa principale, insomma noi dobbiamo sapere esattamente come muoverlo, con quali muscoli e come farlo. È per questo che ci attacchiamo ogni mattina alla sbarra, ogni giorno facciamo la nostra lezione di danza classica, compresa di sbarra, centro e salti, perché è lì che costruiamo il nostro corpo e la nostra tecnica in sala ballo, per poi esibirci in palcoscenico. Nelle prove e poi negli spettacoli dei vari balletti. Oltretutto io sono molto “stakanovista”, sono attento a tutto: sono una persona molto “disordinata” nella vita lo dico sempre, ma nel mio lavoro sono super preciso, deve essere tutto come me l’ero immaginato e provo, e riprovo fino a quando i passi mi vengono come dico io.

E poi sì, per me è molto importante anche l’interpretazione, io credo che tutto conti: mi considero sì un danzatore, ma anche un artista e per me è molto importante la parte interpretativa in un danzatore. Ovviamente l’ascolto, sia della musica ma anche l’ascolto corale proprio con i propri colleghi, soprattutto quando esegui un pezzo con il Corpo di Ballo, è fondamentale. Ci si sofferma spesso sulla forza e sulla fatica del nostro lavoro, ma tutti questi aspetti non sono meno rilevanti.

Nel balletto classico i ruoli maschili sono spesso associati a figure forti, eroiche o di sostegno. Pensi che la danza stia evolvendo anche nella rappresentazione dei ruoli e delle identità?

Allora, in realtà io credo che sì, c’è una parte dei ruoli maschili nei balletti a cui sono associate queste figure forti, eroiche, ma, ci sono anche ruoli maschili, tra cui proprio ruoli principali, che invece sono molto più fragili. Sicuramente nel balletto romantico, considerando che è nato nell’Ottocento, la figura maschile è sempre percepita come quella più forte.

Nel mondo attuale, quello della danza moderna, tanti coreografi cercano di non trasmettere più questo messaggio e cercano di porre l’uomo e la donna sullo stesso piano. Banalmente, anche ora mi viene in mente un balletto che andrà in scena a breve Chroma di McGregor, in cui uomini e donne sono vestiti tutti uguali, e ballano anche nello stesso modo: mi viene da dire che nel linguaggio contemporaneo si cerca di assottigliare questa distinzione di ruoli.

Ti è mai capitato di sentirti giudicato o etichettato per il solo fatto di essere un uomo che danza?

Mi sono sentito giudicato di più quando ero piccolino. Ora, giudicato per il fatto di essere un uomo che danza, no, anche perché non è più tanto un “tabù” il fatto che un uomo faccia danza: rispetto a quando ho iniziato a fare danza era un po’ più difficile sotto questo punto di vista perché la gente non sapeva. Mi sentivo più etichettato quando ero piccolo e molto più giudicato prima, rispetto ad ora.

Che ruolo hanno avuto i tuoi genitori?

Per diventare quello che sono oggi il supporto dei genitori è stato fondamentale: se non li avessi avuti dalla mia parte sin dal giorno 0, oggi non sarei dove sono, ne sono certo. E come dicevo prima, ho ricordato il momento in cui dissi a mia madre che volevo intraprendere questa scuola di danza e lei inizialmente mi rispose che la danza era per femmine, ma non lo disse con “cattiveria”: all’epoca effettivamente era una scelta totalmente tabù, soprattutto per quanto riguardava gli uomini. Quindi niente, io le risposi che che questa era la mia decisione, lei mi assecondò da subito e i miei genitori divennero i miei più grandi fan: se così non fosse stato sarebbe stato molto più difficile. Per quello credo che sia fondamentale il supporto incondizionato dei genitori verso un ragazzo che sceglie di intraprendere questa carriera. È davvero importante che i ragazzi siano assecondati e capiti e incoraggiati dalla famiglia.

Christian Fagetti, Teatro alla Scala

Che cosa diresti a un genitore che esita a iscrivere un figlio maschio a danza per paura del giudizio esterno? E cosa diresti a un ragazzino che si é sentito in difficoltà per aver desiderato questo per se stesso?

Direi di fregarsene, di andare dritti per la propria strada e di pensare a quello che il proprio figlio vuole fare, e se il desiderio del proprio figlio è forte, è giusto che un genitore lo assecondi: è un mondo non facile ma altamente formativo, di grande rigore, educazione, dedizione, sono tutti valori fondamentali da imparare nella vita.

Quindi dico di non ascoltare gli altri e di andare dritti per la propria strada. Un ragazzino che si è sentito in difficoltà per aver desiderato questo per se stesso, lo capisco bene, perché tante volte mi sono sentito inadeguato quando ero piccolo. Ma la passione é stata più forte delle cattiverie che ho ricevuto.

Se dovessi smontare uno stereotipo sulla danza maschile con una sola frase, quale sarebbe?

Allora te ne dico due. Allora, la prima sul fatto di tutti i ballerini sono gay: non è assolutamente vero e nel mondo della danza sono presenti moltissimi eterosessuali, più di quelli che si pensa. E invece un’altra è che il danzatore maschile non è solo chi porta la ballerina in giro per il palcoscenico, la solleva, eccetera eccetera, ma ci sono dei ruoli in cui davvero si usa molto l’artisticità e quindi possiamo dare molto anche a livello espressivo e tecnico.

Christian Fagetti con Virna Toppi Prima Ballerina del Teatro alla Scala

Qual é il ruolo che ancora sogni di ballare?

Purtroppo a questa domanda non ti posso rispondere. In tanti me l’hanno chiesto, ma dato che è ancora un sogno, non non me la sento di dirlo adesso, lo voglio tenere per me. Se si esaudirà, benissimo, se non si esaudirà, lo svelerò, però tra otto anni.

Teatro alla Scala – Romeo e Giulietta 2023 – Christian Fagetti interpreta Mercuzio

Guardando al futuro, ti immagini un domani nel ruolo di insegnante? Se sì, che tipo di esperienza vorresti trasmettere a chi si avvicina oggi alla danza?

Quando ero più giovane, mi dicevo sempre che quando avrei smesso di ballare avrei insegnato. Negli anni questa cosa è cambiata molto. Ogni tanto lo faccio anche adesso, ma insegno in realtà da quando ho 19 anni. E sicuramente è una cosa che mi piace fare, ma non lo vedo come mio futuro. Al di là di questo, mi piacerebbe avvicinarmi al mondo della recitazione, del canto, insomma un po’ al mondo dei musical, però capiremo se ci saranno le condizioni.

Quello che cerco di trasmettere quando insegno è che bisogna lavorare moltissimo su se stessi, perché solo facendo questo si possono ottenere grandi risultati. e cerco di insegnare questo perché è quello che hanno trasmesso a me ed è quello che su di me ha funzionato: credo che sia il segreto per raggiungere i nostri sogni.

Ringraziamo Christian Fagetti, per la disponibilità e la generosità con cui ha condiviso la sua storia.

Dedico questa intervista a mio figlio, perché non chieda mai il permesso di essere se stesso e ricordi sempre ciò che gli ho insegnato: guardarsi dentro è la sola verità a cui restare fedeli. Tutto il resto é solo il mondo che parla.

Chi è Christian Fagetti

Christian Fagetti è ballerino solista del Teatro alla Scala di Milano. Nato a Rho, entra nel 2002 alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, dove si diploma nel 2006, anno in cui entra anche nel Corpo di Ballo della compagnia. Nel corso della sua carriera ha interpretato numerosi ruoli nel grande repertorio classico e contemporaneo, lavorando con coreografi di fama internazionale. Dal 2018 è solista del Balletto del Teatro alla Scala. Nel 2019 ha ricevuto il premio Danza&Danza come Miglior interprete dell’anno.

Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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2 commenti
  • Laura
    RISPOSTA

    Brava ! Bellissima intervista . Sono maestra di danza da quarant’anni e ho una scuola a Monza dove Christian è diversi altri ballerini sono venuti a tenere delle lezioni . Bello che questa divulgazione avvenga su pagine che si rivolgono alle mamme e ai genitori in genere non solo per rompere vecchi tabù sempre ben radicati ahimè, ma anche per far comprendere i valori che la danza in tutte le sue forme , porta con sé. Un sostegno anche al ns lavoro . Grazie .
    Laura

    • Valentina
      RISPOSTA

      Ciao Laura, grazie mille per questo commento e per la tua esperienza.
      C’è bisogno di storie che mettano davanti i genitori al fatto che siamo responsabili di capire chi sono i nostri figli (che é ben diverso da chi pretendiamo che siano) e li aiutiamo a esprimere davvero il loro potenziale.
      Ci sono chissà quanti maschi imbrigliati in lacci di scarpe da calcio e bambine dentro al tutù rosa che magari sognano di fare basket. La vera educazione libera, non costringe.
      Un caro saluto,
      Valentina

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