Ci lamentiamo dei ragazzi che a 15 anni non fanno niente

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Oggi saltiamo pure il noto che piove“. Magari sono due gocce e ci sono 15 gradi. A dirla così sembra niente. Una frase qualunque, detta di corsa, magari anche con una punta di buon senso. Piove, siamo stanchi, oggi saltiamo. Capita. Succede. Non è una tragedia.

Il punto è che non succede una volta sola.

Succede dopo che quel bambino, per anni, è stato nel passeggino anche quando avrebbe potuto camminare, e magari voleva camminare. Con il telefono in mano quando probabilmente voleva solo scendere, per stare buono, per non annoiarsi, per non rallentare. Succede dopo che il corpo è stato fermo più spesso di quanto sia stato libero di muoversi. Succede dopo che l’esperienza è stata mediata, filtrata, accorciata.

Poi arriva il giorno in cui piove e il corso di nuoto salta, e non c’è nessun motivo valido. E arriva il giorno in cui al parco si va via presto, anche se il sole è ancora alto, perché “è tardi”, perché “domani c’è scuola”, perché “meglio rientrare” “perché ci sono due nuvole e forse pioverà”. Sono frasi normali. Nessuna, presa da sola, sembra niente di particolare. Ma insieme raccontano una storia molto chiara. Raccontano che il movimento è opzionale. Che l’impegno è negoziabile. Che se qualcosa richiede fatica, si può rimandare.

E così crescono. Crescono bambini che non hanno un problema con lo sport in sé, ma con lo sforzo. Con la continuità. Con l’idea che fare qualcosa richieda tempo, energia, presenza, fatica. Non perché siano pigri, ma perché non sono stati abituati. Ma non li abbiamo mai abituati a muoversi.

Nasce quando da piccoli “meglio non farli sudare”.
Quando “lo sport è impegnativo”.
Quando “oggi no che fa freddo”, “oggi no che piove”, “oggi no che sono stanchi”.

Nasce quando il movimento diventa opzionale, fastidioso, un extra.
Quando lo sport è una cosa che si fa se va, non una parte della vita.

A quindici anni “non hanno voglia di fare niente”.
Stanno sul divano, col telefono in mano, senza interessi, senza grinta, senza entusiasmo.
Li guardiamo e scuotiamo la testa: ai nostri tempi non era così.

Poi però, se torniamo indietro, scopriamo una verità meno comoda: quei ragazzi non li abbiamo mai abituati a fare qualcosa. Non a impegnarsi. Non a stancarsi.
Non a sentire il corpo. Li abbiamo abituati a stare fermi. Il problema, infatti, non nasce a quindici anni. A quindici anni si vede. Prima si costruisce.

Si costruisce quando spingiamo invece di far camminare. Quando distraiamo invece di accompagnare. Quando anticipiamo ogni disagio per evitare di doverlo attraversare insieme.

Lo facciamo per amore, certo. Per stanchezza, spesso. Perché la vita è complessa e non sempre abbiamo le forze. Ma il risultato non cambia: il corpo resta fermo, e con lui si ferma anche l’allenamento alla fatica.

Poi arriva l’adolescenza, e ci stupiamo. Ci stupiamo se stanno sul divano, se mollano facilmente, se non sopportano la frustrazione. Ci chiediamo cosa non va in loro, cosa è successo a questa generazione, dove abbiamo sbagliato. Forse la risposta è meno misteriosa di quanto sembri. Forse non stanno sbagliando loro.
Forse stanno solo vivendo le abitudini che gli abbiamo dato. E non è un’accusa. È una responsabilità adulta. Di quelle che fanno più male da guardare che da evitare.

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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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