Abbiamo paura del tempo libero dei bambini?

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A Milano fa un caldo che non si può uscire. Un caldo che, a memoria, faccio fatica a ricordare perfino in certi agosto. E non siamo nemmeno a fine giugno. Quest’anno il problema di come occupare le giornate dei bambini si sente ancora di più, perché stare all’aperto per ore è diventato quasi improponibile. Chi frequenta i centri estivi sotto questo sole è più resistente di quanto creda. Ma d’altra parte si lavora, bisogna organizzarsi e si ripropongono gli stessi problemi che affrontiamo ogni estate senza che nessuno trovi davvero una soluzione.

C’è però una cosa che quest’anno mi colpisce più del caldo: la totale ottusità con cui spesso guardiamo ai bambini. Come se fossero una categoria diversa dagli esseri umani. La maggior parte degli adulti che conosco trascorre le giornate davanti a un computer, al fresco dell’aria condizionata, e arriva a sera esausta. Molti si lamentano per pochi minuti sotto il sole, per una commissione fatta nelle ore più calde o per il tragitto dalla macchina all’ufficio. Eppure sono spesso gli stessi adulti che, dopo otto ore di centro estivo, organizzano ai figli ulteriori attività. Perché si annoiano, dicono.

Ma davvero? Non hanno un fumetto da leggere? Una doccia lunghissima da fare? Un amico da chiamare? Una merenda da mangiare con calma? Delle figurine da sistemare? Un gioco da inventare? Un divano sul quale sdraiarsi senza che qualcuno trasformi ogni minuto libero in un’occasione educativa? Non hanno diritto a una vita che non sia una sequenza ininterrotta di cose da fare?

Dopo otto ore di centro estivo a quasi quaranta gradi, siamo sicuri che il problema sia la noia? Ieri sentivo raccontare di un bambino che era crollato addormentato in macchina appena finita la giornata. Lo raccontavano ridendo. A me non fa ridere. Mi fa pensare che nessun adulto, nelle stesse condizioni, sceglierebbe volontariamente di infilarsi in un’altra attività fisica. Se dopo una giornata di lavoro ci proponessero un’altra riunione, un altro corso, un altro impegno obbligatorio, probabilmente protesteremmo. Perché ai bambini chiediamo una disponibilità che noi stessi non avremmo?

Anche il corpo dei bambini si stanca. Anche il loro cuore lavora. Anche loro accumulano fatica. Solo che siamo talmente abituati a considerarli inesauribili da non accorgercene nemmeno. Corrono, saltano, ridono e allora ci convinciamo che possano fare sempre di più. Ma il fatto che un bambino riesca a fare qualcosa non significa che ne abbia bisogno. Qualcuno sostiene che siano loro a chiedere tutte queste attività. Può darsi. Ma quelli che conosco io raramente lo fanno. E anche quando non le chiedono, spesso vengono iscritti lo stesso. Tennis, nuoto, calcio, laboratori, campus, corsi di ogni genere. Come se il tempo libero fosse un problema da eliminare anziché uno spazio da proteggere.

Ho l’impressione che il concetto stesso di infanzia ci sia sfuggito di mano. Abbiamo trasformato il tempo dei bambini in qualcosa da riempire a tutti i costi. Come se stare fermi fosse una colpa. Come se annoiarsi fosse una colpa. Come se ogni momento dovesse produrre qualcosa, insegnare qualcosa, allenare qualcosa. Eppure molte delle cose più belle dell’infanzia nascono proprio quando non succede nulla. Nascono nei pomeriggi lunghi, nelle costruzioni lasciate a metà sul pavimento, nelle chiacchiere senza scopo, nei giochi inventati dal nulla. Nascono quando nessuno organizza, programma o dirige ogni minuto.

Forse abbiamo così paura del vuoto da non renderci conto che stiamo togliendo ai bambini il diritto di riposare. Il diritto di ascoltarsi. Il diritto di essere semplicemente bambini. E invece forse la vera felicità è sapere di poter dire no. No, oggi non faccio niente. No, oggi non corro. No, oggi non ho voglia.

Il problema è che la maggior parte dei bambini quel no non se lo può permettere. E gli adulti, troppo spesso, decidono per loro che cosa devono fare perfino quando sono già stanchi. Forse dovremmo ricordarci una cosa molto semplice: i bambini non sono macchine da far funzionare. Sono persone. E, proprio come noi, a volte hanno semplicemente bisogno di fermarsi.

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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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