Diventare genitori tra sfide e trasformazioni

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Stokke e UPPA hanno riunito a Milano tante famiglie per parlare di maternità, paternità, trasformazioni e nuove esigenze. Un incontro che ci ha ricordato quanto sia importante ritrovare il senso di comunità.

Sabato 10 ottobre ho partecipato a Small is Beautiful, il festival dell’infanzia e della genitorialità organizzato da Stokke in collaborazione con UPPA, la rivista indipendente dedicata alla crescita e all’educazione dei figli. Una giornata che ha riunito tante famiglie nella bella cornice dei Bagni Misteriosi di Milano, trasformando uno spazio cittadino in un luogo di incontro, ascolto e confronto su cosa significhi essere genitori oggi.

Ho apprezzato particolarmente questa iniziativa, non soltanto per la qualità degli interventi e per i temi affrontati, ma soprattutto per uno dei messaggi che ne è emerso e che risuona anche particolarmente con i valori che cerco ogni giorno di veicolare, a modo mio: diventare madri e padri è un’esperienza che ci trasforma profondamente e che merita di essere raccontata con maggiore libertà, senza giudizi e senza quelle aspettative che troppo spesso accompagnano la genitorialità. Quando diventiamo madri, tutti si aspettano che torniamo come prima: al lavoro con i ritmi di prima, in forma subito, come prima, scattanti subito, come prima. Senza capire che non è il prima il tempo da rincorrere, ma l’obiettivo é iniziare a sentirsi comodi nella nuova dimensione, a prendere le misure con le sfaccettature della nuova esistenza. A trovare il tempo, affinché il nuovo ruolo abbracci le persone che siamo state fino al giorno prima.

È stato bello vedere così tante famiglie ritrovarsi attorno a un evento che non voleva semplicemente offrire consigli su come crescere i figli, ma creare un’occasione per parlare finalmente anche degli adulti, delle loro emozioni, delle difficoltà quotidiane e dei nuovi equilibri che si costruiscono quando arriva un figlio. Un aspetto che ho sentito particolarmente vicino alla filosofia di Stancamente Mamma, dove da sempre cerchiamo di raccontare la genitorialità per quello che è realmente, lontano dai modelli ideali e dalle rappresentazioni spesso troppo semplificate e infantilizzate della vita familiare.

Matrescenza: quando nasce un figlio, nasce anche una nuova identità

Tra gli interventi della giornata mi ha colpita in particolare la riflessione proposta da Nina Gigante, giornalista e autrice del libro Supernova. Quando nasce una madre, pubblicato da Aboca Edizioni, che ha portato al centro dell’attenzione un concetto ancora troppo poco conosciuto: la matrescenza. Si tratta di un termine introdotto dall’antropologa Dana Raphael negli anni Settanta per descrivere il processo di trasformazione fisica, psicologica, emotiva e identitaria che accompagna una donna nel diventare madre.

Una trasformazione che, per certi aspetti, può essere paragonata all’adolescenza, perché comporta una profonda ridefinizione di se stesse, delle proprie priorità e del modo di vivere le relazioni. Nel suo libro, Nina Gigante racconta proprio questa metamorfosi, mettendo in discussione una serie di aspettative sociali che continuano a gravare sulle donne dopo la nascita di un figlio. Ed è questo uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente dell’incontro: finalmente si comincia a parlare apertamente del fatto che una donna, dopo la maternità, non debba necessariamente tornare quella che era prima.

Il mito del ritorno alla normalità: perché continuiamo a chiedere alle madri di tornare indietro?

Per troppo tempo abbiamo raccontato la nascita di un figlio come un evento dopo il quale sarebbe stato necessario recuperare, il più rapidamente possibile, la vita precedente. Tornare in forma, tornare al lavoro, tornare alle proprie abitudini, tornare a essere la donna di prima. Come se la maternità rappresentasse una parentesi, una temporanea interruzione della propria esistenza, anziché una trasformazione destinata a entrare nella nostra storia personale. Ma perché continuiamo a parlare di ritorno quando, in realtà, stiamo andando avanti? Diventare madre significa anche scoprire aspetti nuovi di sé, rivedere alcune convinzioni, cambiare prospettiva e cercare un equilibrio che non necessariamente assomiglia a quello precedente.

Questo non significa rinunciare alla propria identità, alle ambizioni professionali, agli interessi o alla libertà personale, ma comprendere che tutte queste dimensioni possono trovare una collocazione diversa nella nuova vita. E soprattutto significa riconoscere che non esiste un tempo prestabilito entro il quale una donna debba sentirsi nuovamente in equilibrio. È un percorso personale, diverso per ciascuna, nel quale possono convivere entusiasmo e stanchezza, felicità e nostalgia, desiderio di stare con i propri figli e bisogno di ritrovare spazi individuali.

La riflessione sulla matrescenza ci invita anche a considerare quanto sia importante il contesto nel quale questa trasformazione avviene. Perché una madre non cambia nel vuoto, ma all’interno di una rete di relazioni, responsabilità e aspettative che possono accompagnarla oppure lasciarla profondamente sola. Ed è proprio il tema della solitudine materna, insieme alla necessità di ricostruire reti di cura e sostegno, uno degli elementi più significativi del lavoro di Nina Gigante.

Non cambiano soltanto le madri: anche i padri devono trovare un nuovo equilibrio

Una riflessione che si collega naturalmente anche alla trasformazione vissuta dai padri, che affrontano nuove responsabilità, cambiamenti nella relazione di coppia e una ridefinizione del proprio ruolo. Le esperienze non sono identiche, naturalmente, ma entrambe meritano attenzione e ascolto. Troppo spesso ci concentriamo esclusivamente sui bisogni dei figli, dimenticando che anche i genitori stanno attraversando un processo di adattamento e di crescita. Ed è proprio qui che iniziative come Small is Beautiful acquistano, secondo me, un valore particolare.

Ho trovato significativo che un marchio come Stokke, da sempre legato al mondo dell’infanzia, abbia scelto di promuovere un evento che va oltre la dimensione del prodotto, dimostrando attenzione nei confronti delle esigenze concrete delle famiglie e della complessità della vita quotidiana. La collaborazione con UPPA, una realtà editoriale che accompagna i genitori attraverso un’informazione attenta e fondata sulle conoscenze scientifiche, ha dato all’iniziativa un valore ulteriore, portando al centro della giornata professionisti, esperienze e occasioni di confronto.

Ritrovare il senso di comunità in una società che lascia sole le famiglie

Attraverso incontri dedicati al sonno, allo sviluppo emotivo, alla relazione di coppia, all’educazione e alle difficoltà che accompagnano la crescita dei figli, il festival ha offerto alle famiglie qualcosa di cui, a mio avviso, oggi si sente sempre più la mancanza: uno spazio nel quale incontrarsi e condividere. Viviamo in una società nella quale essere genitori rischia di diventare un’esperienza sempre più individuale. Le famiglie sono spesso lasciate sole a gestire responsabilità, impegni, dubbi e decisioni, mentre quelle reti di relazioni e di sostegno che un tempo rappresentavano un riferimento nella vita quotidiana si sono progressivamente indebolite. Abbiamo a disposizione una quantità enorme di informazioni, possiamo trovare risposte a quasi ogni domanda attraverso uno schermo, ma questo non significa necessariamente sentirci meno soli. Anzi, talvolta l’eccesso di indicazioni e modelli con cui confrontarsi finisce per aumentare il senso di inadeguatezza.

Per questo credo che sia importante tornare a creare occasioni nelle quali le famiglie possano incontrarsi davvero, ascoltare esperienze differenti, confrontarsi con professionisti e soprattutto riconoscersi nelle difficoltà e nelle domande degli altri. Il senso di comunità nasce anche da questo: dalla consapevolezza di non essere gli unici ad attraversare determinate situazioni, dal poter condividere senza sentirsi giudicati, dal comprendere che non esiste un unico modo giusto di vivere la maternità o la paternità. Small is Beautiful mi è sembrato un tentativo concreto di ricostruire proprio questo spazio di relazione, restituendo alla genitorialità una dimensione collettiva che troppo spesso viene trascurata. E mi piace pensare che Stokke, attraverso questa iniziativa, abbia voluto dimostrare che essere vicini alle famiglie non significa soltanto comprenderne le necessità pratiche, ma anche riconoscerne i bisogni emotivi, relazionali e sociali. Un messaggio che condivido e che considero importante soprattutto in un momento storico nel quale alle madri e ai padri viene chiesto continuamente di fare di più, organizzarsi meglio, essere presenti, consapevoli, preparati, senza che ci si interroghi abbastanza su quanto sostegno ricevano realmente.

Il viaggio dell’eroe: non torniamo mai davvero quelli di prima

Ripensando alle riflessioni ascoltate durante Small is Beautiful, mi è tornato in mente Christopher Vogler e il suo Viaggio dell’eroe, uno dei modelli narrativi più conosciuti per raccontare il cambiamento e la trasformazione personale. Nel percorso descritto da Vogler, l’eroe abbandona il proprio mondo ordinario, affronta esperienze che lo mettono alla prova e, alla fine, ritorna al punto di partenza. Ma quel ritorno non coincide con un semplice ripristino della condizione iniziale. Il viaggio ha modificato il suo modo di guardare il mondo e di comprendere se stesso.

L’eroe può tornare nello stesso luogo dal quale era partito, ma non è più la stessa persona. E forse è proprio questa una delle metafore più belle della genitorialità. Anche diventare madri e padri significa attraversare una soglia, entrare in una dimensione che non conoscevamo, misurarci con responsabilità, emozioni e scoperte capaci di trasformarci profondamente. Non dobbiamo necessariamente tornare indietro, né dimostrare di essere rimasti immutati. Abbiamo il diritto di cambiare, di trovare nuove priorità, di costruire equilibri differenti e di riconoscerci nelle persone che siamo diventate. Sono tornata a casa con una sensazione positiva, quella di aver partecipato a un incontro nel quale si è potuto parlare di genitorialità in modo aperto e umano, riconoscendo che crescere un figlio significa anche crescere e cambiare insieme a lui.

E credo che sia proprio questo il messaggio più importante da portare con noi: non abbiamo bisogno di una società che ci chieda continuamente quando torneremo quelli di prima, ma di una comunità capace di accompagnarci mentre diventiamo quelli di oggi. Perché la genitorialità non dovrebbe essere un viaggio da affrontare in solitudine e, soprattutto, non dovrebbe essere un viaggio dal quale ci si aspetta di tornare senza essere cambiati.

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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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