L’altro giorno mi è capitata una conversazione con due mie amiche, mamme anche loro. Ognuna raccontava un pezzo della settimana, il lavoro, i soliti incastri, le corse tra scuola e impegni. A un certo punto ho detto che una delle due ore di sport che riesco a ritagliarmi dopo nove anni — una sola, preziosa bolla di respiro dentro la settimana — probabilmente avrei dovuto saltarla per andare a prendere prima mio figlio all’uscita da scuola.
Mi ha fatto sorridere, ma è stato un sorriso amaro, il fatto che entrambe abbiano reagito con la stessa frase: “La cosa più semplice è se quel giorno non ci vai.”
Ancora prima di pensare a un’alternativa, ancora prima di dire “magari chiedi alla nonna”, “magari tuo marito esce prima”, “magari troviamo un’altra soluzione”. No. La prima opzione è stata togliere qualcosa a me.
È strano come funzioni questo meccanismo: quando si parla di qualcosa che fai per te stessa — anche se è poco, anche se è l’unico spazio che ti sei difesa con fatica — diventa immediatamente sacrificabile. È la prima cosa che tutti si aspettano che salti.
E lo stesso ragionamento si allarga alle grandi scelte della vita. Che cosa vuoi che sia se smetti di lavorare per qualche anno? Che cosa vuoi che sia se rinunci a coltivare un’amicizia perché tanto “adesso è così”? Dai, buca anche questo appuntamento. E poi un altro. E un altro ancora, finché di quell’amicizia non resta che il ricordo di un tempo in cui avevate ancora spazio per voi.
Che cosa vuoi che sia se smetti di muoverti, se ti guardi allo specchio e a un certo punto fai fatica a riconoscerti? Che cosa vuoi che sia se ogni giorno sottrai qualcosa a te stessa, finché a forza di togliere non rimane più niente? A continuare a sottrarre si arriva sempre allo stesso risultato: zero. Sarebbe più facile se non vai, certo. È più facile perché disturbi meno gli altri, perché non chiedi niente a nessuno, perché il sistema resta immobile e non deve adattarsi. È facile per tutti. Ma non per te.
E forse è proprio qui che si vede quanto i genitori — e soprattutto le madri — siano rimasti senza villaggio. Perché quando una rete esiste davvero, la prima risposta non è “rinuncia”. La prima risposta è “vediamo come facciamo”.
💡Per approfondire su Stancamente Mamma
Se questo tema ti risuona, probabilmente non nasce oggi. Negli ultimi anni su Stancamente Mamma abbiamo raccontato più volte cosa significa crescere figli quando il “villaggio” non esiste più davvero e quando la fatica dei genitori resta spesso invisibile.
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Un articolo che parte da una verità scomoda: quel famoso villaggio di cui tutti parlano spesso esiste solo se puoi permettertelo. Tra pianificazione, carico mentale e supporti a pagamento, emerge una domanda concreta su cosa significhi oggi crescere figli senza una rete gratuita attorno.
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Una testimonianza intensa che racconta cosa succede quando la genitorialità diventa una responsabilità quasi esclusiva. Tra senso di colpa, adattamenti professionali e bisogno di respiro, si intravede quanto la solitudine non sia una scelta ma spesso una condizione.
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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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