Il senso di colpa di lasciare un figlio senza fratelli: tutte le paranoie sul “figlio unico”

1024 661 Stancamente Mamma

Il senso di colpa di avere un figlio solo non è una cosa che senti sempre. Non è una nuvola fissa sopra la testa. È più una di quelle idee che arrivano a sorpresa, mentre stai facendo tutt’altro.

Magari stai lavorando.
Magari siete al parco.
Magari qualcuno pronuncia una frase senza pensarci troppo. E tu, per un attimo, ti chiedi se stai facendo la cosa giusta.

Non perché a tuo figlio manchi qualcosa. Anzi, spesso per fortuna sta benone. Gioca, ha i suoi amici, inventa mondi, ha i suoi interessi. Ma il pensiero arriva lo stesso, come se fosse una tappa obbligata del diventare genitori: e se un giorno gli mancherà qualcosa?

La domanda che non chiede davvero una risposta: “Quando un fratellino?

La domanda “e un fratellino?” raramente chiede davvero una risposta. È più una frase fatta. Una frase che le persone usano per collocarti dentro uno schema che conoscono. Due figli, meglio ancora se non troppo distanti. Così giocano insieme, crescono insieme ecc ecc. Quando non rientri in quello schema, anche senza volerlo, la domanda resta lì. E a volte non è tanto quello che ti viene detto, ma quello che ti viene fatto pensare dopo. Non è una pressione costante. È un pensiero che passa e dice: “E se stessi lasciando qualcosa incompleto?

Il confronto che arriva da solo

Il confronto non lo cerchi. Arriva. Vedi fratelli che litigano e poi fanno pace. Fratelli che si rincorrono. Fratelli che si tengono compagnia. Scene brevi, prese al volo, che sembrano dire: ecco, questo. E subito dopo ti viene da fare un confronto silenzioso. Non cattivo, non drammatico. Solo automatico. Poi torni a casa, e tuo figlio è quello che è. Con il suo modo di stare al mondo. E il confronto, piano piano, si spegne. Fino alla prossima volta.

L’idea (vera a metà) che i fratelli risolvano tutto

C’è un’idea molto diffusa, e molto rassicurante per gli adulti: che i fratelli siano una specie di soluzione preventiva. Alla solitudine, alle difficoltà, alla vita.

È un’idea comoda perché semplifica.
Ma nella vita reale sappiamo che non funziona così. I fratelli sono una relazione. E come tutte le relazioni possono essere belle, normali, complicate, distanti, mutevoli. Non sono una garanzia. Sono una possibilità. Saperlo non cancella il pensiero, ma lo ridimensiona. Lo riporta a una dimensione più reale.

Limite non è sinonimo di mancanza

Un altro punto che spesso confonde è questo: il limite viene letto come mancanza.

Non fare un altro figlio viene visto come “non dare”. Ma molte scelte familiari non nascono dal non voler dare, bensì dal sapere quanto puoi reggere nel tempo. Non solo oggi, ma negli anni. Energia, equilibrio, lavoro, salute, relazione. Sono tutte cose concrete, non teoriche. E tenerne conto non significa togliere qualcosa a tuo figlio. Significa costruire una vita che non si regga solo sugli sforzi.

Quello che un figlio davvero usa per crescere

Un figlio non cresce contando quante persone vivono in casa. Cresce dentro un clima.

Cresce se:

  • c’è attenzione
  • c’è stabilità
  • ci sono adulti affidabili
  • ci sono relazioni che si costruiscono nel tempo

Le amicizie, i cugini, le persone di riferimento, le esperienze condivise. Tutte cose che non dipendono dal numero di figli, ma da come una famiglia sta in piedi.

Un senso di colpa che va e viene

Questo senso di colpa non va risolto una volta per tutte. Non è un problema da sistemare. È più simile a tanti altri pensieri che accompagnano la genitorialità: arriva, resta un attimo, poi se ne va. A volte ritorna. A volte no.

Non significa che stai sbagliando.
Significa che stai pensando.

E pensare, quando cresci una persona, è normale.

In fondo

Avere un figlio solo non è una scelta da giustificare continuamente. È una delle tante forme possibili della vita familiare.

Non è una promessa di felicità.
Ma non lo è nemmeno nessun’altra.

È una realtà concreta, con pro e contro, come tutte. E tuo figlio cresce dentro questa realtà, non in confronto a un’altra che esiste solo come idea.

Il senso di colpa, quando arriva, non dice che manca qualcosa.
Dice solo che stai guardando avanti. E poi, spesso, passa.

Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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2 commenti
  • Irene
    RISPOSTA

    Sono la mamma di una stupenda bambina di 5 anni. Una bimba arrivata dopo anni di pianti, fivet e fallimenti
    Arrivata quando tutte le speranze mi avevano abbandonato. Accolta in punta di piedi perché qualsiasi cosa facessi avevo paura che potesse fare svanire l incanto

    Poi il parto, le difficoltà dei primi tempi e la depressione. Il mio corpo, la mia testa, hanno rilasciato tutto lo stress che avevo accumulano negli anni.

    Infine la rinascita, la cura e l immenso amore coltivato giorno dopo giorno.

    E poi arriva il senso di colpa…io un altro figlio non lo voglio…. E se lei domani si sentisse sola…e se me lo rinfaccerà…e se lo facessi e poi cadessi di nuovo in depressione e non ce la facessi….e se….
    Io un altro figlio non lo voglio….

    • Valentina
      RISPOSTA

      Ciao Irene, parole autentiche e sincere. Parole che non hanno nulla di sbagliato: sbagliato sarebbe forzarsi verso desideri che non sono reali per il senso del dovere.
      Condizionare il presente per un ipotetico futuro.
      Perché dico ipotetico? Perché sui rapporti interpersonali non c’è nessuna certezza: ci sono fratelli e sorelle che si adorano, altri che non si sopportano. Altri che attraversano per mano la vita, altri che si chiudono la porta in faccia a vita magari per due soldi di eredità o che fanno lo scaricabarile a vicenda per non occuparsi dei genitori anziani. C’è di tutto, un fratello o sorella é una possibilità, non una garanzia.

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