Il carico mentale di una genitorialità sempre più consapevole, informata e, a volte, troppo esigente con se stessa. A cura della Dott.ssa Nunzia Martella, Fondatrice dell’Associazione Educare in Positivo
Essere genitori, oggi, sembra richiedere competenze sempre più numerose. Non basta più amare i propri figli, occuparsi di loro e accompagnarli nella crescita: sembra necessario conoscere le tappe dello sviluppo, saper riconoscere e accogliere ogni emozione, padroneggiare le strategie della comunicazione efficace, comprendere i bisogni che si nascondono dietro ogni comportamento, stabilire limiti nel modo corretto e trovare sempre le parole giuste.
Dobbiamo essere pazienti, presenti, empatici, consapevoli. Dobbiamo saper regolare le nostre emozioni, evitare di trasmettere le nostre ferite, riconoscere i nostri automatismi e interrompere gli schemi educativi ricevuti. E, possibilmente, farlo senza perdere la calma, anche quando siamo stanchi, preoccupati o semplicemente arrivati al limite delle nostre risorse.
È indubbiamente positivo che oggi si parli di più di infanzia, di emozioni e di relazioni. È importante aver superato l’idea che i bambini debbano essere obbedienti a ogni costo, che le
loro emozioni vadano represse o che l’adulto abbia sempre ragione solo perché è l’adulto. La conoscenza può aiutarci a comprendere meglio i nostri figli e a costruire con loro relazioni più rispettose e serene, ma non dobbiamo diventare esperti di tutto ciò che riguarda l’infanzia per riuscirci.
Forse è arrivato il momento di riconoscere un aspetto importante: non dobbiamo prendere una laurea in tutte le discipline che riguardano l’infanzia e lo sviluppo per essere genitori
sufficientemente competenti.

Non dobbiamo diventare psicologi per comprendere ogni emozione dei nostri figli, pedagogisti per affrontare ogni difficoltà educativa, esperti di neuroscienze per interpretare ogni
comportamento o specialisti della comunicazione per trovare sempre le parole più appropriate. Naturalmente, informarci ci permette di mettere in discussione convinzioni errate, comprendere meglio alcuni comportamenti, individuare modalità relazionali più rispettose e chiedere aiuto a un professionista quando ne sentiamo il bisogno. Ma c’è una differenza tra utilizzare le conoscenze come risorse e sentirsi obbligati a padroneggiarle tutte, come se ogni difficoltà dei nostri figli dipendesse dalla nostra capacità di applicare la teoria corretta.
Quando formarsi sembra non bastare mai. Oggi abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni sulla genitorialità. Libri, podcast,
corsi, profili social e professionisti ci offrono indicazioni, spiegazioni e strumenti per affrontare praticamente ogni aspetto della crescita dei bambini. Il rischio è che, nel tentativo di fare sempre meglio, cominciamo a sentirci costantemente in difetto. Non ci sentiamo più semplicemente genitori che stanno imparando, ma persone chiamate a dimostrare
continuamente di essere all’altezza di un modello ideale.
I social media possono amplificare questa sensazione, mostrando versioni selezionate della genitorialità: adulti che sembrano sempre lucidi, pazienti e capaci di trovare la risposta adeguata a ogni situazione. Nel confronto con queste immagini, la nostra quotidianità, fatta di stanchezza, ambivalenze, errori e giornate complicate, rischia di apparirci inadeguata. Così, paradossalmente, strumenti nati per sostenerci possono finire per farci sentire ancora meno competenti.
Una parte della cultura educativa contemporanea ci invita, giustamente, a considerare i bambini come persone con emozioni, bisogni e tempi da rispettare, a sostituire la punizione e
l’umiliazione con la ricerca di soluzioni e l’insegnamento di comportamenti alternativi adeguati. Il problema non è il valore di questi principi, ma il modo in cui possono essere interpretati e tradotti nella vita quotidiana. Se alziamo la voce, pensiamo di aver fallito. Se perdiamo la pazienza, temiamo di aver compromesso qualcosa. Se non riusciamo ad accogliere un’emozione nel modo che ci è stato insegnato, ci sentiamo inadeguati.
Siamo attenti a come poniamo un limite, a come rispondiamo a una crisi, a come gestiamo un conflitto, anche perché temiamo che ogni nostra scelta possa essere letta come una
dichiarazione dei nostri valori, delle nostre competenze e della nostra identità. Il modo in cui cresciamo i figli sembra dirci se siamo persone consapevoli, evolute, capaci di stare in
relazione. Allo stesso tempo, sembra diventato un criterio attraverso cui osserviamo e giudichiamo gli altri genitori, come se il nostro stile genitoriale raccontasse tutto ciò che siamo come persone. I bambini non hanno bisogno di genitori impeccabili.

I genitori possono stancarsi, perdere la pazienza, non capire subito ciò di cui il figlio ha bisogno. Possono dire la cosa sbagliata, avere una giornata difficile o accorgersi soltanto dopo di aver reagito in un modo che non li rappresenta. Quello che conta non è fingere che questi momenti non esistano, ma poterli riconoscere e provare a ricostruire il contatto.
La riparazione non cancella ogni difficoltà, ma permette di vivere la relazione come uno spazio in cui si può sbagliare e ritrovarsi, senza che ogni errore diventi la prova di un fallimento.
Questo non significa minimizzare il peso dei comportamenti adulti o rinunciare a cambiare quelli che fanno soffrire. Significa, piuttosto, non confondere la responsabilità con l’obbligo di essere impeccabili. Informarsi e formarsi è importante. Possiamo continuare a imparare, a cambiare idea, a riconoscere i nostri limiti e a cercare modi migliori per accompagnare la crescita dei nostri figli.
Ma possiamo farlo senza sacrificare la nostra salute mentale, trasformare ogni errore in una colpa o vivere ogni momento difficile come la dimostrazione che non siamo abbastanza competenti.
Soprattutto, possiamo ricordarci che la relazione con i nostri figli non è un progetto da realizzare secondo un modello ideale, ma un legame vivo.
Riappropriarci del diritto di essere, semplicemente, genitori Forse abbiamo bisogno di recuperare uno spazio in cui la genitorialità non sia continuamente valutata, misurata e confrontata con un ideale.
Uno spazio in cui possiamo informarci senza sentirci eternamente impreparati, ascoltare i professionisti senza pensare di dover diventare professionisti a nostra volta e utilizzare gli strumenti che ci vengono offerti senza trasformarli in regole rigide da applicare sempre e comunque.
Uno spazio in cui possiamo fidarci anche della conoscenza che nasce dalla relazione quotidiana con i nostri figli. Questo non significa affidarci ciecamente all’istinto, rinunciare alle
competenze o rifiutare il confronto con chi può aiutarci. Significa riconoscere che nessuna teoria può sostituire completamente l’incontro tra due persone e che anche il sapere più prezioso deve poter essere adattato alla realtà concreta di una famiglia.
Significa, soprattutto, riconoscere che non possiamo essere genitori disponibili e presenti se siamo costantemente impegnati a dimostrare a noi stessi di esserlo.
Abbiamo bisogno di ricordarci che essere genitori è una parte importante della nostra identità, ma non è tutta la nostra identità. Non siamo soltanto il modo in cui educhiamo i nostri figli, né il risultato delle nostre scelte educative.
Abbiamo il diritto di formarci senza sacrificare la nostra salute mentale, di informarci senza sentirci eternamente impreparati e di crescere insieme ai nostri figli senza trasformare la
genitorialità in una prestazione.
Abbiamo il diritto di non sapere sempre tutto, di fidarci delle nostre risorse e di chiedere sostegno quando ne abbiamo bisogno.
Abbiamo anche il diritto di non trasformare ogni momento in un’occasione educativa: non tutto ciò che accade nella relazione con i nostri figli deve essere interpretato, spiegato o trasformato in un intervento. A volte possiamo semplicemente attraversare una giornata, anche se complicata, senza doverla trasformare in una lezione di crescita personale.
Il nostro compito non è sapere tutto sull’infanzia, ma prenderci cura del bambino che abbiamo davanti, nella relazione concreta che costruiamo con lui ogni giorno.
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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico
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