L’agenda del manager e la rivolta dell’uncinetto: quando l’infanzia diventa una performance

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C’è una conversazione telefonica che mi è rimasta dentro per giorni, come un sassolino nella scarpa che continua a fare male anche quando smetti di camminare. Al telefono c’era una mia amica. Fa la babysitter da dieci anni a una bambina che, ormai, per lei è praticamente di famiglia. È cresciuta insieme a lei, ne conosce i silenzi, i sorrisi e le prime ombre dell’età che avanza.

L’altro giorno le ho chiesto come andasse il lavoro. La sua risposta è stata un sospiro pesante: «Guarda, non bene. La bambina è sempre nervosa, tesa, strapiena di roba da fare».

Il racconto che è seguito è una fotografia spietata di quello che abbiamo fatto all’infanzia. Questa bambina non ha un solo giorno libero dopo la scuola. Non torna mai a casa prima delle ultime ore della sera. Lunedì tennis, martedì uno strumento musicale di cui non fa mai un esercizio (e per cui l’insegnante la rimprovera continuamente), mercoledì un corso di teatro. E la lista continua.

La mia amica me lo ripete da sempre: di tutto quello che c’è in quell’agenda, la bambina non ha scelto niente. Non le piace niente. E lo ha già gridato, pianto e detto mille volte.

Poi, la mia amica mi ha raccontato l’ultimo episodio, quello che ha fatto scattare la scintilla di questa riflessione: «Ieri abbiamo litigato perché pretendeva di fare l’uncinetto in metropolitana».

Mentre la ascoltavo, ho provato una profonda tenerezza. Non ho visto il capriccio di una bambina testarda, ma un disperato atto di guerriglia psicologica. Quella bambina stava tentando, con le unghie e con i denti, di strappare un momento soltanto suo in una giornata in cui di “suo” non c’era assolutamente nulla. Tra il rimprovero di un maestro e lo scatto di un allenatore, l’uncinetto era la sua ancora di salvataggio.

Questo mi ha imposto una domanda urgente, che credo riguardi tutti noi: quando abbiamo deciso che anche l’infanzia dovesse avere un’agenda da manager? E soprattutto, che cosa resta quando anche le attività che dovrebbero essere un piacere vengono trasformate nell’ennesimo obbligo calato dall’alto?

Cosa dicono gli esperti: l’illusione del bambino perfetto

Il fenomeno dell’iper-programmazione (noto nella letteratura scientifica come over-scheduling) è da tempo sotto la lente d’ingrandimento di psicologi e sociologi. Mossi dall’ansia di un futuro precario e iper-competitivo, molti genitori proiettano sui figli il dogma della produttività, convinti che accumulare competenze fin dalla tenera età sia l’unica chiave per il successo.

Tuttavia, la scienza medica e psicologica sta dimostrando il contrario. Il dottor Alvin Rosenfeld, psichiatra infantile e autore del celebre saggio The Over-Scheduled Child, avverte da anni sui pericoli di questa tendenza: «L’ultima cosa che vogliamo è far entrare un ragazzo al liceo già esausto e stufo di fare così tanto da smettere di impegnarsi anche a livello accademico». Secondo Rosenfeld, l’eccesso di impegni satura le risorse cognitive dei bambini, portandoli a un vero e proprio burnout infantile.

I dati clinici confermano questa tesi. Recenti studi condotti da economisti e psicologi – che hanno analizzato i diari quotidiani di migliaia di studenti – dimostrano che quando le attività extrascolastiche superano una determinata soglia, i benefici educativi crollano a zero, mentre gli indicatori di ansia, depressione e rabbia subiscono un’impennata drammatica. I bambini iper-programmati manifestano disturbi psicosomatici identici a quelli degli adulti sotto stress: mal di stomaco cronici, emicranie, sbalzi d’umore e disturbi del sonno.

Quando il piacere diventa un compito

La psicologia dello sviluppo ci insegna che esiste una differenza fondamentale tra fare qualcosa perché ci dà gioia (motivazione intrinseca) e farla per un dovere o per compiacere l’adulto (motivazione estrinseca). Quando prendiamo una passione potenziale e la infiliamo a forza in una griglia di scadenze e valutazioni, distruggiamo il piacere. Gli esperti parlano di effetto di sovragiustificazione: il teatro, la musica e lo sport smettono di essere canali di espressione e diventano compiti in classe permanenti.

Ma c’è un danno ancora più profondo, legato alla totale scomparsa del tempo non strutturato. Una ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Psychology ha rivelato che i bambini che trascorrono più tempo in attività libere e non pianificate sviluppano una funzione esecutiva autodiretta nettamente superiore. Significa che imparano a pianificare, a risolvere problemi da soli, a regolare le proprie emozioni e a gestire la frustrazione.

Lo psicologo Michael Thompson sottolinea l’importanza di monitorare da dove nasca la spinta a fare un’attività: se è guidata dal bambino o dal desiderio del genitore. Se non permettiamo mai a un bambino di annoiarsi, di stare fermo, di guardare il soffitto, gli stiamo togliendo il motore principale dell’immaginazione. La noia non è tempo perso; è lo spazio in cui il cervello impara a conoscersi e a creare.

Il tempo vuoto non è tempo perso

Ecco perché la disobbedienza dell’uncinetto in metropolitana, nel racconto della mia amica, è un’immagine di una potenza straordinaria. È la dimostrazione scientifica e umana che la natura dei bambini si ribella all’automazione. Dove gli adulti non lasciano spazio per l’anima, l’anima se lo crea da sola, anche su un sedile di plastica della metro, tra lo sferragliare dei vagoni.

Come suggeriscono gli esperti del Clay Center for Young Healthy Minds, la soluzione per le famiglie moderne non è eliminare ogni stimolo, ma trovare un equilibrio, avendo il coraggio di dire qualche “no” in più alle attività e difendendo il tempo quotidiano fatto di assoluto nulla.

Dovremmo fermarci e chiedere scusa a questi bambini. Dovremmo avere il coraggio di cancellare qualche impegno dalle loro agende, di restituire loro il diritto al vuoto, all’errore, alla gratuità del tempo. Dobbiamo smettere di chiedere ai nostri figli di essere performanti come manager e ricominciare a permettere loro, semplicemente, di essere bambini.


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Chi scrive
Valentina Desario è l’autrice di Stancamente Mamma e scrive di maternità e vita quotidiana con ironia, sincerità e spirito pratico

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