Quando un neonato piange in piscina e nessuno interviene: la gentilezza trattenuta tra mamme

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Nella piscina di mio figlio c’è una piccola vasca dedicata ai neonati. Sono in cinque o sei a corso, con la cuffia più grande della testa e le palline colorate che galleggiano nell’acqua calda. Quando escono le mamme li portano negli spogliatoi per sciacquarli e cambiarli, spesso sono molto stanchi, scarichi dalle troppe emozioni e dagli stimoli nuovi. Qualche volta piangono un po’, ma poi nel caldo dell’asciugamano si appisolano e si rasserenano subito, come se quel pianto fosse solo una porta da attraversare prima di tornare al silenzio.

Ieri però no. Ieri uno di loro, che non avrà avuto più di sei mesi, ha iniziato a piangere di quei pianti che ti scuotono dentro. Non mi sono mai abituata a quel suono, e anche adesso quando li vedo così piccoli, paonazzi e disperati, mi sale addosso una certa ansia, perché probabilmente si riattiva qualcosa che appartiene alla mia storia e al mio modo di essere madre. Non è solo il bambino che piange: è una memoria che torna, un riflesso emotivo che non si spegne mai davvero.

Una donna con qualche anno più di me mi guarda dallo specchio con un sopracciglio appena alzato. Non serve parlare, capisco subito cosa vuole dire: vai tu o vado io a buttare un occhio? È una comunicazione silenziosa tra sconosciute che condividono lo stesso spazio e forse lo stesso istinto. Le dico di andare lei, perché non si sa mai se si passa per invadenti. Troppe volte, nel provare a interessarmi sinceramente a qualcuno, ho sentito che non era il caso, e un po’ ho smesso di fare il primo passo. È una forma di educazione moderna, forse, ma anche una piccola rinuncia.

Dopo un secondo esce la mamma trafelata con due borse e la bambina in braccio e si scusa immediatamente: “Ho dimenticato il ciuccio, che giornata”. Le apro la porta, lei mi ringrazia con un sorriso imbarazzato e in quel gesto minuscolo c’è tutta la fatica di chi cerca di tenere insieme mille cose mentre il mondo corre più veloce di lei. Una persona che avrebbe voluto chiedere, due persone che avrebbero voluto dare qualcosa di più, e tutte e tre bloccate in quell’imbarazzo sottile che oggi sembra accompagnare ogni relazione tra adulti.

Forse non siamo diventati meno sensibili, come a volte pensiamo guardando le scene da fuori. Forse siamo solo diventati più cauti, più attenti a non oltrepassare confini che non conosciamo, più timorosi di disturbare l’altro nel suo spazio. È una forma di rispetto, certo, ma a volte è anche una distanza che nasce proprio dall’empatia. Restiamo lì, con le mani a metà strada tra noi e gli altri, pronti a offrire qualcosa ma senza sapere se sia davvero il momento giusto per farlo.

Eppure, in quelle piscine, negli spogliatoi caldi e rumorosi, nei pianti dei neonati e negli sguardi tra mamme sconosciute, continua a esistere una gentilezza silenziosa che non ha bisogno di grandi parole. Basta una porta aperta, un sorriso accennato, un gesto minuscolo per ricordarci che la comunità esiste ancora, anche quando sembra trattenuta.


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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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