Come ho raccontato tante volte, passo un paio di pomeriggi a settimana tra le attività sportive di mio figlio. E non sopporto più gli adulti. Forse non dovrei dirlo, ma è così.
Oggi mi si avvicina una persona dicendomi questo: “Questo furbo, il bambino di otto anni che sto accompagnando, oggi non voleva venire. Settimana scorsa si è inventato anche il mal di pancia per non venire qui.”
Beh, ho pensato tra me e me: forse a questo “furbo” non piace venire qui, no? Nessuno ha considerato questa ipotesi.
E poi mi sono detta una cosa. Noi adulti, sì proprio noi, che magari non facciamo nemmeno un metro a piedi nelle nostre giornate, noi che magari non abbiamo mai fatto mezzo sport in vita nostra senza risultare incostanti o svogliati, noi che abbiamo zero sopportazione della fatica fisica, noi che magari ci iscriviamo in palestra per non andarci mai, noi dopo una giornata di lavoro, come è la scuola per i bambini, abbiamo sempre voglia di prendere e farci il mazzo da qualche parte?
C’è chi inneggia agli indubbi benefici del nuoto, chi ride dell’acqua fredda o della stanchezza e magari non ha mai messo un piede in acqua oltre le caviglie. Se abbiamo mal di testa, mal di pancia o le nostre paturnie esistenziali, qualcuno ci prende letteralmente a calci nel sedere per andare in piscina, in palestra, a violino, a origami, ad arrampicata, a pittura e chi più ne ha più ne metta? Oppure ci mettiamo sul divano rivendicando il sacrosanto diritto di riposarci?
Per i bambini questo non vale. Non possono avere voglia, un giorno, di fare una cosa diversa, essere stanchi, avere avuto una brutta giornata o semplicemente preferire altro o preferire niente, senza essere etichettati in qualche maniera. Non esiste la sfumatura, non esiste il “mi piace ma oggi non ne ho voglia”. C’è anche il niente, di tanto in tanto.
Qualsiasi attività, impegno o sport dovrebbe essere inserito in un contesto d’amore con il genitore, un contesto in cui il bambino abbia il diritto di dire no, un contesto in cui la sua opinione conti qualcosa, visto che tutto sommato parliamo di attività extra che dovrebbero risultare piacevoli e che lo riguardano per nove mesi l’anno se tutto va bene.
Anche a me piace nuotare, ma se sapessi a priori che per tutta la durata di un corso non avrò mai diritto a dire che non voglio andarci, ho la netta sensazione che inizierebbe prima a piacermi meno e poi a farmi letteralmente schifo, come tutto ciò che viene imposto senza alcuna possibilità di replica.
Non sono furbi se inscenano un mal di pancia, sono solo disperati: è uno degli escamotage più collaudati per sfuggire alla nostra ottusità. Visto che non mi ascolti, fingerò e fingerò di essere impossibilitato da cause che non dipendono da me. Così non mi sorbisco anche la paternale.
Perché quando hai a che fare con qualcuno che non ti ascolta, ed è la persona che dovrebbe più capirti al mondo, la sincerità non paga. Per salvarti puoi solo provare a mentire.
Ma al di là dello sport o di qualsiasi situazione contingente, la vera domanda è un’altra: che rapporto è un rapporto in cui non posso mai essere me stesso? Non è stato detto e scritto ovunque che i rapporti che funzionano sono quelli in cui puoi esprimerti senza sentirti continuamente il dito puntato addosso?
Perché ci riesce così difficile farlo con i bambini?
Tutte le prevaricazioni che non sopportiamo nella nostra vita di adulti si trasformano in normale amministrazione quando si parla di bambini.
Per approfondire
- Perché i bambini si comportano peggio con la mamma
- Sentirsi sole anche tra mamme
- Il tempo libero quotidiano con i bambini
Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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