“Non è niente” non lo dice la vita in generale. Lo dicono persone precise, in momenti molto concreti della vita di una mamma. Lo dice il medico che minimizza una stanchezza in gravidanza o qualche disturbo che non passa. Lo dice un familiare, una madre, una suocera, una sorella, un’amica più grande. A volte lo dice anche il partner, magari senza malizia, quando non sa cosa fare.
Il punto non è la frase in sé. È chi la dice, quando la dice e che effetto produce. Perché detta in quei momenti non rassicura: corregge il tuo sentire.
Se ti sei sentita dire almeno una di queste frasi, questo articolo parla anche di te.
“Non è niente, non sei la prima né l’ultima.”
“Fanno tutti così.”
“Hai voluto un figlio.”
“Ce l’abbiamo fatta tutte.”
“Devi arrangiarti.”
In gravidanza: quando il corpo cambia ma non si può dire perché “l’han fatto tutte”
In gravidanza spesso non stai chiedendo niente a nessuno, a volte rispondi solo alla domanda come sti. Stai solo dicendo che sei stanca, che il corpo non risponde più come prima, che alcune cose che facevi senza pensarci ora ti costano fatica.
Ed è qui che arrivano frasi come “la gravidanza non è mica una malattia”, “le donne partoriscono da millenni”, “l’hanno sempre fatto tutte”. Chi le dice spesso pensa di rassicurare (o di tagliare il discorso, dipende dai punti di vista). In realtà sta facendo un’altra cosa, molto diversa: sta ridimensionando quello che senti, lo sta mettendo in ridicolo. Tu annuisci, sorridi, cambi argomento. E impari subito che certe cose non vanno più dette.
Dopo il parto: quando la fatica è reale ma resta invisibile
Dopo il parto la stanchezza non è più teorica. Non dormi davvero, non recuperi, sei sempre in allerta. Provi a dirlo e ti senti rispondere che i bambini non hanno mai dormito, che ce l’hanno fatta tutte, che prima o poi ti abitui. Qui succede qualcosa di molto tipico: nessuno ti chiede come stai tu, ma tutti ti spiegano perché quello che vivi non è speciale e non é niente di cui fare troppe storie. Il messaggio implicito è che sì, fai fatica, ma non è una fatica che merita spazio.
Quando una mamma chiede aiuto e si sente rispondere “arrangiati”
A un certo punto inizi a chiedere aiuti molto concreti. Un pomeriggio libero ogni tanto, qualcuno che tenga il bambino un’ora, la possibilità di fare una visita o semplicemente di respirare.
Ed è spesso qui che le risposte diventano più dure: “che cosa hai fatto a fare un figlio allora?”, “hai voluto la bicicletta, adesso pedala”, “devi arrangiarti”, “non puoi pensare a te stessa adesso”.
Queste frasi non negano solo l’aiuto. Negano il diritto di averne bisogno. Ti rimettono al tuo posto: sei madre, quindi reggi.
Quando minimizzare diventa un modo per fare paragoni
C’è un aspetto più sottile che spesso non viene raccontato. L’invalidazione non serve solo a zittirti, ma anche a riagganciarti. Prima ti dicono che esageri, che non è niente, che sei troppo sensibile. Subito dopo introducono il confronto o il giudizio: altre ce la fanno, basta organizzarsi meglio, sei tu che ti carichi troppo.
Così perdi fiducia nel tuo sentire e inizi a guardare fuori per capire se stai facendo bene o male. L’invalidazione diventa una leva: prima ti svuota di autorità interna, poi ti rimette sotto valutazione.
Quando tutto questo ha un nome
Quando queste risposte si ripetono nel tempo, in psicologia si parla di invalidazione emotiva. Succede quando emozioni e bisogni vengono sistematicamente minimizzati o ribaltati, fino a farti dubitare della tua percezione.
Dire a una mamma “fanno tutti così” o “non è niente” non la rende più forte. La porta lentamente a pensare che, se fa fatica, il problema sia lei.
L’effetto più comune sulle mamme: l’iper-autonomia
Molte mamme non diventano fragili. Diventano iper-autonome. Non chiedono più, non disturbano, fanno tutto da sole. Da fuori sembrano forti, organizzate, in gamba. Dentro sono esauste. L’iper-autonomia non nasce dalla forza ma dalla rassegnazione completa. Nasce da un bisogno che non ha mai trovato spazio nemmeno di essere pronunciato.
Quando l’invalidazione entra dentro di te
Il passaggio più doloroso arriva quando le frasi che hai sentito per anni diventano pensieri tuoi. “Forse esagero”, “forse sono io troppo sensibile”, “forse dovrei farcela da sola”.
A quel punto l’invalidazione non arriva più solo da fuori. Ha trovato casa dentro di te.
Ed è qui che serve dirlo con chiarezza: avere bisogno non è debolezza. Chiedere aiuto non è incapacità. Voler respirare ogni tanto non è egoismo. Debole non è chi chiede, ma chi non sa stare davanti al bisogno dell’altro e lo sminuisce per non sentirsi chiamato in causa.
Uscire da questo schema significa regalare a se stessi il diritto di esistere e avere bisogno
Uscire dall’invalidazione emotiva non significa chiudersi al mondo. Significa scegliere con chi essere vera. Significa smettere di spiegarsi a chi minimizza e iniziare a proteggere ciò che è vivo. Significa recuperare lentamente fiducia nel proprio sentire, senza chiedere permesso.
Se oggi chiedi meno, racconti meno, condividi meno, forse non sei cambiata tu. Forse hai solo capito dove non era sicuro farlo.
E questa, anche se fa male, non è durezza. È lucidità.
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Per approfondire: letture sull’invalidazione emotiva
- Linehan, M. M. – Cognitive-Behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder
- Gibson, L. C. – Adult Children of Emotionally Immature Parents
- Brown, B. – Atlas of the Heart
- Siegel, D. J. – The Developing Mind
- van der Kolk, B. – The Body Keeps the Score
Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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