Scrivo queste righe di getto, quasi per non dimenticarmi, perché so che così sarebbe, tutte le sensazioni e le emozioni (negative) che ho provato a sentire certe parole e vedere all’opera certi comportamenti. Ieri parlavo con un’amica di tanti anni che ha avuto un periodo di difficoltà. Niente di grave, ma tanti impegni che come per tutti sono sempre più incombenti, resi ancora più difficili da portare a termine dai continui malanni portati dall’asilo e dalla scuola che inevitabilmente coinvolgono tutti in famiglia, l’hanno portata in un momento di affaticamento che non aveva mai avuto in vita sua che l’ha portata ad essere costretta a chiedere un minimo di aiuto ai parenti. Bene, in pratica l’aiuto é stato dato, naturalmente strettamente per il tempo indispensabile e non un secondo di più, il punto come in tutte le cose, rimane il “come”. Intanto mi ha confessato che per lei solo dover chiedere una mano le é parso di fallire, di non essere in grado, di non essere capace abbastanza.
Potrebbero essere semplicemente sue paure, se non le fossero state confermate proprio dalla persona che lei aveva interpellato che molto carinamente le ha sottolineato ogni volta che ha potuto quanto lei non abbia mai avuto bisogno di nessuno, anche se fisicamente non stava bene, che comunque, “Insomma sono già passati alcuni giorni, adesso riprendi in mano la situazione” ecc ecc.
Questo, ovviamente, l’ha portata alla conclusione alla quale molte volte sono giunta anche io, ed é la seguente: mai più. Ed é assolutamente curioso e interessante come la società con la sua stucchevole retorica, inviti le persone a chiedere aiuto quando sentono di averne bisogno, e che cosa accade poi realmente quando qualcuno riconosce di essere in difficoltà e di aver bisogno di una mano. A quel punto ci si rende conto di come per l’opinione comune avere un momento no, non sentirsi bene, avere un attimo di crisi o di smarrimento equivalga in poche parole a fallire. Ed é anche ovvio che la naturale conseguenza sia preferire di gran lunga anche di implodere, piuttosto che sentirsi un peso per gli altri. Il punto é proprio questo qua.

Non riuscire (fallire) in qualsiasi cosa non é previsto
Parlo della vita da genitore perché in questo momento mi vengono in mente molti esempi, ma ovviamente questo discorso si può estendere praticamente a tutto, al lavoro, alla vita personale, alle scelte “giuste o sbagliate” chissà poi chi dice che sono giuste o meno non si sa, ma fa niente. Mi riferisco al fatto che non ci é concesso essere noi stessi. Come genitore, come essere umano, come professionista, non é mai prevista una battuta d’arresto, uno scivolone, un momento di riflessione, un errore. Ammettere una fragilità significa automaticamente essere trattati da “falliti”.
Mi é capitato ad esempio tante volte, quando mi chiedono del secondo figlio e dico come la penso. Racconto del fatto che non solo siamo stati io e mio marito completamente soli, a livello pratico ed emotivo, ma anche che non avendo mai dormito molto questo ci ha messo fisicamente a dura prova. Non é una risposta né giusta né sbagliata, é semplicemente la mia vita, il mio vissuto la mia storia. Ma non va bene perché ogni volta ti sottolineano che questa é una tua “debolezza” perché c’è chi a pari condizioni, magari di figli ne ha avuti anche quattro. Prima ci cascavo e ci rimuginavo per giorni, ma a un certo punto mi sono resa conto di molte cose. La prima e la più scontata, la mia vita la conosco solo io, so solo io che cosa comporterebbe o meno scardinare certi equilibri. Non lo sanno gli altri.
E per come la vedo io oggi, il “successo” nella vita significa starci bene, nella propria vita, anche se questo stare bene non corrisponde a quello che pensa la maggioranza.
Poi so per certo che quello che per gli altri é un fallimento, una debolezza o chiamiamola come ci pare, per me ad esempio potrebbe anche rappresentare una valida alternativa di vita o una soluzione da considerare. Ho imparato ormai a quaranta anni, che quando ad esempio il mio corpo o la mia mente mi dicono fermati, questo é il tuo limite, significa che devo realmente fermarmi e prendere in considerazione i segnali, perché non mentono mai. Perché benché i social e le pubblicità in generale ci rincoglioniscano con la manfrina del “se vuoi, puoi“, io ho capito che a volte voglio eppure non posso lo stesso.
E mi sono resa conto che a volte fare un passo indietro nelle situazioni e nella vita in generale non significa né fallire, né essere deboli, e non ha nulla a che vedere con tutte quelle stupidaggini che ci propinano. Se fallire significa saper chiedere aiuto quando si sente di non farcela, oppure diventando adulti equivale con il portare avanti scelte che corrispondano ai nostri reali desideri e non per compiacere nessuno, ecco probabilmente io ho solo un rimpianto: mi sono data la possibilità di fallire troppo tardi, avrei voluto farlo ben prima. Sicuramente sarei stata più felice.

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